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di Donatella Stasio
Giudici eroi o grandi giudici?
Giudici eroi o grandi giudici?
Nell’attuale contesto storico-politico, i magistrati rischiano di diventare gli “eroi” di una democrazia e di una giustizia in perenne crisi, anziché i protagonisti di una battaglia politica, culturale, giuridica per abbandonare il populismo e rispecchiarsi unicamente nei principi della Costituzione

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

continua

A pagina 87 di Vite che non sono la mia (Einaudi, 2011), Emmanuel Carrère racconta di essere stato colpito dall’orgoglio con cui Etienne Rigal, giudice di pace, gli aveva detto di sé e di Juliette: «Siamo stati dei grandi giudici».

Carrère è perplesso all’idea di associare la grandezza al mestiere di giudice, per di più di giudice di pace. Si sforza di ricordare figure di grandi giudici, ma gli viene in mente soltanto qualche nome legato a qualche caso mediatico, come Eva Joly. Peraltro, tutti giudici istruttori e non di udienza. «Ci si può immaginare un grande avvocato – scrive – ma non un grande giudice di pace, per di più competente di pratiche di modesto rilievo: muri divisori, curatele, affitti insoluti. Diciamo che a priori non mi faceva sognare».

Etienne e Juliette sono due giudici “militanti”, si direbbe a leggerne la descrizione. In realtà sono soprattutto due giudici che hanno assunto su di sé la responsabilità di essere “uomini sociali”, per dirla con Piero Calamandrei, che hanno combattuto tenacemente una scomoda battaglia di diritto, divenuta politica, e l’hanno vinta, facendo così cambiare la legge francese sulla preclusione, ampliare la funzione del giudice e “alleggerire in piena legalità i debiti di decine di migliaia di poveracci”. «È meno spettacolare dell’abolizione della pena di morte ma è sufficiente per dirsi – osserva Carrère – che si è serviti a qualcosa, e anche che si è stati dei grandi giudici».

Ed è così, effettivamente.

Sia chiaro: niente, di loro, rimanda alla retorica dei “tanti giudici che lavorano in silenzio” o al pluricelebrato modello del giudice-algoritmo, giudice-bocca della legge, giudice-burocrate, che sembra tornato in voga.

Anzi.

Non a caso la politica non ama il grande giudice, ma ne diffida.

Preferisce il “giudice eroe”, o rappresentato dai media e percepito dall’opinione pubblica come tale. Un marchio di fabbrica che, alla bisogna, garantisce consensi nel vuoto politico alimentato dall’antipolitica.

La storia conosce molti casi di giudici “eroi” corteggiati e contesi politicamente, acclamati dalle piazze, evocati come “il verbo” nelle aule parlamentari, celebrati come star in convegni politici, trasformati in simboli ora della lotta alla corruzione ora del contrasto alla mafia. Giudici spesso usati, strumentalizzati, e poi dimenticati.

Questo “eroismo” giudiziario – al netto delle diverse storie professionali e delle differenti “proposte politiche” di chi di volta in volta lo rappresenta – spesso riflette un sentimento populista ma, soprattutto, un risentimento collettivo verso il potere, i governi, la politica. Risentimento che, da Berlusconi in poi, ha divorato fette sempre più ampie di opinione pubblica, ma anche di partiti, senza mai trovare solidi argini, neppure istituzionali.

C’è insomma una sorta di gioco di specchi, che racconta molto di più di quanto contengano i “programmi politici” dei giudici eroi (anche se le parole di un “giudice eroe” hanno un impatto che non va mai sottovalutato). Quel gioco di specchi racconta, in particolare, il bisogno collettivo di un’immagine “eroica” della giustizia i cui tratti identificativi sono risentimento, piglio inquisitorio, pan-punitivismo, colpevolismo, mentre i diritti hanno un ruolo assolutamente marginale, in certi casi destabilizzante per la credibilità di quell’immagine.

