Magistratura democratica
Magistratura e società

"Le grandi dimissioni"

di Sandra Burchi
P.H. Doctor in History and Sociology of Modernity / University of Pisa

La recensione al volume di Francesca Coin, edito da Einaudi (2023)

La chiamano “The Great Resignation”, perché evoca “The Great Depression”, la grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso. In italiano si può tradurre con “le grandi dimissioni” il fenomeno che descrive un grande movimento di persone che sta lasciando un lavoro per farne un altro. Era maggio 2021 quando il professore di management della University College London (UCL) Anthony Klotz coniò questo termine per descrivere un imminente cambiamento nel mercato del lavoro. Durante l’estate negli Stati Uniti si cominciò a registrare un numero di dimissioni mai visto prima, soprattutto tra i lavoratori tra i 30 e i 45 anni. Secondo lo US Bureau of labor statistics, negli Stati Uniti venti milioni di persone hanno dato le dimissioni a partire dalla primavera del 2021.

In Italia secondo la Nota trimestrale del Ministero del lavoro ci sono state 485mila dimissioni volontarie nel secondo trimestre del 2021, un dato che indica un aumento dell’85,2% rispetto al 2020. La crescita tendenziale delle dimissioni volontarie è cominciata nel 2016, come dicono i dati dell’Osservatorio del precariato Inps sulle cessazioni dei rapporti di lavoro per dimissioni, con l’unica eccezione del 2020, cioè in piena pandemia. 

I dati sulle dimissioni devono ancora essere letti e indagati. Nel frattempo in Italia si è aperto un dibattito che si è polarizzato tra chi sostiene che i dati vanno letti in relazione a un turn over che si aperto nella fase di ripresa post-pandemica, secondo cui le persone si dimettono perché trovano lavori migliori[1], e chi sostiene, come Francesca Coin, che si tratti di un «nuovo rifiuto del lavoro» e che proprio la pandemia abbia avuto l’effetto di motivare le persone a rifiutare le pessime condizioni che hanno caratterizzato negli ultimi decenni il mercato del lavoro globale. 

Il libro di Francesca Coin Le grandi dimissioni a pochi mesi dalla sua pubblicazione è alla quarta ristampa. Non è strano. Le riflessioni aperte in questo libro parlano di un cambio epocale e non è esagerato dire che rovesciano il tavolo. Se per anni chi ha guardato le trasformazioni del lavoro da un punto di vista critico non ha fatto altro che descrivere sempre più minuziosamente l’esacerbarsi delle condizioni di sfruttamento, visibili e invisibili, che hanno obbligato lavoratori e lavoratrici a un adattamento progressivo e ai limiti della decenza, appare liberatorio che si cominci a parlare di chi pratica, fra mille contraddizioni, quella che Coin nomina come «l’arte della sottrazione». 

Non si tratta di una soluzione, su questo Coin è chiara. Il «nuovo rifiuto del lavoro» va letto come un sintomo, più precisamente «il sintomo della fine dell’epoca in cui regnava la speranza che il lavoro consentisse di realizzare i nostri sogni di emancipazione, mobilità sociale e riconoscimento» sul piano individuale e che fosse lo strumento principale per «salvare il mondo dalla fame e dalla povertà» sul piano sovra-individuale. 

Questo sistema è rotto, scrive Coin, e «chi lascia il lavoro non lo fa perché può permetterselo, lo fa per sopravvivere, lo fa perché non ce la più».

C’è qui tutto il tema della soggettività neoliberista, una soggettività che si è voluta autoimprenditiva, capace (anzi obbligata) a reagire in maniera positiva alle difficoltà, capace (anzi obbligata) ad assumersi tutti i rischi e prendersi tutte le responsabilità ricevendo in cambio salari sempre meno adeguati e diritti sempre più evanescenti. 

Nelle dimissioni volontarie Coin legge i segnali che parlano dell’incepparsi di questo tipo di soggettività, un progressivo cedere alla realtà da parte dei tanti che hanno provato, con grande fatica, a reggere situazioni insostenibili. 

Non è la caricatura di chi cambia vita, vende tutto e fa il giro del mondo in barca a vela. 

Le strategie di exit che segnala Coin si modulano prima di tutto come il rifiuto di una fatica eccessiva e non ricompensata, quella di chi lavora sempre e «nonostante questo non riesce a racimolare i soldi sia per l’affitto che per la cena» (tutto il tema del lavoro povero parla di questo). Fatica che in molti casi include una sofferenza silenziosa, non legittimata socialmente, che spesso si riconosce troppo tardi come nei casi dei burnout o dei suicidi.

