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Ultima cena a Dacca
Magistratura e società
Ultima cena a Dacca
di Andrea Venegoni
Magistrato di tribunale destinato alla Corte di cassazione
Un ricordo e un pensiero per tutti gli italiani partiti a esplorare il mondo

Viviamo tempi difficili. Gli scenari internazionali sono quanto mai incerti, non solo per gli effetti della Brexit, con conseguente rischio di destabilizzazione dell’Unione Europea e del Regno Unito, ma anche per i numerosi e recenti attentati terroristici che hanno ancora seminato centinaia di morti, dalla Turchia all’Iraq, dall’Arabia Saudita alla strage di Dacca.

Gli scenari interni, poi, - per quanto sia ancora possibile, in questo mondo globale, distinguere tra fenomeni nazionali e sovranazionali -, sono ugualmente carichi di incognite: la crescita economica è lenta, il nostro debito pubblico continua a rimanere un macigno che pesa sulla nostra economia e per il quale, prima o poi, rischiamo di dovere subire imposizioni di soluzioni – dolorose – dall’esterno, la situazione delle banche è sotto gli occhi di tutti, la borsa italiana ha perso dall’inizio dell’anno qualcosa come il 25%.

In sostanza, una persona adulta di buon senso e di media attenzione al mondo che ci circonda, sia che rivolga il proprio sguardo al di fuori del nostro Paese che all’interno, può avere legittimamente svariati motivi di preoccupazione.

In questo quadro si è inserita, come ricordavo prima, la strage di Dacca, un evento particolarmente efferato e sanguinario che ha toccato da vicino noi italiani, il quale, sempre per chi segua gli eventi che ci circondano, non può non avere appesantito ulteriormente gli spiriti e turbato le menti.

Sui risvolti giuridici di quanto avvenuto si potrebbe discutere a lungo: dalla necessità, sul piano sostanziale, di una normativa antiterrorismo che permetta di prevenire e reprimere questi fatti, ma con il rischio di prevedere fattispecie di reato molto vaghe e generiche, in contrasto con i principi del nostro ordinamento, al riproporre, sul piano processuale, la necessità di un più forte coordinamento tra le intelligence dei vari Paesi e le autorità di polizia e giudiziarie per prevenire simili episodi, di cui si era già parlato dopo i fatti di Parigi, al possibile conflitto di giurisdizione, adesso, tra Italia e Bangladesh, dato che in entrambi gli Stati è aperto un procedimento penale.

Di questa tristissima vicenda, tuttavia, mi piace cogliere un aspetto particolare, forse un dettaglio per i più insignificante, non di rilevanza tecnico-giuridica, ma di vita reale: il contesto in cui la strage è avvenuta, una cena di italiani in un paese straniero, molto lontano dal nostro non solo geograficamente ma anche per cultura, in un ristorante per internazionali che cercava di riprodurre cibi e tradizioni dei vari Paesi di provenienza degli stessi.

Da quanto si è letto sui giornali, infatti, quello era forse l’unico luogo a Dacca dove si poteva fare una classica colazione italiana, con cappuccino e cornetto, ovviamente impensabile nel resto della città, e dove alla sera si poteva cenare con piatti che probabilmente richiamavano anche quelli della nostra tradizione.

Sembra un dettaglio irrilevante, lo so e lo ripeto, ma tale non è per chi quella scena abbia avuto occasione di vivere in prima persona e ripetere centinaia di volte, nei vari posti dell’Europa e del mondo in cui abbia avuto occasione di lavorare.

Questo, infatti, è quanto avvenuto al sottoscritto ed ai vari colleghi che hanno avuto l’avventura di lavorare stabilmente all’estero, in particolare in missioni o comunque in contesti internazionali.

Per me, in particolare, questo ha voluto dire tornare con la mente alle cene nei vari ristornati italiani di Pristina, in Kosovo, dove ci si ritrovava alla sera, dopo una giornata di lavoro trascorsa a parlare e scrivere in inglese con persone di mezzo mondo, con gli altri italiani che operavano sul posto.