Giorni fa, durante un corso della Scuola della magistratura, è stato molto interessante ascoltare la psicoanalista Simona Argentieri sulle fantasie che i cittadini proiettano sui magistrati, in modo conscio o inconscio. Sono di due tipi, ha spiegato: persecutorie e idealizzanti. Nel primo caso proviamo «paura, sensi di colpa, al di là della nostra cattiva coscienza, e tendiamo a nasconderci». Ma sono le seconde – le proiezioni idealizzanti – «le più pericolose, perché le carichiamo di enormi aspettative sull’idea di giustizia e di chi la somministra: aspettative infantili di vendetta o di risarcimento totale per ogni torto o danno subito». Argentieri ha poi aggiunto che le aspettative idealizzanti sono le più pericolose anche perché «lusingano, a loro volta, le fantasie di onnipotenza del giudice, e conducono inesorabilmente alla delusione». Con inevitabili riflessi sulla fiducia… .

Nell’immagine idealizzante del giudice si rispecchia anche un’ampia fetta della magistratura, ormai da tempo sull’orlo di una crisi di identità e di fiducia, e perciò tentata e attratta, se non da rassicuranti derive corporative e burocratiche, da quel riflesso “eroico” che sembra restituirle status e autorità, più che autorevolezza e legittimazione.

Ecco allora che dal gioco di specchi emerge la crisi generale di un sistema che, nelle sue diverse articolazioni, fatica a parlare il linguaggio della democrazia costituzionale per dimostrare la sua vitalità e riscattarsi da inerzie, populismi, corporativismi, illegalità diffusa, talvolta da cadute; che preferisce scorciatoie “eroiche” alla “grandezza” di un impegno quotidiano e “sociale”, che vivifichi le scomode regole della democrazia costituzionale, nessuna esclusa.

I magistrati, dunque, rischiano di diventare gli “eroi” di una giustizia, e di una democrazia, in perenne crisi di identità e di fiducia, anziché i protagonisti di una battaglia politica, culturale e giuridica che consenta al Paese di rispecchiarsi solo e soltanto nei principi della Costituzione. Forse è meno spettacolare, direbbe Carrère, ma è sufficiente per dire che si è serviti a qualcosa. E anche che si è stati dei grandi giudici.

Donatella Stasio

*In copertina un fotogramma tratto da La Corte (Christian Vincent, 2015)