Sono strategie di exit da quella economia della promessa in cui sono stati intrappolati tanti e tante lavoratrici, professionisti, anche imprenditori, un exit che prende tante forme e può avvenire in maniere diverse dal quiet quitting, (il fare di meno), all’attenersi alle proprie mansioni (c’è molto sciopero bianchi nei lavori ad alto stress), all’autoriduzione dell’orario, alla richiesta di smart working, al prepensionamento, o anche dal cercare un altro lavoro senza nessuna certezza di trovarlo.

Proprio perché è l’ intero modello produttivo che appare irriformabile, i singoli si fermano sul limite, sul rendersi evidente della impossibilità di andare avanti. Non è una scelta, in senso classico, è un chiamarsi fuori, come da una partita in cui le regole del gioco si rivelano senza senso. 

È fermarsi rispetto all’idea di dovercela fare, nonostante tutto. 

Il libro avanza muovendosi in vari contesti, presentando movimenti e storie individuali che mostrano l’esaurirsi del sistema ideologico che ha accompagnato la destrutturazione e la ristrutturazione del mondo del lavoro negli ultimi decenni. Non si sono prodotte a caso l’idea di merito, di investimento, di competizione, né le strategie aziendali che muovono su temi come l’amore per il lavoro, il sentirsi in famiglia, la spesa di sé, la fedeltà, la dedizione. 

Coin mostra che non solo negli Stati Uniti ma in contesti molto diversi, come la Cina o l’India sono nati negli ultimi mesi movimenti che si fanno portatori di una controcultura che mette in discussione non tanto l’etica del lavoro quanto l’ideologia dell’efficienza e della competizione. Movimenti che nascono per disincanto, come quello dei giovani cinesi, “let it rot” (lascialo marcire), che sostengono sia meglio sdraiarsi e lasciar marcire un sistema che non premia, con un lavoro adeguato, i sacrifici compiuti fin da bambini accettando i ritmi e i criteri di un sistema scolastico agonistico e totalizzante. 

La crisi pandemica manifestandosi come uno stop improvviso è stata «la cartina di tornasole di tutto ciò che non funziona nel mondo del lavoro», i sanitari e i lavoratori essenziali costretti all’eroismo, i telelavoratori alle prese con una delocalizzazione organizzata male e di fretta. Tutti hanno avuto modo di rendersi conto di «tutte le storture di un modello produttivo che funziona grazie all’operato delle persone meno pagate e meno tutelate» o alle acrobazie di chi si assume responsabilità impreviste e multiformi. La pandemia, inoltre, ha fatto emergere il rimosso del nostro sistema sociale: il limite, la malattia, la morte, la vulnerabilità. Il corpo sociale si è riconosciuto nella sua fisicità e incastrato in un modello di sviluppo che devasta il pianeta e consuma insensatamente le risorse. La questione ecologica non è mai stata così concreta e tale da essere vissuta da tutti nella normalizzata scarsità di risorse personali, prima di tutte quella di tempo e poi di legame sociale. 

All’interno di questo quadro i singoli individui, nella difficoltà di riferirsi a possibili riforme del sistema, hanno cominciato a sottrarsi. Sottrarsi non vuol dire necessariamente compiere rivoluzioni, rotture, individuare nuove strategie, vuol dire esattamente questo: sottrarsi, sfilarsi, mettersi in salvo, de-celerare, prendere tempo. 

Francesca Coin è attenta a mettere in relazione le dimissioni volontarie registrate negli ultimi mesi con il deterioramento progressivo delle condizioni di lavoro e con gli effetti della pandemia in termini di ri-orientamento delle scelte individuali.

Il libro procede per rovesciamenti, mostrando il lato critico del modo in cui molti temi e hanno tenuto occupato l’opinione pubblica. Per farlo sceglie il punto di vista soggettivo: se non ci si inoltra nelle vite quotidiane delle persone che lavorano in quei settori in cui la disaffezione è più evidente, non si capisce come mai, in un paese come l’Italia a forte disoccupazione, in molti settori si fa fatica a reperire personale, né si capisce che il reddito di cittadinanza era una toppa necessaria e non una scappatoia in tempi di lavoro povero. Coin parla chiaramente di «anomalia italiana», in un capitolo in cui mette in luce questa apparente contraddizione. È il rapporto soggettivo delle persone con il lavoro, spiega Coin, che è cambiato, ed è cambiato da tempo. Si è rotto l’incantesimo per cui ora appaiono più evidenti tutti quei fattori che creano disaffezione: cultura del lavoro tossica, mobbing, bullismo, turni massacranti, salari scarsi e insufficienti, scarsa sicurezza del e sul lavoro. Condizioni che diventano insostenibili per i singoli e di cui ormai si occupano anche le aziende, mobilitando gli esperti di management in ricette che cercano di evitare le fughe del personale. 

