Magistratura democratica
Tutti ciechi, tutti imbelli, tutti corrivi, tutti incapaci di sognare e di parlar chiaro?

Una riflessione a margine delle dichiarazioni rese dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro

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Sicuramente è una grandissima operazione, abbiamo azzerato i vertici della ‘ndrangheta nella provincia di Vibo Valenzia …”.

È una giornata storica, non solo per la Calabria. Questa indagine è nata il 16 maggio 2016, giorno in cui mi sono insediato. Per me era importante avere una strategia, un sogno, una rivoluzione. Questo è quello che ho pensato il giorno del mio insediamento: smontare la Calabria come un trenino Lego e rimontarla pian piano”.

Queste, alcune delle dichiarazioni rese dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, all’indomani dell’esecuzione di 334 misure cautelari in Italia ed in altri Paesi europei nell’ambito di un procedimento della Procura da lui diretta.

E poi le cifre dell’indagine: oltre cinque milioni di fogli necessari per comporre i provvedimenti da notificare agli indagati; una richiesta di misure cautelari di 13.500 pagine; un’ordinanza del giudice per le indagini cautelari di 263; l’impiego di diversi camion blindati, partiti da una località segreta, per portare a Catanzaro la documentazione necessaria per l’operazione “ Rinascita Scott”.

Nel momento in cui scriviamo, del procedimento di Catanzaro non sappiamo nulla se non ciò che è stato direttamente detto alla stampa ed alla televisione dal Procuratore e quanto è stato riportato dai mezzi di informazione.

E nulla diremo del suo merito, aggiungendo che francamente non comprendiamo e non condividiamo affatto interventi, come quello del Procuratore generale presso la Corte di appello di Catanzaro, Otello Lupacchini, che – dopo essersi dichiarato all’oscuro dei contenuti del procedimento – non ha esitato a rivolgere generiche critiche alla qualità delle indagini della Procura di Catanzaro.

Ma delle “parole” usate per presentare le indagini, cioè dei contenuti e dello stile di comunicazione adottati dal Procuratore Gratteri, una rivista di magistrati ha il diritto ed il dovere di occuparsi subito, in attesa di seguire gli sviluppi della vicenda processuale.

Con la cautela ed il rispetto dovuti a chi è impegnato in un difficile lavoro ma anche con la cautela doverosa nei confronti dei giudici che saranno chiamati a decidere e con il rispetto necessario nei confronti dei cittadini destinatari dell’informazione fornita da un ufficio giudiziario.

La Calabria è una regione gravata dalla presenza di una organizzazione criminale – la ‘ndrangheta – pervasiva, feroce, dotata di enormi mezzi economici e capace di influenzare e condizionare l’economia e la vita delle istituzioni e della società civile. Lavorare nel giudiziario è un impegno strenuo, denso di rischi e pericoli, continuamente esposto ad insidie della più varia natura, che merita l’appoggio e la solidarietà di tutti gli altri magistrati e dei cittadini onesti.

Ma nonostante questo – o meglio proprio per questo – la Calabria non può essere considerata una “zona franca” nella quale la cultura e i principi che regolano il modo in cui gli uffici giudiziari spiegano e rendono conto all’opinione pubblica del loro operato, possano essere ignorati, cancellati, smentiti da chi ha il potere – dovere di informare.

Non è superfluo rievocare qui, in estrema sintesi, alcuni dei punti fermi e degli approdi di della riflessione collettiva svolta dalla magistratura nei suoi organismi internazionali e nazionali.

In nessun procedimento l’ufficio del pubblico ministero può presentare le sue indagini e le misure cautelari richieste ed eseguite come un risultato definitivo e risolutivo quando sa che esse sono l’inizio di un percorso processuale rimesso alle valutazioni dei giudici.

In nessun procedimento il pubblico ministero è legittimato a proporsi come il protagonista di un’opera di liberazione e palingenesi sociale – che “deve” essere compito delle forze vive e sane della società – giacchè il suo ruolo è quello di svolgere accertamenti specifici su fatti e persone in vista del processo nel quale, nel contraddittorio e dinanzi ai giudici, si formeranno le prove della colpevolezza o dell’innocenza di ciascun singolo imputato.

In nessun procedimento l’ampiezza della visuale investigativa – indispensabile quando si indaga su fatti di criminalità organizzata – e l’incisività delle indagini possono essere suggestivamente attestate dalla vastità, dai numeri, dalle pagine degli atti formati dal pubblico ministero.

Nella “società della comunicazione” queste elementari regole di condotta, queste buone pratiche di informazione non sono ipocrite convenzioni o inutili orpelli di cui un magistrato possa sbarazzarsi con noncuranza nell’ansia di proclamare la propria verità.

Se solo ci si ferma un attimo a riflettere si “vede” che esse – al pari delle regole del processo – salvaguardano valori vitali per il libero e corretto esercizio della giurisdizione penale: la piena libertà psicologica e morale dei giudicanti; l’esigenza di non additare colpevoli prima della pronuncia di sentenze; la consapevolezza dell’intera opinione pubblica che le indagini sono un tassello, importante ma inevitabilmente parziale, dell’opera di ricerca della verità e delle responsabilità destinata a svolgersi nel processo.

È per questo che esse, come si è prima accennato, sono state affermate e vengono costantemente ribadite nei documenti di organismi internazionali che riuniscono i pubblici ministeri ed i giudici europei, nel codice etico della magistratura italiana, negli scritti di autorevoli magistrati (primi tra tutti quelli di Procuratori della Repubblica che sono stati o sono alla guida dei più grandi uffici del Paese), nelle occasioni di formazione della Scuola della Magistratura.

Tutti ciechi, dunque, tutti imbelli, tutti corrivi, tutti incapaci di sognare e di parlar chiaro?

O piuttosto consapevoli, sulla base della cultura e dell’esperienza, che informare correttamente l’opinione pubblica nelle diverse fasi del procedimento e del processo è divenuto uno dei compiti essenziali della giurisdizione che richiede rispetto del proprio ruolo, parole appropriate ed equilibrate, un senso del limite che deriva dai beni fondamentali della persona incisi da ogni iniziativa giudiziaria, anche la più doverosa e meritevole?

Se – come noi crediamo fermamente – il pubblico ministero deve restare partecipe della giurisdizione e della sua cultura, non può estraniarsene quando si rivolge ai cittadini, inseguendo l’illusione del consenso ed abbandonando la via maestra della conquista della fiducia nelle istituzioni giudiziarie nel loro complesso.

Anche per questo ci sembra giusto non tacere di ciò che abbiamo visto e sentito.

28 dicembre 2019