Si creavano così spontaneamente tavolate che erano un caleidoscopio della realtà italiana e delle varie professionalità del nostro paese: dai diplomatici di carriera ai primi incarichi, ai giovani operatori di ONG, dai funzionari di qualche ministero, - dei quali poi ti chiedevi quale fosse il reale compito -, ai poliziotti o carabinieri che solo lì potevano godere di qualche ora di pausa dai loro difficili compiti di intelligence e prevenzione, ai giovani funzionari di organismi internazionali, per i quali il lavoro in Kosovo era spesso il primo contrattino a tempo determinato di una lunga carriera internazionale, ciascuno con la sua specifica competenza: dalle pari opportunità, ai progetti di sviluppo agricoli, alla riorganizzazione dell’anagrafe, alla edilizia penitenziaria.

Un miscuglio irripetibile anche in termini di provenienze geografiche: in quelle tavolate si riuniva veramente l’Italia senza distinzioni tra nord e sud, dalla ragazza pugliese al giovane veneto; persone diversissime per origine culturale, geografica ed estrazione sociale, che nelle ordinaria vita italiana probabilmente non si sarebbero mai incontrate.

Lì, a tavola, in quel Paese straniero così vicino ed allo stesso tempo così lontano dal nostro, invece, non esistevano più distinzioni: il magistrato non era più tale, ma, anche lui, un qualunque “quasi – giovane” ragazzo italiano che, parlando in libertà con gli altri davanti ad una pizza o ad un piatto di pasta, alla fine della giornata di lavoro, raccontava qualcosa del proprio mondo ed imparava qualcosa sui mondi degli altri.

Senza retorica, in quelle cene quotidiane si aveva veramente l’impressione di toccare con mano l’Italia migliore, l’Italia che si dà da fare e va a scrutare opportunità di lavoro all’estero, l’Italia curiosa, l’Italia che parla le lingue, che non si rinchiude nel proprio giardinetto e lo coltiva egoisticamente nella ricerca di qualche sicurezza e di qualche piccolo vantaggio, ma che si apre al mondo, che accetta le sfide e spesso le va a cercare, che si mette in gioco, sul piano professionale e personale, che apre la propria mente al contatto con mondi diversi dal proprio, anche se tutto ciò non solo non sarà riconosciuto, ma sarà anche pagato a duro prezzo, come è avvenuto in questa triste occasione.

Questo mi ha colpito della strage di Dacca, perché immagino, da quanto si è letto sui giornali, che i nostri connazionali caduti fossero persone così; persone positive, aperte mentalmente e intraprendenti, che non si sono adagiate su quanto già avevano o rassegnate alle difficoltà, ma che si sono rimboccate le maniche, anche e soprattutto nei problemi, e sono andate fino laggiù, chi più stabilmente chi di passaggio, per creare per sé e per i propri familiari una vita migliore, basata solo sugli sforzi del proprio lavoro.

Inutile nasconderlo; a me e, penso, a molti che hanno condiviso queste situazioni, l’analogia tra il contesto che abbiamo vissuto tante volte e quello di questo drammatico evento ha fatto emergere, a posteriori, forse per puro riflesso ed in maniera del tutto irrazionale, la sensazione di avere potuto correre qualche rischio in quegli scenari così complessi nei quali abbiamo operato e nei quali noi, come magistrati inquirenti, svolgevamo un ruolo di una certa delicatezza.

Chissà quante altre cene di italiani come quella di Dacca, e come le nostre di Pristina, si svolgeranno ancora in qualche Paese straniero, in uno dei migliaia di “Italian restaurant”, che pullulano in ogni angolo del mondo, nei quali, in realtà, gli spaghetti sono quasi sempre scotti, o conditi con una improbabile “bolognaise sauce” che del ragù nostrano non ha neppure l’ombra.

Chissà quanti italiani continueranno ad elaborarvi progetti, affari e, perché no, sogni, sogni di stare contribuendo a creare un mondo migliore; chissà quante conoscenze, quante amicizie vi nasceranno e si svilupperanno, amicizie forse non durature, ma che ti segnano per sempre; le persone che conosci in queste occasioni, non le dimentichi più.

La vita va avanti, con le sue preoccupazioni, ed il passare del tempo travolge molti ricordi e sensazioni, ma quella cena di italiani a Dacca, io, e, penso, come me gli altri italiani di Pristina, non la scorderemo facilmente.

 

15 luglio 2016
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