home search menu
<i>Stepchild adoption</i>. Prove di resistenza
Leggi e istituzioni
Stepchild adoption. Prove di resistenza
di Stefano Celentano
Giudice, Tribunale di Napoli
A più di un anno dalla pronuncia della suprema Corte n. 12962 del 24 maggio 2016, l’istituto della stepchild adoption, come applicabile anche all’interno delle famiglie omosessuali, continua ad essere oggetto di studio ed elaborazione giurisprudenziale da parte delle corti di merito. Tre recenti pronunce ne garantiscono la piena tenuta, seppur con differenti argomentazioni e spunti critici rispetto all’applicazione concreta della disciplina delle adozioni, a riprova che il ragionamento in diritto fatto proprio dalla suprema Corte si ispira a principi giuridici e sensibilità sociali coerenti con il “sistema filiazione” così come delineato dalla disciplina delle adozioni e dalla legge n. 219/2012. In attesa di un intervento del legislatore che acceda ad una lettura aperta della disciplina delle adozioni, rendendo definitivamente “neutra” ogni informazione circa l’orientamento sessuale degli adottanti, la giurisprudenza e la clausola di riserva di cui all’art. 20 della legge sulle unioni civili garantiscono l’armonizzazione del sistema, tutelando l’interesse del minore a che lo Stato conferisca forza e dignità pubblica ai suoi legami familiari con gli adulti di riferimento

A più di un anno dalla pronuncia della suprema Corte n. 12962 del 24 maggio 2016, l’istituto della stepchild adoption, come applicabile anche all’interno delle famiglie omosessuali, continua ad essere oggetto di studio ed elaborazione giurisprudenziale da parte delle Corti di merito.

In particolare, tre recenti pronunce rese nel maggio e nel luglio scorsi dai Tribunali per i minorenni di Venezia, Palermo e Bologna (TM Venezia, 31 maggio 2017, TM Palermo, 30 luglio 2017 e TM Bologna, 20 luglio 2017), pur aderendo in linea di principio all’indirizzo della Cassazione, e pur affermando che, l’applicabilità dell’art. 44, lett. d) della legge n. 184/1983 vada garantita anche alle coppie omosessuali, differiscono tra loro per alcune argomentazioni che, articolate da differenti punti di vista, portano a decisioni tra loro difformi.

Dunque, sebbene si possa ritenere ormai definitivamente superato l’orientamento di parte della giurisprudenza di merito che negava l’applicabilità di tale istituto alle coppie omogenitoriali (TM Torino, 11 settembre 2015 e TM Milano, 17 ottobre 2016, pronunce contrarie all’orientamento della Cassazione ed entrambe riformate in grado di appello), la giurisprudenza di merito offre variegati spunti di dibattito su alcune questioni sottese alla applicazione della norma, che meritano di essere vagliate.

In primo luogo, è utile ricordare che ormai acquisiti al dibattito, come rilevanti ed indiscussi presupposti per ogni utile approccio al tema, sono tanto il richiamo alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, in materia di adozione, vieta ogni possibile discriminazione tra coppie conviventi eterosessuali ed omosessuali (ai sensi degli artt. 8 e 14 Cedu), quanto il giudizio di pari idoneità genitoriale rispetto alle persone eterosessuali, di cui godono le coppie omogenitoriali, secondo l’ormai unanime giudizio della comunità scientifica che in tal senso si è espressa dopo accurati ed approfonditi studi di settore (studi richiamati dalla pronuncia della suprema Corte del 2016 e da copiosa giurisprudenza di merito). Tali due considerazioni, ormai patrimonio del bagaglio delle questioni poste al tappeto, rappresentano senza dubbio la garanzia per cui ogni ulteriore questione dibattuta – anche di natura squisitamente tecnica secondo i diritti sostanziali dei singoli stati membri della Unione e secondo le specifiche normative in materia di adozione – debba conformarsi ad essi quali ineludibile ostacolo a che, qualsiasi argomentazione in fatto o in diritto che, anche indirettamente, introduca elementi di giudizio che affermino una divergente posizione attiva tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali, o rimetta in dubbio la questione relativa alla eguale idoneità genitoriale delle une e delle altre (salvo accertamenti in concreto da compiersi con i medesimi strumenti per ciascuna di esse), vada senza dubbio respinta, in quanto priva di dignità scientifica e giuridica.

