home search menu
In ricordo di Ermanno Rea
Magistratura e società / cinema e letteratura
In ricordo di Ermanno Rea
di Alfredo Guardiano
Consigliere della Corte di cassazione
"L'idea che sia impensabile un comunismo allegro, umano, garbato, perfino 'leggero', fa il paio con l'idea che non possa esistere in natura il napoletano silenzioso, ordinato, malinconico, legalitario fino all'ossessione. Il fatto è che certi luoghi comuni sicuramente facilitano la vita, però non la spiegano"

Mi sono sempre chiesto perché l’articolo con cui si ricordano la vita e le opere di personaggi noti al pubblico, per commemorarne la morte, debba chiamarsi “coccodrillo”.

Alcuni sostengono che l’espressione derivi da “versare lacrime di coccodrillo”, perché l’articolo non appare la manifestazione di un sincero cordoglio, essendo stato freddamente preparato con grande anticipo, in attesa della possibile fine di colui al quale è dedicato, evento che gli organi di informazione non possono permettersi di “bucare”, facendosi cogliere impreparati dalla Morte, che non regola i suoi tempi sugli orari dei notiziari o sulle uscite dei quotidiani.

Nel “coccodrillo”, tuttavia, a volte si legge un’ipocrisia più sottile: la glorificazione postuma di chi, in vita, non ha ricevuto gli onori ed i giudizi lusinghieri, che gli vengono riservati da morto.

Cosa c’entra tutto questo con la morte del romanziere, saggista, giornalista e fotografo napoletano Ermanno Rea?

Non può certo dirsi che egli sia stato poco apprezzato o che sia stato un paria nel mondo delle lettere italiane.

I suoi romanzi (se non lo avete fatto, mi permetto di consigliarvi di leggere, quanto meno, Mistero napoletano; La dismissione e La comunista. Due storie napoletane) e le sue inchieste giornalistiche hanno vinto premi importanti (il Campiello ed il Viareggio) e sono stati pubblicati dalle più prestigiose case editrici italiane (Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli).

Nonostante ciò, egli, nelle sue scelte (non solo) narrative, rimase sempre un vero eretico, molto distante dai modelli di intellettuale “organico” in voga in Italia, sicché non appare del tutto convincente il tentativo di riappropriazione di Rea all’establishment culturale, che si sta svolgendo sotto i nostri occhi in questi giorni sulle pagine dei grandi quotidiani di informazione (con l’unica eccezione, forse, del bell’articolo scritto da Corrado Stajano per il “Corriere”).

L’eresia di Rea si svolge lungo tre assi portanti.

Innanzitutto essa si rivolge contro una rappresentazione conformistica di Napoli: uomo dalla fisionomia ispida, urticante, a tratti antipatico, remotissimo dallo stereotipo del napoletano piacente e compiacente, in lui prendeva corpo il lato pessimistico e melanconico di quell’intelligenza meridionale, così ben descritta da Sciascia.

Pessimismo, tuttavia, che non si risolveva nell’accidia deprecata da Leopardi, ma nella convinzione, fondata sulla lezione vichiana secondo cui il mondo della storia è costruito dall’uomo con le sue azioni concrete, che il napoletano, al pari di tutti gli altri uomini, non è ontologicamente vittima del male, potendo, anzi dovendo, scegliere da che parte stare.

E la parte di Rea era quella del socialismo, che vedeva nei lavoratori e nel partito comunista gli elementi portanti della Repubblica nata dalle ceneri del fascismo, contro il quale egli aveva combattuto da ragazzo come componente della brigata garibaldina “Gino Menconi”, e che lo portò a frequentare la redazione napoletana dell’Unità, nella storica sede dell’Angiporto Galleria, insieme tra alcune delle energie intellettuali più vivide della Napoli del dopoguerra, tra cui spiccava la figura di Enzo Striano.

Ma anche il suo rapporto con il P.C.I. fu contrassegnato dall’eresia

Attraverso la dolorosa vicenda umana e politica della militante comunista Francesca Spada, protagonista assoluta di Mistero napoletano, morta suicida (come il grande matematico napoletano Renato Caccioppoli, altro esempio di intellettuale trasgressivo, inviso ai burocrati del partito), con il fantasma della quale lo scrittore immagina di dialogare in La comunista, Rea denuncia la violenza “stalinista” e l’ottusità del gruppo dirigente del Pci napoletano degli anni ’50, incapace di tollerare qualsiasi forma di dissenso al suo interno.

Tema che verrà ripreso in un’altra opera di grande importanza storica e sentimentale, Il caso Piegari, in cui Rea ricorda la “scandalosa liquidazione del gruppo Gramsci, attivo a Napoli tra la fine degli anni ’40 e il 1954”, il cui leader, Guido Piegari, venne espulso dal Pci, all’esito di una vera e propria campagna diffamatoria condotta nei suoi confronti per iniziativa dei vertici del partito, che, alla visione gramsciana, propugnata da Piegari, di un meridionalismo vissuto come “questione nazionale”, fondato “sull’integrazione politica dell’Italia nel segno dell’egemonia operaia alleata ai contadini e ai sottoproletari meridionali”, preferirono sostenere il modello del Movimento per la Rinascita di Giorgio Amendola, di cui lo stesso Piegari ed il suo stretto sodale del tempo, l’avvocato Gerardo Marotta, futuro creatore dell’Istituto per gli studi filosofici, dove sopravvisse lo spirito del “gruppo Gramsci”, denunciarono invano la deriva regionalistica e salveminiana.

