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La memoria e il desiderio
Magistratura e società / cinema e letteratura
La memoria e il desiderio
di Luigi Cavallaro
consigliere della Corte di cassazione
Note in margine al libro di Piero Curzio, Quasi saggio (Cacucci, Bari, 2017), in occasione della sua presentazione pubblica al Municipio di Capri, il 13 ottobre 2017
La memoria e il desiderio

«Pare a me che l’epigrafe abbia ad annunciare, quasi lampo, la sostanza del libro e la mente dello scrittore», diceva Foscolo. E dunque è dall’epigrafe che bisogna partire per raccontare di questo libretto in cui Piero Curzio ha intrecciato episodi e ricordi della sua vita personale con piccoli componimenti storici, filosofici e giuridici, che traggono origine dalla memoria di altrettante esperienze personali della sua vita di giudice e di intellettuale curioso del mondo.

È tratta, questa epigrafe, dal Diario degli errori di Flaiano, e dice: «Con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole». Piero ce ne spiega la ragione raccontando di quella che considera la più importante delle regole di vita che ha imparato: come camminare in alta montagna, vale a dire in quei luoghi in cui davvero i piedi sembrano poggiare sulle nuvole. «Camminare, specie in alta montagna», leggiamo infatti a pagina 37, «è la sintesi di ciò che si prova nella vita, momenti di entusiasmo, di fatica, di scoramento, di stanchezza profonda, di ripresa, di soddisfazione, sprazzi di felicità. Quel passo lento ma costante che ti porta a superare le difficoltà è una linea che attraversa fasi e sensazioni diverse, tra i poli della crisi e dell’euforia, tenendoti sempre ancorato al terreno. Perché forse il segreto è proprio questo contatto con il suolo, con la realtà, mentre i pensieri vagano, si intrecciano, e l’immaginazione vola».

In effetti, è in questo camminare che prima cerca e poi segue il ritmo del suo passo, in questo camminare che riconosce il «ritmo che governa gli uomini» (così scrive Piero poco oltre, prendendo a prestito un verso di Archiloco), che si colloca l’esperienza stessa della memoria: della memoria personale così come della memoria che ciascuno di noi ha del più vasto mondo in cui gli è dato vivere.

Entrambe implicano un viaggio: un ritorno della mente lì dove il corpo non è più. Ed è un viaggio non di rado doloroso, come ci ricorda Piero tracciando, nel penultimo degli scritti, una «Breve storia della nostalgia». Forse non è un caso che Leonardo Sciascia, nell’intitolare A futura memoria la sua famosa raccolta di scritti su mafia e politica, aggiunse tra parentesi «se la memoria ha un futuro»: per ricordare bisogna sapere e difficilmente il sapere può esser fonte di piacere. «Colui che aumenta la sua conoscenza aumenta la sua pena», ci ricorda anzi Piero, citando l’Ecclesiaste, e parecchi secoli più tardi Freud ebbe a darne un preciso riscontro psicopatologico, affermando che «i nostri pazienti soffrono di reminiscenze». C’è allora da meravigliarsi se lo spirito del nostro tempo rifugge la memoria e preferisce sostituirla con l’eterno presente delle istantanee pubblicate su Facebook?

Eppure, la memoria, ancorché talvolta dolorosa, è necessaria. Siamo umani proprio perché ricordiamo, si potrebbe dire con un aforisma: e perché, ricordando, conferiamo senso alle esperienze della nostra vita. Quel «passo lento ma costante», quel «ritmo che ci governa», di cui facciamo esperienza camminando in montagna, è il risultato di una ricerca: è come «ritrovare un vecchio amico», scrive Piero, e con lui riassaporare gli odori, i sapori e, in genere, le sensazioni che, in passato, ci sono state indotte dal nostro incontro con il mondo.

Dobbiamo esser grati alla psicoanalisi e adesso alle neuroscienze se cominciamo finalmente a capire che la nostra memoria non è affatto un archivio in cui custodiamo vecchie foto e carte ingiallite, ma costituisce piuttosto un processo di continua riscrittura e risistemazione dei ricordi, che sono dunque materia viva e, proprio perché in continua riorganizzazione e trasformazione, inevitabilmente infedele, in quanto foriera di significati sempre nuovi: una vita che si vuole pienamente umana è inconcepibile senza questo andirivieni tra passato e presente, con il passato che talvolta sembra governare il presente e talvolta ne appare governato. E se la memoria ne è il combustibile, il «motore» da cui scaturisce l’energia, suggerisce Piero richiamandosi a Spinoza, è il desiderio: la «vera essenza dell’uomo», la spinta che lo induce a «sollevarsi da una gioia imperfetta ad una sempre più perfetta».