Ciò posto, in assenza di una disciplina normativa, per le note vicende legate allo stralcio di essa dal corpo della legge n. 76/2016, sebbene i due presupposti suelencati appaiano ormai come questioni indiscutibili, la “delega” data alla giurisprudenza circa la applicazione della legge sulle adozioni anche alle coppie omosessuali (per effetto della clausola di riserva contenuta nell’art. 1, comma 20, legge n. 76/2016) presta il fianco a numerose prove di resistenza delle richieste di stepchild adoption, con esiti a volte differenti a seconda del tribunale adito, come le tre pronunce in esame attestano.

Il TM di Palermo, con la pronuncia del 30 luglio 2017, pur non contestando l’applicabilità della legge sulle adozioni anche alle coppie omosessuali secondo quanto affermato dalla Cassazione, muove una contestazione rispetto alla domanda di adozione presentata dal genitore sociale – nel concreto della fattispecie – basata sul meccanismo operativo della legge sulle adozioni, ed in particolare sul raccordo esistente tra l’art. 44 [la cui lett. d) disciplina l’adozione nelle cd. “forme speciali”] e gli artt. 48 e 50, per cui, evidenzia come, il vaglio positivo della domanda ed il riconoscimento positivo della relazione genitoriale tra il richiedente l’adozione e l’adottando (con conseguente statuizione della adozione), comporterebbe tuttavia la decadenza automatica dalla responsabilità genitoriale in capo al genitore biologico, circostanza rispetto alla quale quest’ultimo non ha pienamente manifestato il suo consenso allorquando lo ha invece inequivocabilmente espresso rispetto alla domanda di adozione proposta dal suo partner. A tali conclusioni il TM perviene sulla scorta di una lettura molto rigorosa (ed invero poco rispettosa del “sistema filiazione” come delineato a seguito della legge n. 219/2012) dell’art. 48 della legge citata che prevede che, in caso di adozione da parte del «coniuge» del figlio dell’altro «coniuge», la responsabilità genitoriale sarà poi esercitata da entrambi, ragion per cui, a contrariis, nel caso in cui tale adozione avvenga all’interno di un vincolo non matrimoniale (ove non è possibile indicare l’adottante come «coniuge» del genitore del minore adottando), per effetto della adozione del minore da parte del genitore sociale, quello biologico ne perderebbe la responsabilità genitoriale; il rigetto della domanda, a cui dunque il tribunale perviene, si basa proprio sul mancato consenso espresso dal genitore biologico rispetto a tale conseguenza, per lui pregiudizievole, della adozione richiesta da parte del suo convivente (consenso che, è utile osservare, contrariamente a quanto dedotto dal tribunale, non potrebbe in ogni caso mai essere validamente prestato, atteso che la responsabilità genitoriale non è un diritto disponibile a cui abdicare).

Tale argomentazione, a parte una censura in rito (il tribunale solleva tale eccezione senza che alcuna delle parti la proponga), presta il fianco a numerose obiezioni che trovano il loro fondamento nei principi ispiratori della riforma del 2012, e nel conseguente superamento di qualsiasi pregressa eterogeneità della filiazione, percorso che ha consentito di ritenere ormai operante lo status unitario di figlio; nello specifico, l’art. 315 bis cc statuisce la parificazione assoluta delle relazioni genitoriali, ragion per cui, qualsiasi sia la «fonte» dell’essere genitori (concepimento naturale in corso di matrimonio o al di fuori di esso, adozione in qualsiasi forma la si ottenga), ogni figlio ha pari status giuridico, ed ogni genitore ha pari doveri nei suoi confronti secondo le ordinarie regole che disciplinano in astratto ed in concreto l’esercizio della responsabilità genitoriale. Il fondamento di tale principio, e la sua concreta operatività come disciplinata dalla norma in questione, non consente certo di ritenere che il dato letterale dell’art. 48 e la lettura acritica del termine «coniuge» possa ancora introdurre differenti discipline, quanto agli effetti della adozione (che è uno dei momenti genetici della filiazione), tra genitori uniti in matrimonio e coppie di persone tra loro conviventi. Una lettura più attenta e conforme ai principi della legge che disciplina ormai da cinque anni l’intero corpus della filiazione (e conseguentemente della genitorialità), può invece portare a conclusioni differenti, come osservato da autorevole dottrina, e cioè a ritenere che ormai, stante la generale disciplina di cui all’art. 315 bis cc, l’operatività dell’art. 48 della legge n. 184/1983, così come quella di cui agli artt. 147 e 148 cc (norme sulla condivisione della responsabilità genitoriale all’interno del matrimonio) appaiano pleonastiche e ridondanti rispetto ad un principio generale che ne riafferma il contenuto, inserendolo tuttavia in un più ampio raggio di azione, quale quello dello status unitario di genitore, oltreché di figlio.