Napoli ritorna nel romanzo La dismissione, come lente attraverso la quale rappresentare la perdita di centralità del mondo del lavoro manifatturiero, attraverso la narrazione di Vincenzo Buonocore, espressione di un’aristocrazia operaia ormai perduta, che, sia pure a malincuore, onorerà al meglio delle sue capacità l’ultimo compito che gli viene affidato: smontare le apparecchiature della fabbrica siderurgica di Bagnoli, acquistate dai cinesi; ed ancora in Napoli Ferrovia, dove ad accompagnare lo scrittore in un viaggio contemporaneo all’interno degli inferi della città partenopea è Caracas, un venezuelano dal cranio rasato e razzista, che sta per convertirsi all’Islam.

E Napoli, infine, chiude il percorso esistenziale di Rea nella sua ultima opera, che verrà pubblicata postuma il 13 ottobre, Nostalgia, in cui a parlare sarà il quartiere dove Rea è nato, la Sanità, una delle zone a più alta densità criminale della città, dove a fronteggiare le bande criminali della camorra provvedono soprattutto i sacerdoti di diverse parrocchie e le organizzazioni di volontari che ad essi fanno capo.

Una Chiesa, quella degli Zanotelli, dei Loffredo, diversa dalla Santa Romana Chiesa, istituzione ecclesiastica, contro cui Rea lancia gli strali della sua acuminata intelligenza, nel suo saggio La fabbrica dell’obbedienza, individuando nell’opera della Controriforma e del suo braccio armato, il Tribunale dell’Inquisizione, l’artefice di quell’abito (im)morale del tipo italiano, contraddistinto da servilismo e complicità nei confronti del potere, qualunque veste esso assuma, e dall’assenza di ogni etica della responsabilità.

La scelta di Rea è stata, dunque, quella di narrare, partendo dalla sua città, secondo la lezione di Eduardo, le storie degli sconfitti, dei perdenti, senza nessuna commiserazione, mosso da una mai doma volontà di andare alla ricerca della giustizia, ovunque fosse rintracciabile, che lo spinse, ultraottantenne, a candidarsi generosamente con la lista Tsipras alle ultime elezioni europee.

Napoli, però, non lo ha mai sentito sino in fondo come suo figlio, perché troppo eterodosso ed ispido.

Ora si assiste ad un tentativo di recupero, sicuramente apprezzabile, ma che, per essere davvero convincente, dovrà superare il doppio pregiudizio ed i luoghi comuni ai quali Rea faceva riferimento in una bella intervista ad Antonio Gnoli.

"L'idea che sia impensabile un comunismo allegro, umano, garbato, perfino 'leggero', fa il paio con l'idea che non possa esistere in natura il napoletano silenzioso, ordinato, malinconico, legalitario fino all'ossessione. Il fatto è che certi luoghi comuni sicuramente facilitano la vita, però non la spiegano".

                          