Nel febbraio 2022 il rapporto sulle dimissioni della Fondazione dei consulenti del lavoro offriva un’analisi che mostra bene che a lasciare il lavoro sono anche quelli che non possono permetterselo: al momento di lasciare il proprio lavoro, quelli non hanno un’alternativa sono il 44,7% del totale. 

A livello settoriale la maggioranza delle dimissioni si concentra nei servizi (69,4%), in particolare nel commercio e nelle attività di alloggio e ristorazione. Il comparto sanitario risulta coinvolto con il 7,1% del totale delle dimissioni. Il rapporto della Fondazione mostra che se una metà di quelli che lasciano il lavoro approfittano della mobilità che si aperta nel proprio settore, l’altra metà lascia per scontento, per esaurimento delle forze e del tempo a disposizione per cambiare la propria vita: molti fra quelli che lasciano il lavoro senza avere niente in mano sono over 50 e molte sono le donne, schiacciate più degli uomini dai sistemi di scoraggiamento.

Bisogna ascoltare i quitters , scrive Coin, lasciarsi raccontare da loro cosa ha reso necessario apprendere l’arte della sottrazione. Di questa arte i rudimenti sono solo apparentemente semplici. 

Pensare che non sia più solo il lavoro a qualificare una persona, significa ribaltare tutto il sistema che ha portato fin qui un’intera civiltà che, per smarcarsi dall’antico regime dei privilegi, ha preteso di fondarsi sul lavoro, ma ha completamente perso l’orizzonte che permette di inquadrarlo nella giusta prospettiva, a servizio della vita, e non viceversa.

Nelle conclusioni Coin segnala quattro ordini di ragioni che spingo le persone a lasciare il lavoro e che tengono insieme esperienze distinte: 1. Tagli all’organico, ai tempi morti, ai costi; 2. Uno estensivo dei contratti precari, part time o in nero, processi di esternalizzazione che portano salari e diritti vicino allo zero; 3. L’esasperazione del clima di controllo, sorveglianza e pressione nei luoghi di lavoro; 4. Una cultura antisindacale trasversale al mondo del lavoro. 

Certo abbandonare il lavoro è un atto individuale, e spesso «può portare da un inferno a un altro», ma quel gesto oltra ad avere un effetto liberatorio, delegittima un modello produttivo, quello che «cerca di strizzare acqua da un asciugamano asciutto». 

Il nuovo rifiuto del lavoro non è la soluzione, ma accende i riflettori su tutte le soluzioni fallimentari intraprese fin qui, normalizzando un capitalismo estrattivo che crea ricchezza sull’esaurimento del pianeta e delle persone, e rendendo normativa l’ideologia necessaria per resistere al suo interno. 

Nel libro non mancano le proposte, anzi ce un vero e proprio elenco: «perché una relazione esista, è necessario ascoltare il lavoro: alzare i salari, aumentare gli organici, la sicurezza del e sul lavoro, introdurre un salario minimo legale, contrastare il lavoro sommerso e il dumping contrattuale, introdurre un congedo genitoriale paritario e nuovi servizi per l’infanzia, abolire tutte quelle forme di lavoro gratuito che abituano gli studenti a lavorare gratis. Bisogna, inoltre, potenziare le misure di welfare universalistico, perché migliorare la qualità del lavoro significa anche consentire alle persone di dire no al lavoro povero» (pag. 274).

Coin non manca di dire, in chiusura, che la soluzione è la lotta (lo fa citando il collettivo GKN) ma lo ha fatto nel corso di tutto il libro lottando senza sosta per rappresentare la condizione di chi non ce la fa più, e ne ha tutte le ragioni.


 
[1] Solo un esempio: Tiraboschi, Brunetta, Grande dimissione: fuga dal lavoro o narrazione emotiva? Qualche riflessione su letteratura, dati e tendenze, Adapt Working Paper n.6/2022.

 

14/10/2023
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