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“Conflitti pratici. Quando il diritto diventa immorale”
Magistratura e società
“Conflitti pratici. Quando il diritto diventa immorale”
di Antonio Scalera
consigliere, Corte di appello di Catanzaro
Cosa è un conflitto pratico? È quella situazione che si verifica quando chi agisce ha una ragione giuridica per tenere un comportamento che, tuttavia, è incompatibile con quello preteso da una ragione morale. Di conflitti pratici, argomento di particolare interesse per la filosofia del diritto, si occupa il recente libro di Damiano Canale (Laterza, 2017).
“Conflitti pratici. Quando il diritto diventa immorale”

Quella avvenuta alla Marjory Stoneman Douglas High School, a Parkland, lo scorso 14 febbraio è solo l’ultima delle stragi di innocenti che periodicamente funestano la popolazione americana. Come dimenticare i fatti della High School di Columbine del 20 aprile 2009 o le vittime mietute da un folle che sparò all’impazzata all’interno di un cinema di Denver il 20 luglio 2012?

Ogni volta, queste macabre vicende scatenano un dibattito acceso sul ruolo che le armi da fuoco hanno nella società statunitense, ma ciò non ha mai portato ad una modifica della norma che permette la loro libera circolazione: il secondo emendamento della Costituzione Usa.

La suddetta disposizione costituzionale, introdotta nel sistema giuridico statunitense nel remotissimo 1791 e giunta ai giorni nostri senza alcuna modifica, recita testualmente:

«Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto».

Questo emendamento, introdotto al tempo dei primi vagiti della più importante democrazia moderna, quando nella popolazione americana era ancora nitido il ricordo delle occupazioni subite, garantisce a tutti il diritto di possedere un’arma, con limiti che variano sensibilmente a seconda della legislazione statuale.

Molti Stati, soprattutto nel Sud, consentono a chiunque di ottenere la licenza al possesso di armi, permettendone altresì l’uso ai minori durante le battute di caccia, purché assistiti dal genitore o da altro tutore; senza contare casi limite come quello del comune di Geuda Springs, piccolo centro del Kansas, che alla fine del 2003 emise apposita ordinanza con cui obbligava «ogni capofamiglia a possedere un’arma da fuoco e le munizioni».

Nel luglio del2008, con una sentenza storica, District of Columbia versus Heller, la Corte suprema ha confermato, rafforzandolo, il diritto individuale dei cittadini a possedere armi da fuoco, ribadendo la validità del secondo emendamento della costituzione americana e dichiarando incostituzionale la legge del distretto di Columbia, che invece vietava ai propri residenti di avere pistole e fucili.

Esattamente due anni dopo, nel giugno del 2010, la Corte suprema, con la sentenza McDonald versus Chicago, ha fatto piazza pulita anche dell’altro divieto “assoluto” di tenere armi, quello in vigore nella città di Obama. Nel fare questo, la Corte ha esteso all’ambito delle legislazioni locali lo stesso principio che nel 2008 aveva sancito in riferimento alle normative federali; sempre ferma restando la legittimità di “ragionevoli limitazioni” alla vendita e al porto d’armi, quella sentenza ha però affermato l’illegittimità del divieto di detenzione domestica.

Quanto statuito dalla Suprema Corte, però, non solo non ha posto fine alla disputa tra fautori e detrattori della libera circolazione delle armi, ma se possibile ha acuito i loro contrasti.

Infatti, se da un lato le associazioni di tutela degli appassionati d’armi come la NRA, forti della decisione stanno intentando cause alle amministrazioni locali (comuni, contee e Stati) contestando la validità di leggi restrittive in materia alla luce dell’interpretazione della Suprema Corte, dall’altra parte, cioè dal punto di vista dei contrari, si caldeggia l’abrogazione del secondo emendamento della costituzione americana, definito un «residuato bellico giuridico».

Probabilmente, per risolvere la questione, sarebbe necessaria l’abrogazione dell’emendamento o quantomeno una sua rimodulazione che consenta un controllo più incisivo delle autorità sulla circolazione delle armi, evitando che le stesse arrivino nelle mani sbagliate con la “benedizione” della Costituzione.

Il dibattito si è acceso ancora di più, a distanza di circa un mese dalla strage di Parkland, in occasione di un’imponente manifestazione di studenti, March for our lives, tenutasi a Washington, con l’obiettivo di sensibilizzare il Congresso sul tema della vendita incontrollata delle armi a fuoco.

Si può affermare che ci si trova di fronte all’ennesimo conflitto pratico tra il diritto e la morale.

Cosa è un conflitto pratico?

È quella situazione che si verifica quando chi agisce ha una ragione giuridica per tenere un comportamento che, tuttavia, è incompatibile con quello preteso da una ragione morale.

Il che è quanto si è verificato nella strage di Parkland, dove il giovane sospettato, Nikolas Kruz, pur avendo problemi psichiatrici, era riuscito ad acquistare legalmente un fucile semiautomatico AR-15.