17 settembre 2016
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Messa alla prova, quasi un romanzo di formazione
Messa alla prova, quasi un romanzo di formazione
di Andrea Natale
Ennio Tomaselli, per anni magistrato a Torino soprattutto in ambito minorile, è autore di numerose pubblicazioni, tra cui Giustizia e ingiustizia minorile. Tra profonde certezze e ragionevoli dubbi (FrancoAngeli, 2015). Messa alla prova (Manni editore, 2018) è il suo primo romanzo che, non per caso, ruota (anche, ma non solo) attorno al mondo della giustizia minorile. I personaggi: un cancelliere di tribunale, un giudice minorile e un ragazzo con alle spalle un’adozione fallita. Li accomuna un desiderio insoddisfatto di giustizia
22 settembre 2018
“Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità”
“Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità”
di Paola Perrone
In questo libro-intervista, Gianrico Carofiglio parte da un valore che poi non abbandona: ogni soggetto politico deve essere consapevole del proprio agire e responsabile delle scelte che fa. Infatti «l’imperturbabilità» davanti al male «può essere una buona tecnica per il benessere personale ma non è un valore», mentre la sofferenza altrui, le discriminazioni, i grandi problemi del mondo dovrebbero essere sempre all’attenzione del politico e del cittadino, provocando in loro una «forma controllata di disagio» che li porta a scelte anche «compromissorie» pur di ottenere il risultato di attenuare quel male.
21 aprile 2018
Per Alessandro Leogrande
Per Alessandro Leogrande
di Giancarlo De Cataldo
In ricordo di un intellettuale e scrittore che continuerà a essere un punto di riferimento per Magistratura democratica. Oltre al brano di Giancarlo, troverete il video dell'incontro di “Parole di giustizia 2016”. Un dialogo su frontiere, paure, sicurezza tra Alessandro Leogrande e Livio Pepino
29 novembre 2017
La memoria e il desiderio
La memoria e il desiderio
di Luigi Cavallaro
Note in margine al libro di Piero Curzio, Quasi saggio (Cacucci, Bari, 2017), in occasione della sua presentazione pubblica al Municipio di Capri, il 13 ottobre 2017
24 novembre 2017
Quando l’infanzia genera vittime e carnefici. Recensione a Bambinate, l’ultimo romanzo di Piergiorgio Paterlini (Einaudi, 2017)
Quando l’infanzia genera vittime e carnefici. Recensione a Bambinate, l’ultimo romanzo di Piergiorgio Paterlini (Einaudi, 2017)
di Fabio Gianfilippi
L’autore è da sempre attento alla ricchezza e alle fragilità della gioventù. Nel suo nuovo libro ci fa incontrare un gruppo di bambini, come tanti, senza edulcorarne però i tratti più feroci. Li ritroviamo poi adulti, ormai schermati dai propri ruoli sociali rassicuranti, ma non per questo meno crudelmente inconsapevoli
21 ottobre 2017
Incubi da giorni qualunque
Incubi da giorni qualunque
di Massimo Ferro
Recensione al libro di Bruno Capponi, Esi, Napoli 2016
8 ottobre 2016
La ricchezza dell’esserci per davvero
La ricchezza dell’esserci per davvero
di Fabio Gianfilippi
Una proposta di lettura di “Eccomi” (Guanda, 2016) di Jonathan Safran Foer
1 ottobre 2016
Una semplicità niente affatto banale
Una semplicità niente affatto banale
di Luigi Marini*
Recensione a Michela Murgia, “Futuro interiore”, Einaudi, Torino 2016
24 settembre 2016
"Sfrattati": entro nella vita delle persone per farle uscire di casa
di Bruno Capponi
Recensione al libro di Giuseppe Marotta, Corbaccio, Milano, 2015
20 luglio 2015
Magistrati e Resistenza: storie da non dimenticare
Magistrati e Resistenza: storie da non dimenticare
di Carlo Brusco
In occasione del settantesimo anniversario della liberazione un ricordo dei magistrati uccisi dai nazifascisti
25 aprile 2015
Newsletter


Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Magistratura e società
Magistratura democratica di ieri e di oggi ed il pastiche romano
Magistratura democratica di ieri e di oggi ed il pastiche romano
di Nello Rossi, Vincenza (Ezia) Maccora, Rita Sanlorenzo
«Uno scambio epistolare del passato stimola riflessioni sull'Md di oggi. Un gruppo di magistrati che nelle tre ultime consiliature non opera nella diretta gestione della discrezionalità amministrativa del Csm ma è principalmente impegnato sul versante delle prassi e della cultura della giurisdizione. E proprio per questo continuo bersaglio di attacchi, spesso provenienti da chi, a parole, rimpiange le antiche “correnti delle idee”. Un paradosso rivelatore della vitalità del gruppo. Forse sta commettendo un errore chi immagina che Md morirà per inedia…»
4 giugno 2019
Il traditore, un film per (ri)guardare un pezzo della nostra storia repubblicana
Il traditore, un film per (ri)guardare un pezzo della nostra storia repubblicana
di Patrizia Rautiis
Il film di Marco Bellocchio, presentato all'ultimo Festival di Cannes, visto con lo sguardo di un magistrato
31 maggio 2019
Il romanzo popolare della Costituzione e dei cittadini nell'Italia repubblicana
Il romanzo popolare della Costituzione e dei cittadini nell'Italia repubblicana
di Giovanni Palombarini
Nel volume edito da Castelvecchi, Giuseppe Cotturri riprende la riflessione sulla legge fondamentale, registrando come, pur nella confusione della comunicazione pubblica che ha allontanato tanti dalla politica e dalla democrazia, «una cultura politica diversa avanza sulle gambe di quel che si chiama cittadinanza attiva»
25 maggio 2019
Unione camere penali italiane, il “Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo”
Unione camere penali italiane, il “Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo”
Pubblichiamo il documento dell'Ucpi per avviare una discussione nella magistratura, con l’avvocatura e l’accademia sulla fisionomia del diritto penale e sulle prospettive di riforma
13 maggio 2019
Il colpevole–The guilty, un film di Gustav Möller
Il colpevole–The guilty, un film di Gustav Möller
di Paola Perrone
L'opera prima del regista danese è un thriller coinvolgente, drammatico e ricco di scelte estreme che però non stancano mai lo spettatore
11 maggio 2019
Radio Radicale, il comunicato del Consiglio direttivo dell’AIPDP
Radio Radicale, il comunicato del Consiglio direttivo dell’AIPDP
Pubblichiamo e rilanciamo l'appello dell'Associazione Italiana dei Professori di Diritto penale che esprime al meglio l’assoluta necessità di non chiudere quei microfoni
6 maggio 2019