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Quel che il reato costringe nell’ombra
Magistratura e società / cinema e letteratura
Quel che il reato costringe nell’ombra
di Fabio Gianfilippi
Magistrato di sorveglianza Spoleto
Leggendo “Dentro” di Sandro Bonvissuto (Einaudi, 2012)
Quel che il reato costringe nell’ombra
La copertina del libro

"Ho letto "Dentro" di Sandro Bonvissuto dopo averne sentito molto parlare in ambito penitenziario. Il testo si compone di un trittico di racconti che vede il narratore vestire i panni del detenuto nel primo, affrontare nel secondo la nascita di una amicizia magica con il proprio compagno di banco e, infine, sempre a ritroso, nel terzo apprendere dal padre come si va in bicicletta.

Ho molto amato le atmosfere che caratterizzano i capitoli non carcerari, evocative di momenti di passaggio ancestrali, nei quali è facile riconoscersi: le giornate e i rovelli del tempo agro della scuola, spesso ammantato di un mito soltanto postumo; i colori ed i ritmi delle interminabili estati piene di possibilità e degli enormi rischi del crescere.

Sono però arrivato a Bonvissuto soprattutto per il suo racconto del carcere: aspro, crudo, per nulla generoso e forse manchevole di una componente riflessiva rispetto al necessario percorso critico che deve connettersi all'esecuzione penale, e però emotivamente molto intenso e, per un magistrato di sorveglianza, ricco di provocazioni sul tanto che c'è da fare.

Il lettore segue il protagonista nel suo percorso di ingresso in carcere e con lui apprende i meccanismi e le opacità del mondo della detenzione, fotografato negli anni in cui l’emergenza del sovraffollamento appariva più drammatica.

Un carcere descritto come luogo della sottrazione, non solo della libertà personale, com’è proprio della pena detentiva, ma progressivamente di molto altro ed alla fine di tutto, come si avvede il protagonista nel guardare per la prima volta i locali destinati al passeggio: “non avevano tolto tutto fino a non lasciare più niente, lì avevano tolto tutto e poi ci avevano messo il nulla”. Come accade alla biblioteca vuota, e perciò inutile, da incubo.

Una biblioteca ben lontana, per la verità, da quelle che nel tempo mi è stata data l’occasione di visitare negli istituti penitenziari dei quali mi sono occupato, e però simbolo immediatamente leggibile del rischio paradossale che il mondo penitenziario può correre, se dimentica di cosa non si può proprio fare a meno, come dei libri in una biblioteca. Se smarrisce, cioè, la bussola della ineludibile funzione risocializzante della pena stagliata nell’art. 27 Cost.

In una pagina che ho trovato particolarmente felice di questo viaggio senza sconti nel mondo della detenzione, l'autore afferma: "una delle cose più assurde che succede a chi sta in carcere è che il detenuto comincia pian piano ad assomigliare al suo reato". E continua spiegando come la sua colpa lentamente lo sovrasti e insieme attiri consenso o disprezzo e finisca per contare solo lei e non più la persona. Accade che "il reato diventa l'unica cosa che il detenuto è stato capace di fare". È qui che Bonvissuto si rivolge alle istituzioni penitenziarie ed in particolare parla al magistrato di sorveglianza.

Quel giudice deve essere facilmente raggiungibile, prossimo ai detenuti di cui si occupa, capace di ascolto, deve essere in grado di lasciare una eredità di speranza. E il pensiero in questi giorni non può che andare a Sandro Margara, recentemente scomparso, il magistrato di sorveglianza che prima di ogni altro ha saputo seminare questa speranza, fino ad incarnarla col suo stesso nome, divenuto nelle prigioni d’Italia sinonimo di attenzione e fiducia da parte delle istituzioni.

Quel tipo di giudice, continua l’autore, con la sua disponibilità ad incontrare i detenuti può fare la differenza dando “spazio e voce all'uomo che porta il reato".

Anche nel resto del libro, d'altra parte, c'è sempre questo riferimento al valore dell’individualità come strumento di ricerca del proprio posto nel mondo. E nelle istituzioni totali, come è il carcere, come a tratti è la scuola, come finiscono per diventare certi gruppi amicali basati su ruoli e regole rigidissimi ed indefettibili, occorre a tutti i costi, per far emergere l'uomo, combattere le categorie e i pregiudizi che vi si avvitano intorno. Ogni luogo in cui ci si trovi, allora, anche un penitenziario, con i suoi muri perfetti ed orribili, può disvelare l'umanità dei singoli.

A chi lavora col carcere Bonvissuto consegna una chiave di lettura di quel mondo che, oltre il doveroso percorso verso il rispetto integrale dei diritti della persona, passa per l'individualizzazione e la valorizzazione di ciò che il reato ha costretto nell'ombra. Perché il carcere è chiamato ad essere, quando è inevitabile, un contenitore di opportunità risocializzanti ed il reato non è affatto l'unica cosa che un uomo sia capace di fare.

9 settembre 2016
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Fascicolo 2/2017
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