15 giugno 2017
Israeliani e palestinesi: dalla repressione all’apartheid?
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di Nello Rossi
Il drammatico e infinito conflitto tra israeliani e palestinesi è caratterizzato da una costante: l’oppressione e la repressione dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese. Ma, accanto a questa tragica “costante”, che ha avuto un nuovo picco nei massacri di questi mesi, si sta verificando un fatto nuovo e diverso, e cioè la creazione di due diritti differenti per i due popoli che vivono in quell’area del mondo? Si è di fronte alla istituzionalizzazione, a danno dei palestinesi, di un vero e proprio regime di apartheid, bollato come un crimine dalle Convenzioni internazionali? L’articolo tenta di rispondere a questo interrogativo attraverso l’analisi dei molteplici comportamenti vessatori e discriminatori posti in essere dalle autorità israeliane e della “mens rea” del crimine di apartheid alla luce del diritto internazionale.
23 maggio 2018
Giustizia predittiva. La qualità della giustizia in due tempi
Giustizia predittiva. La qualità della giustizia in due tempi
di Claudio Castelli* e Daniela Piana**
La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.
15 maggio 2018
Monza e la Brianza scommettono sull’articolo 27 della Costituzione 
e investono sulla risocializzazione dei detenuti per migliorare la sicurezza
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di Donatella Stasio
Contro la demagogia che ha portato alla paralisi della riforma penitenziaria, il 14 maggio, nel Tribunale di Monza, verrà firmato un Protocollo d’intenti tra giudici, pm, carcere, imprese, avvocati, commercialisti, Comune, Provincia, Prefettura, ufficio dei minorenni, per la creazione di una Rete che favorisca, attraverso formazione, lavoro, cultura, il reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti, anche minorenni.
11 maggio 2018
Se telefonando...
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di Giuseppe Cascini, Elisabetta Cesqui, Valerio Spigarelli
Dialogo a più voci sulla riforma delle intercettazioni
7 maggio 2018
“Autonomia e indipendenza sotto attacco”? Toghe contro toghe in un gioco (quasi) al massacro
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La narrazione della magistratura e del suo autogoverno affidata a libri, talk-show e media è di tale gravità e violenza da configurare un’emergenza democratica. Ma è davvero così? O è solo il frutto del clima elettorale e di vicende personali drammatizzate? Il rischio, però, è la perdita di credibilità della giurisdizione. Che è un bene comune e non dei soli magistrati.
26 aprile 2018
Organizzazione giudiziaria e autonomia della giurisdizione: il ruolo del Consiglio superiore della magistratura ed il rapporto con il Ministero della giustizia
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di Antonello Ardituro
L'articolo è tratto dall’intervento tenuto al seminario “Le risorse per l’organizzazione e l’organizzazione delle risorse” organizzato dal coordinamento nazionale di AreaDG il 23 febbraio 2018 a Roma (Sala della biblioteca della Procura generale presso la Corte d’appello)
17 aprile 2018
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di Mario Ventrone
Dal Tribunale voluto da Lelio Basso arriva l’ennesima denuncia di illegittimità ed inopportunità etico-politica delle misure apprestate in Europa negli ultimi anni per bloccare il flusso di migranti. Un monito che riguarda tutti.
11 aprile 2018
Carcere e intercettazioni: la magistratura sia protagonista del cambiamento
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di Donatella Stasio
Le due riforme sono in bilico e solo nei prossimi giorni se ne conoscerà la sorte. A rischio soprattutto le nuove norme sugli ascolti, anche per il largo fronte contrario, che va da Lega e 5 Stelle a magistrati, avvocati e stampa
6 aprile 2018
Imputabilità: esigenza di maggiore linearità nelle prassi applicative degli articoli 97 e 98 del codice penale
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di Ennio Tomaselli
Partendo da casi di cronaca, si approfondiscono problematiche sulla valutazione giurisprudenziale dell’imputabilità ex art. 98 cp, anche alla luce di dati statistici recenti. Si discute, in particolare, della correttezza formale e dell’opportunità, rispetto anche ad esigenze di chiarezza e credibilità dell’agire istituzionale, di pronunce dichiarative di non imputabilità in concreto non precedute da una valutazione collegiale e specializzata. Si segnala anche recente giurisprudenza di legittimità relativa agli infraquattordicenni, non imputabili ex lege, e si conclude sottolineando l’importanza che la giurisprudenza in questa materia, cruciale sul piano concettuale e sistematico, sia sempre più coerente con l’esigenza di una giustizia comunque a misura delle persone di minore età.
27 marzo 2018
Il “ruolo sociale” del giurista impone una comunicazione più inclusiva*
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di Donatella Stasio*
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23 marzo 2018

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

Con questa collaborazione Magistratura democratica e Questione Giustizia hanno scelto di aprire, sui siti on-line, una finestra sull’esterno dalla quale scorgere con più attenzione e consapevolezza cosa accade fuori dalla magistratura e dalla quale essere visti, osservati, criticati anche radicalmente.

In linea con le indicazioni venute dal congresso di Bologna del novembre 2016, abbiamo scelto, da un lato, di rivitalizzare un metodo di confronto ed elaborazione e, dall’altro, di arricchire il dibattito interno alla magistratura, tenendo viva l’attenzione verso le più complesse dinamiche della società in cui si inserisce l’intervento giudiziario. Siamo infatti consapevoli che solo questa attenzione può contrastare dinamiche di chiusura e di autoreferenzialità della magistratura, da ultimo riemerse anche nel confronto associativo.

 

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Monza e la Brianza scommettono sull’articolo 27 della Costituzione 
e investono sulla risocializzazione dei detenuti per migliorare la sicurezza
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Contro la demagogia che ha portato alla paralisi della riforma penitenziaria, il 14 maggio, nel Tribunale di Monza, verrà firmato un Protocollo d’intenti tra giudici, pm, carcere, imprese, avvocati, commercialisti, Comune, Provincia, Prefettura, ufficio dei minorenni, per la creazione di una Rete che favorisca, attraverso formazione, lavoro, cultura, il reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti, anche minorenni.
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