Magistratura democratica
Magistratura e società

Valle Giulia, oggi

di Giuseppe Battarino
giudice del tribunale di Varese

Nel centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini una riflessione sul valore profetico delle sue parole, non sempre correttamente interpretate, sulle manifestazioni studentesche del 1968: con uno sguardo alla contemporaneità e al problema delle forme e degli scopi del diritto di manifestare.

La distaccata esegesi dell’articolo 17 della Costituzione, l’equilibrata critica delle norme di pubblica sicurezza, antiche o pandemiche, non sono l’unico terreno che il giurista può percorrere quando manifestazioni che possono degenerare in violenza, temuti e reali abusi di polizia, polemiche sulla “piazza”, attivano letture differenti del diritto di “riunirsi pacificamente e senza armi”.

Al giurista tocca imparare a leggere la realtà: se serve anche con l’aiuto dell’arte, della letteratura e persino della poesia, a fianco dell’abitudine di associare razionalmente le parole.

Sono molte le occasioni in cui ci si appella a ciò che Pasolini scrisse dopo gli scontri avvenuti tra studenti e polizia il 1° marzo 1968 a Roma, nella zona di Valle Giulia.

I versi su cui si finge di discutere e invece stancamente ci si adagia, sono: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti / Perché i poliziotti sono figli di poveri».

Vengono sbandierati quei pochi versi, estrapolati da un lungo testo intitolato Il PCI ai giovani!, dunque tutt’altro, in quegli anni, che un generico esercizio di scrittura pro-poliziotti.

E, con questa estrapolazione e con la sua interpretazione sommaria, si compie e si perpetua quello che Pasolini definì, in un’intervista televisiva a Settimo giorno, nel 1974, «un atto proditorio».

Doppiamente proditorio, come già ebbe modo di chiarire in un incontro pubblico a Torino il 29 novembre del 1968, perché il testo pubblicato su L’Espresso, diventato «consumo di massa», per dirla con le parole del poeta, era invece destinato alla rivista letteraria Nuovi Argomenti e puntava all’apertura di un dibattito politico sul movimento degli studenti. 

La riflessione poetica è ampia, articolata, sottile, anti-veggente, come tutto il pensiero di Pasolini.

La sua richiesta di discussione con il movimento studentesco era sulla prospettiva politica di quelle manifestazioni; il suo timore era quello di veder coltivare da quei giovani – lo scrive nei versi finali - la sola coscienza dei diritti individuali e l’aspirazione al potere.

Profetico, ancora una volta, pensando ai percorsi personali di molti dei leader e alla traduzione (o declino) in individualismo post-liberale di molte delle parole d’ordine di quella stagione.

Quanto alla piazza, e all’uso della forza, Pasolini non esita a definire – in quell’incontro di Torino – i poliziotti dei «sicari» del potere, che però non serve semplicemente escludere e additare all’odio. 

Perché essi sono elementi di un potere complesso e da decodificare: dunque, la loro condotta si deve «capirla, discuterla, analizzarla, non avere un atteggiamento razzistico di rifiuto e di esclusione».

Ma altre suggestioni, non limitate a quei pochi versi proditoriamente ancora oggi citati, Pasolini ci offre a partire da quella poesia.

Si potrebbe dire che egli teme una piazza fatta della somma di individualità dei “contro”, amando invece l’idea di una comunità realizzata da individui che rinunciano a qualcosa di sé destinandosi a un’impresa collettiva, quella comunità che egli vede nel Partito che allarga i suoi confini.

Ma che costituisce nient’altro che la filigrana dei primi quattro articoli della Costituzione, nei quali il compromesso altissimo realizzatosi nell’Assemblea Costituente colloca le parole-chiave della rinuncia all’individualismo cieco intesa come pilastro della società democratica: il lavoro come fondamento della Repubblica e come strumento di necessario concorso al progresso sociale, la solidarietà e la vita nelle formazioni sociali come dovere e momento essenziale di realizzazione della personalità, l’eguaglianza sostanziale come moto collettivo repubblicano.