“Desiderare”, in effetti, è un verbo che deriva dalla composizione della particella privativa “de” con la parola latina sidus, sideris (al plurale, sidera), che significa “stella”. “De-sidera”, da cui viene “desiderio”, significa dunque letteralmente che “non ci sono le stelle”: secondo alcuni, infatti, il termine avrebbe avuto origine nel linguaggio degli antichi aruspici, che si disperavano quando il cielo era coperto dalle nuvole perché non potevano vedere quelle stelle che erano indispensabili per attendere alle loro funzioni divinatorie. È un’etimologia importante perché ci dice che quando desideriamo, avvertiamo necessariamente una mancanza: come dicono gli psicoanalisti, l’esperienza del desiderio è un’esperienza di perdita di padronanza, di vertigine, di qualcosa che si dà a me stesso come più forte della mia volontà.

È questo desiderio che vediamo all’opera quando il racconto di Piero ci trasporta in un vecchio cinema, dove andava, ragazzino, insieme al padre, a vedere i film con Belinda Lee, un’attrice inglese dagli occhi tristi e dalla sensualità prorompente, che sarebbe morta giovanissima in un incidente d’auto. Ma lo vediamo all’opera anche nel ricordo delle «gite bellissime» con i genitori, «in automobili che profumavano di pasta al forno», della madre «dolce e affettuosa» come la festa dei suoi cento anni, che muore in un giorno di maggio per il peso di una farfalla che le si posa sul cuore, e ancora ad una fermata d’autobus nell’isola di Corfù, in una mattina di tanti anni fa, dove due ragazzi, «ancora un po’ intontiti dopo la notte in traghetto», aspettavano il bus che li avrebbe portati «dall’altra parte dell’isola».

E sempre quella mancanza che è all’origine del desiderio compare nel ricordo dolcissimo del «signore dell’archivio» della Sezione Lavoro della Cassazione, che conosceva tutte le storie racchiuse nei fascicoli che gli era stato commesso di custodire (perché, come diceva Satta, nei processi è la vita stessa che penetra nella legge, con quanto la vita ha di bene e di male, dato che nel processo la legge e l’azione cercano quella realtà che prima e fuori di esso non è riuscita a determinarsi). E, ancora, quando Piero racconta del figlio, che a tre anni, mentre risalivano insieme l’Adige verso Bressanone, gli dice («senza punto interrogativo») che «il fiume deve cercare il mare», praticamente un’inconsapevole parafrasi del quinto versetto del primo capitolo dell’Ecclesiaste, dove leggiamo, appunto, che «Tutti i fiumi vanno verso il mare». Perché così è la nostra vita, ci dice Piero: «Siamo una goccia che può cadere poco più a destra o a sinistra ed intraprendere percorsi più o meno lunghi, diversi, fortunati o sfortunati, seguendo rotte molto spesso affascinanti», ma comunque «struggenti se viste con gli occhi del saggio». Già, perché quella mancanza che dà vita al nostro desiderio non può mai essere colmata, almeno finché ci è dato da vivere, e al tempo stesso ognuno dei ricordi che serbiamo della nostra vita passata può trasformarsi in una fonte d’inestinguibile nostalgia: non necessariamente per ciò che realmente è stato, ma anche, semplicemente, per ciò che avrebbe potuto essere e non è più possibile che sia.

È qui, in questo snodo, che la memoria personale può incontrare la memoria del nostro più ampio stare al mondo, la “memoria semantica”, come la chiamano le neuroscienze, volendo alludere a quel corpo di conoscenze ed esperienze che, in un dato momento storico, condividiamo con una più ampia comunità di riferimento: perché anche questo corpo di conoscenze, non dissimilmente da quello che ci riguarda personalmente, è continuamente oggetto di riscritture e reinterpretazioni collettive e anche rispetto ad esso possiamo sperimentare quella “mancanza” di cui si sostanzia il desiderio.

