Magistratura democratica
Magistratura e società
La dea Fortuna: recensione del film di Ferzan Özpetek
di Patrizia Rautiis
sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Bari
Un film nel quale i veri protagonisti sono i “buoni sentimenti” e la capacità di accogliere, un cemento indispensabile al recupero di una convivenza civile accettabile

Ancora un film di Ferzan Ozpetek i cui veri protagonisti sono i Sentimenti...anzi i “buoni sentimenti”, poco di moda in questo nostro tempo, a torto bollati come stucchevole politically correct. Amicizia e Amore sono il filo della vicenda, prima l’una poi l’altro, con il loro inevitabile carico di difficoltà, contraddizioni, conflittualità, perché – sembra ripeterci il regista – non si creda che Amicizia e Amore siano due strade semplici semplici che si percorrono in volata, senza dover anche affrontare le curve in salita e la cima dello Stelvio.

Temi antichissimi che il regista ripropone in salsa post-modern, corale, poetica, tipicamente ozptekiana! Il timbro del regista è marchiato su ogni scena, ma questa sua riconoscibilità risulta gradevole agli amanti, come me, del grande cineasta turco-italiano.

Come in altri suoi film, la vicenda è tutta giocata attorno alla coppia (Stefano Accorsi-Edoardo Leo, Arturo e Mario), che si muove dentro un quadro di figure diverse. I due convivono da 15 anni e scontano ora la stanchezza di un amore un po’ provato dal tempo, dalle abitudini, dallo scolorire della passione. La richiesta di aiuto di un’amica di Mario, che affida loro i suoi due amati bambini perché costretta ad allontanarsene per ragioni di salute, sconvolge le abitudini della coppia e ne fa emergere la crisi. Attorno a loro però amicizia e solidarietà di un mondo che, non essendo quello dei ‘wasp’ (in senso nostrano, traducibile in "bianco-borghese-cattolico"), ed anzi forse proprio perché non lo è, appare più versato per natura ad accogliere e a prestarsi.

Didascalicamente Ozpetek ci mette dentro il transgender, il malato mentale, la ragazza nera, la sua cara Serra Yilmaz, personaggio irrinunciabile non solo perché è un po’ il suo portafortuna, ma soprattutto per la sua impossibile catalogazione in uno specifico tipo socio-sessuale.

E poi ci sono i due bambini come i soggetti più deboli della catena dei socialmente deboli. La debolezza dei bambini è quella di chi non può scegliere, può solo subire le scelte altrui. Non in questo mondo variegato, però, e, tutto sommato, ancora marginale rispetto ai luoghi del Potere. Qui, nelle "diversità", i sentimenti di inclusione sono più forti, più istintivi: si coltivano per sopravvivere. I bambini poi non sanno discriminare, la loro naturalezza nel guardare come naturale l’amore omosessuale è credibile e convincente. I due piccoli stanno bene con Mario, Arturo e il loro mondo, si affezionano loro, smentendo tutte le teorie sulla presunta indispensabilità della famiglia tradizionale, senza che mai nel film ciò appaia artefatto. Ozpetek sa rendere cioè credibile l’idea che la famiglia è davvero solo il luogo dove ci si vuole bene... dove il collante più forte rimane l’Amicizia con il suo carico di affetti e solidarietà: la condivisione di una pizza comprata sotto casa, danzare tutti insieme sotto la pioggia che rinfranca, cucinare per qualcuno o, come capita ad Arturo e Mario, prendersi cura dei due bimbi rimasti senza la mamma.

Si dirà pure che è tutto troppo scontato nell’Italia del 2020: ma non credo sia così!

C’è ancora molto da costruire su questo terreno, in cui spesso trascuriamo il ruolo di un’educazione sentimentale che è totalmente assente nei luoghi della crescita e della formazione. Ai buoni sentimenti occorre essere educati, come sapevano bene i nostri nonni, che non a caso ci raccontavano solo storie edificanti, di grandi e piccoli eroi, perché i buoni sentimenti non sono un letterario orpello sociale, né l’espressione di un buonismo funzionale al politicamente corretto, ma piuttosto, in senso lato, la "capacità di accogliere", un cemento indispensabile al recupero di una convivenza civile accettabile, che non di rado vediamo sfumare dietro un individualismo bieco e volgare anche nel linguaggio.

A Ferzan Ozpetek il merito di mettere ogni tanto un tassello in questo accidentato percorso, con tono asciutto e poetico al contempo, come solo un grande regista può fare.

4 gennaio 2020
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