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<i>Opera senza autore</i>, un film di Florian Henckel von Donnersmarck
Magistratura e società
Opera senza autore, un film di Florian Henckel von Donnersmarck
di Paola Perrone
già presidente di Sezione della Corte d'appello di Torino
Come ne Le vite degli altri, anche in quest'opera l’autore riesce a dipingere, attraverso la storia di singole persone, la Storia di un’intera nazione dilaniata e stravolta dalle leggi dittatoriali passate da quelle naziste a quelle filosovietiche
<i>Opera senza autore</i>, un film di Florian Henckel von Donnersmarck
Il film è stato presentato in concorso al 75esimo Festival di Venezia

Le giovani generazioni di tedeschi non smettono ancora di fare i conti col proprio passato. Gli orrori del Nazismo rimangono al centro ancora oggi della loro introspezione, anche se i responsabili fanno parte di generazioni ormai passate.

Questo bellissimo film si inserisce in una ormai lunga tradizione di opere in cui la rievocazione della dittatura non ha mai una tentazione riduttiva o consolatoria ma viene invece sentita ancora immanente e propria.

Chi ha visto lo splendido Le vite degli altri del 2006 ambientato nella Ddr conosce già il rigore e la capacità emotiva di Florian Henckel von Donnersmarck, che anche qui svolge il ruolo di regista e sceneggiatore.

Anche in questo film l’autore riesce a dipingere, attraverso la storia di singole persone, la Storia di un’intera nazione dilaniata e stravolta dalle leggi dittatoriali passate da quelle naziste a quelle filosovietiche.

Protagonista di questa storia, che comincia negli anni ‘30 a Dresda, è Kurt, bambino che ha una spiccata sensibilità per la pittura e che perciò viene accompagnato in visite ai musei dall’adorabile zia Elisabeth; anche lei ha una profonda passione per l’arte, che si intreccia con la malattia mentale; solerti medici nazisti la segnalano come schizofrenica e le sue sorti sono segnate a partire dal distacco straziante dalla famiglia fino alla morte nelle camere a gas. È l’Eutanasia dei nazisti, voluta e programmata scientificamente dallo stesso Hitler per far posto negli ospedali ai soldati tedeschi feriti che nel frattempo arrivavano dal fronte perdente della guerra mondiale [1].

L’occhio di Kurt torna a diventare l’obiettivo del regista nell’osservare attonito un altro momento topico della guerra, il bombardamento a tappeto di Dresda sferrato dagli Alleati nel febbraio del 1945: la famiglia è infatti sfollata su una collina vicina alla città e da quel pulpito il ragazzino vede arrivare e annerire il cielo un numero sconfinato di bombardieri inglesi e americani che letteralmente annientano con più ondate edifici e migliaia di persone. La scelta di questo episodio di guerra non ci sembra casuale: il bombardamento a tappeto di una intera città fino ad allora rimasta indenne dalla distruzione, bombardamento dettato da strategie militari e del tutto indifferente al carico di morti che avrebbe provocato sulla popolazione civile, mostra come il regista non nasconda orrori anche sul fronte opposto della guerra. Ritorna in mente l’attonita disperazione narrata da Kurt Vonnegut nel suo Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini, libro del 1969, quando il protagonista, giovane soldato americano fatto prigioniero dai tedeschi e portato a Dresda, esce indenne dal mattatoio ove era stato ristretto e vede tutto l’indiscriminato disastro che il bombardamento ha prodotto. E sono ancora occhi innocenti di bambino quelli che ci riportano la distruzione di Berlino in Germania Anno Zero di Roberto Rossellini, capace di raffigurare senza steccati mentali già nel 1948 gli orrori tutti della guerra.

Ritroviamo poi Kurt, artista dell’accademia della Ddr, assistere ad una lezione di arte che, inneggiando alla cultura del popolo contro l’arte degenerata e decadente dell’Occidente, riecheggia quelle stesse espressioni che gli erano arrivate durante una visita al museo nella sua infanzia sotto il nazismo. Anche qui: il regista non omette di sottolineare le assonanze di regimi formalmente avversi.

Kurt riuscirà poi a sfuggire alla Ddr e ad entrare nella Berlino occidentale, pochi mesi prima dell’erezione del Muro nel 1961, e qui si darà alla ricerca della sua più profonda vena artistica. Sembra che la parte migliore del film sia proprio questa perché, non senza tentennamenti, l’artista riesce infine a ricostruire, attraverso la sensibilità dell’arte e le suggestioni della memoria, la realtà storica della propria famiglia, riuscendo ad identificare l’autore dell’uccisione dell’adorata zia.

La narrazione scorre veloce ed emotivamente appassionante in tutte le tre ore di durata del film e davvero si esce più ricchi dopo la sua visione: i giovani tedeschi non hanno paura di guardare profondamente in sé e nelle proprie storie e comunque comprendono che non vi può essere per loro una nuova vita se non ripercorrendo tutti gli orrori del passato. Infatti non sembra un caso che, solo dopo aver mostrato al pubblico tutti i quadri rievocativi della propria storia personale e familiare, faccia la comparsa nel film il figlio di Kurt.



[1] Vds. P. Perrone, Storia dell’Aktion T4: l’”eutanasia” nella Germania nazista 1939-1945, in questa Rivista on-line, 30 settembre 2017, http://questionegiustizia.it/articolo/zavorre_storia-dell-aktion-t4_l-eutanasia-nella-germania-nazista-1939-1945_30-09-2017.php.

27 ottobre 2018
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