Certo, per rendersene conto occorre uno sguardo che sappia discernere dal mondo come è il mondo come è stato e il mondo come potrebbe essere, altrimenti ci si trova nella stessa posizione dei due giovani pesci del racconto di David Foster Wallace, che alla domanda di un pesce più anziano, che chiedeva loro come fosse l’acqua, si guardarono perplessi finché uno chiese all’altro: «Ma che cavolo è l’acqua?». Detto altrimenti, solo se comprendiamo che il corpo di nozioni di cui disponiamo sul mondo condivide con la nostra memoria individuale l’essere un cantiere in movimento, in cui le ideologie dominanti riscrivono continuamente i significati attribuibili agli oggetti d’esperienza, possiamo disporre di uno sguardo critico sul mondo stesso, dove “critico” va inteso nel senso di capace di selezione, di discernimento e dunque di giudizio.

Ecco perché, nel componimento scritto per il Liber amicorum di Bruno Veneziani (e qui raccolto), Piero racconta che, dovendo decidere la famigerata questione se il tempo necessario per indossare i dispositivi di protezione individuale fosse o meno “tempo di lavoro”, dovette addirittura partire ab imis e chiedersi «che cavolo è il lavoro?»: perché, per dirla ancora con Foster Wallace, che Piero cita adesivamente, imparare a pensare dovrebbe significare essere appena un po’ meno arroganti, avere un minimo di consapevolezza critica riguardo a sé stessi e alle proprie certezze. Ovvero, per dirla stavolta con Antonio Cassano (che in questo libretto, però, non è il calciatore, ma il barbiere di Piero), avere la consapevolezza che, di fronte al tempo lungo della storia, le nostre verità sono “verità momentanee”, come per un cronista il lampo della breaking-news.

Si capisce, allora, il significato vorrei dire “capitale” che Piero attribuisce all’intervista rilasciata da Lodovico Mortara, allora presidente della Corte d’appello di Ancona, all’indomani della celebre sentenza che, nel 1903, dichiarò che le donne avevano diritto ad iscriversi nelle liste elettorali. Mortara, come Piero ci ricorda, era personalmente contrario rispetto all’allargamento del suffragio, ma − chiamato come magistrato a decidere della questione − si era spogliato «di ogni prevenzione personale per esaminare serenamente il testo della legge», pervenendo ad una soluzione opposta rispetto alle sue convinzioni personali. «Le parole di Mortara sono nette», chiosa Piero: «Un giudice non può non avere idee e posizioni [...], ma quando giudica deve mettere da parte le sue convinzioni personali e ricercare la soluzione nel più attento rispetto delle norme [...]. È un percorso difficile, ma è la sola via che gli è concessa, se vuole essere “un giudice”». E confesso che, in una temperie storica in cui non di rado affiora un protagonismo giudiziale che non disdegna di piegare i testi di legge alle più disparate interpretazioni soi disant “costituzionalmente” o “comunitariamente” orientate, della nettezza di parole simili a quelle di Mortara è difficile, almeno per me, non avere nostalgia.

Sono solo alcuni degli spunti che si possono ritrarre dalla lettura delle memorie che Piero ha consegnato a questo magnifico libretto. Volendolo racchiudere in un’unica definizione, Quasi saggio è un’operetta che si potrebbe inscrivere nella grande tradizione dei moralisti francesi: il suo procedere «a salti e sgambetti», come i saggi di Montaigne, e senza obbedire ad alcuna organizzazione prestabilita, come le massime di La Rochefoucauld, costituisce, a me pare, l’indizio più sintomatico del rifiuto di Piero per un discorso di tipo prescrittivo e della sua presa di distanza dall’atteggiamento autoritario e di presunta sapienza che è tipico, invece, del “moralizzatore”, sia esso filosofo, teologo, giurista o economista; il succedersi discontinuo e disordinato di questi scritti concisi e ineguali ci dà piuttosto conto e testimonianza della sua convinzione circa la complessità di una realtà priva di un senso permanente e sicuro. Ed è per questo che il collega più giovane, che gli si accosta con la consapevolezza della fortuna di poter lavorare insieme a lui, non può che riferire a Piero le parole con cui l’imperatore Adriano, nelle Memorie della Yourcenar, descriveva il giudice Nerazio Prisco: ché anche lui appartiene «a quella categoria di spiriti rarissimi, i quali, benché profondi conoscitori della dottrina, in grado di vederla per così dire dal di dentro, da un punto di vista inaccessibile ai profani, conservano tuttavia il senso della relatività del suo valore nell’ordine delle cose, la misurano in termini umani».

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