Da un lato, la norma giuridica, in questo caso rappresentato dal secondo emendamento della Costituzione Usa; dall’altro il precetto morale, che non ritiene giusto vendere indiscriminatamente le armi come se fossero un qualunque bene di consumo e che suscita l’interrogativo se una regolamentazione più restrittiva non sarebbe valsa a salvare tante giovani vite.

Di conflitti pratici si occupa il recente libro Conflitti pratici. Quando il diritto diventa immorale (Laterza, 2017) di Damiano Canale, ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università Bocconi di Milano.

Questo tipo di conflitti è di particolare interesse per la filosofia del diritto per due ordini di motivi.

In primo luogo, il rapporto tra diritto e morale costituisce uno dei principali terreni di scontro tra le correnti della filosofia del diritto contemporanea.

Sebbene la relazione tra questi due tipi di norme appaia innegabile dal punto di vista sociologico, non da ultimo perché la morale si presenta come un naturale criterio di valutazione critica delle norme giuridiche, è controverso come questa relazione influenzi la definizione del diritto e i suoi criteri di validità.

La contrapposizione tra giuspositivismo e giusnaturalismo, che ha polarizzato il dibattito giuridico-filosofico negli ultimi due secoli, trae alimento da questo problema, il quale sta al centro dei tentativi di elaborare una “terza” filosofia del diritto, alternativa alle prime due.

La rilevanza del rapporto tra diritto e morale ha, tuttavia, assunto connotazioni diverse nel corso del Novecento.

Nel secondo dopoguerra, di riflesso all’esperienza drammatica dei regimi totalitari, lo studio di questo rapporto è stato stimolato dal problema della legge ingiusta: qualora il legislatore emani norme giuridiche intollerabilmente immorali, che autorizzano il compimento di crimini contro l’umanità, queste norme sono non di meno valide e obbligatorie per i loro destinatari?

Nei decenni successivi, caratterizzati nei Paesi occidentali da un’attenzione crescente per la tutela dei diritti civili, il rapporto tra diritto e morale ha acquistato una rilevanza in parte diversa: quale è il limite posto all’intrusione del diritto nelle scelte morali degli individui con riguardo ai loro stili di vita, inclinazioni sessuali, credenze religiose, forme di partecipazione politica?

Un tema, questo, che all’interno degli Stati costituzionali di diritto si è convertito nel problema della natura dei principi. I principi giuridici incorporano o esprimono valori morali? E, in caso di risposta affermativa, quale è la loro funzione all’interno dell’ordinamento e come si devono atteggiare nei loro confronti il giudice e il legislatore?

Ciò introduce la seconda ragione di interesse di questo tema per la filosofia del diritto.

Nel mondo contemporaneo accade che taluni conflitti tra norme giuridiche e norme morali assumano un grandissimo rilievo sociale, scatenando divisioni radicali nell’opinione pubblica e prese di posizione contrapposte all’interno dell’agone politico. È questo il caso dei conflitti – che vengono trattati nella seconda parte del volume – scatenati dal problema dell’eutanasia, del matrimonio tra persone dello stesso sesso, della pena di morte. In ciascuno di questi casi le norme giuridiche entrano in conflitto con quelle morali generando talora dei veri e propri dilemmi normativi.

Quando il diritto diventa immorale le due pretese sembrano confliggere in modo insanabile: la morale non può avere l’ultima parola se ad essa il diritto si sostituisce nelle scelte individuali.

Cosa accade in situazioni di questo tipo e come devono comportarsi i destinatari delle norme in conflitto?

Innumerevoli sono le risposte fornite dalla filosofia del diritto contemporanea.

Secondo alcuni, la norma giuridica ingiusta perde, in tutto o in parte, la forza normativa, al punto da indurci a dubitare che essa sia dotata di carattere giuridico o che l’obbedienza ad essa sia giustificata.

Secondo altri, la norma giuridica ingiusta conserva i caratteri formali della giuridicità.

La tesi sostenuta dall’autore è che l’esistenza, le caratteristiche distintive e le strategie per governare i conflitti tra diritto e morale dipendono dalla concezione del diritto e dalla concezione della morale sottese al ragionamento pratico di chi agisce.

Per “concezione del diritto” si intende un discorso che risponde alle seguenti domande: “cosa è il diritto?”; “che rapporto sussiste tra il diritto e la morale?”; “in che modo il diritto trova applicazione?”.

Per “concezione della morale” si intende, parallelamente, un discorso che risponde a domandi quali: “perché agiamo così come agiamo?”; “cosa distinguere un’azione buona da un’azione cattiva”? “dove risiede il criterio che usiamo o dovremmo usare per tracciare tale distinzione?”.

In conclusione, il libro non si propone di individuare la soluzione corretta dei conflitti tra diritto e morale, ammesso che ve sia una.

L’obiettivo – pienamente centrato a parere di chi scrive – è, invece, quello, non meno ambizioso, di mettere in luce le ragioni che governano le scelte collettive su alcuni questioni centrali che riguardano la vita individuale, in modo da consentire al lettore di assumere un atteggiamento critico nei loro confronti.

*In copertina: un gruppo di studenti durante la manifestazione March for our lives (Morristown, New Yersey - 24 marzo 2018). Fonte: wikipedia.org

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