In questa prospettiva non si può dimenticare il ragionamento generale di Pasolini sul malessere sociale che accompagna il ’68 in Italia: stagione che diventa strada impervia - e per taluni aspetti perversa - di un accesso alla modernità alla fine destinato a produrre la drammatica mutazione antropologica intravista e prevista nei dialoghi su Vie Nuove all’inizio degli Anni ’60 e potentemente scandagliata nei suoi ultimi scritti.

Visto dall’altro versante, quello del potere, il viaggio che si può immaginare è quello verso un esercizio del potere rispettoso delle infinite diversità, lieve, non abusante in nome della proclamata necessità di sé.

E’ un ulteriore aspetto del valore della persona che Pasolini offre, in un altro contesto, nel suo cinema di poesia: è un messaggio in più, da cogliere e da discutere nella rassegna dei volti dei fermati dalla polizia in Accattone (che Nico Naldini definisce, non a caso, «film di fisionomie»), ma anche nei piani di ripresa de La commare secca, la gemma che Pier Paolo Pasolini regalò all’esordiente Bernardo Bertolucci.

L’esercizio della coazione che il diritto consente ai legittimi detentori della forza, ci dicono quelle opere, è sempre esposto al rischio dell’eccesso; e la rottura finale degli argini democratici produce il “fascismo concreto” esercitato sui corpi di Salò.

In un ulteriore piano narrativo l’uniforme dei corpi armati diventa manifestazione massima di omogeneità esteriore; la fisionomia manifestazione massima delle diversità interiori.

Con quella poesia, attribuendo ai poliziotti schierati a Valle Giulia «il loro modo di esser stati bambini e ragazzi / le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui / … / la madre incallita come un facchino, o tenera / per qualche malattia, come un uccellino; / i tanti fratelli; la casupola / tra gli orti con la salvia rossa …» toglie loro le uniformi e a ciascuno di essi regala una fisionomia. 

Per andare oltre, in positivo; ma, come sempre, senza fare sconti a nessuno: in fondo uno dei poliziotti di Valle Giulia avrebbe potuto essere stato quello «sbracato come un guappo» che non capiva la pietà e la vietava a coloro che volevano portarla a Zucchetto, morto sulla strada e «a chi s’accostava troppo gridava ‘fuori dai coglioni!’» (A un Papa, 1959).

La pigra citazione rinnova il torto al poeta, che potremmo sentire ancora oggi usare le parole di allora: «portato in un rotocalco, rotolato attraverso i media, è rimasto un solo concetto, che ha alienato il mio prodotto: io sono con i poliziotti, tutto lì..!».

Pasolini ci invita invece a osare ciò che è più difficile ai nostri occhi contemporanei: chiedere che i partecipanti ai movimenti politici e sociali rinuncino alle individualità per assumere coscienza e dimensione realmente collettiva; che i componenti dei corpi dello Stato legittimi detentori della forza rimangano utilmente critici, sapendosi cittadini tra i cittadini (non dunque le polizie uniformate, categorizzanti - lo straniero, il tifoso, il sovversivo, lo studente, il rompipalle – e stigmatizzanti).

Ma quando manifesta ai giovani di Valle Giulia il timore di vederli con «occhio cattivo…paurosi, incerti, disperati» eppure capaci di essere nello stesso tempo «prepotenti, ricattatori e sicuri» egli percepisce e descrive, attraverso i decenni, come se ci fosse contemporaneo, lo sciocco «urlo contro» dei compulsivi del Web e la piazza individualistica, che non si propone come consapevole manifestazione collettiva ma come somma di individui, che vogliono essere belli, colorati, farsi il selfie e magari mettersi in vista di telecamera.

E, ancora una volta, Pasolini parla al nostro tempo, è nel nostro tempo.

05/03/2022
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Valle Giulia, oggi

Nel centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini una riflessione sul valore profetico delle sue parole, non sempre correttamente interpretate, sulle manifestazioni studentesche del 1968: con uno sguardo alla contemporaneità e al problema delle forme e degli scopi del diritto di manifestare.

05/03/2022