Ed in questa ottica, appare non corretto anche il richiamo all’art. 50 della legge sulle adozioni che il TM di Palermo opera a maggior conforto del suo ragionamento: la norma infatti stabilisce che, laddove il genitore adottante sia successivamente privato della responsabilità genitoriale, occorre un apposito provvedimento del giudice per far sì che la responsabilità dei genitori biologici torni ad essere operante. Tale argomento è fuorviante rispetto ai principi sin qui esposti, atteso che, come osservato correttamente dal TM di Bologna nella sentenza del 20 luglio 2017, la norma di cui all’art. 50 della legge sulle adozioni è norma eccezionale e vale soltanto nelle ipotesi in cui al genitore adottante sia stata attribuita in via esclusiva, per effetto della adozione, la responsabilità sul minore adottato, e dunque non è pertinente il suo richiamo nel meccanismo della stepchild adoption, ove, come si è evidenziato, i principi generali di cui all’art. 315 bis cc garantiscono che, per effetto della adozione disposta, la responsabilità genitoriale dell’adottante si aggiunga (e non si sostituisca) a quella del genitore biologico.

Dunque, l’interpretazione della norma e dell’intera disciplina delle adozioni al caso di specie data dal TM di Palermo, non solo non appare rispettosa della necessità di armonizzare l’intero sistema al principio generale dello status unitario della filiazione, evitando arbitrarie disparità di trattamento ormai ritenute contra legem, ma è in netto contrasto con il principio della bigenitorialità, atteso che, nelle ipotesi di stepchild adption, per effetto della stessa, si consente sempre e soltanto di aggiungere una figura esercente la responsabilità genitoriale (il genitore sociale) a chi la esercita già in via esclusiva (l’unico genitore biologico del minore); inoltre, si evidenzia, tale interpretazione non è affatto coerente alla disciplina delle adozioni nelle forme speciali (a cui la stepchild adoption va ascritta), che, a differenza delle adozioni cd. “piene” (art. 27, legge n. 184/1983) consente all’adottato di mantenere diritti e doveri nei confronti della famiglia di origine.

Ed allora, rispetto a questa interpretazione ferma ad un dato letterale recepito acriticamente, e reso avulso da un contesto sistematico di norme e principi con cui essa stride in modo evidente, appaiono senz’altro più corrette e coerenti a tale sistema le argomentazioni riportate nella pronuncia del TM di Bologna del 20 luglio 2017, secondo cui, «l’origine del progetto genitoriale», e dunque la natura della relazione in cui tale progetto si sviluppa (matrimoniale, di fatto, eterosessuale od omosessuale) non ha alcuna possibilità di incidere in modo differente sullo status giuridico dei figli che è sempre quello unitariamente disciplinato dalla novella del 2012 sulla filiazione (e segnatamente agli artt. 315 e ss cc), e dunque l’unica e valida ragione per riconoscere l’adozione da parte del genitore sociale risiede sempre nel supremo interesse del minore a vedersi riconosciuti diritti e vantaggi connessi al riconoscimento pubblico del legame genitoriale già esistente con il genitore sociale; tale esigenza si pone come circostanza di prim’ordine che può essere pienamente armonizzata all’interno del nuovo sistema giuridico della disciplina della filiazione, in cui allo status unitario di figlio corrisponde, in via speculare, lo status unitario di genitore, qualsiasi sia la natura del rapporto di coppia e la genesi della relazione filiale.

Di secondario interesse rispetto alla ricostruzione in diritto della norma in questione, appare poi la recente pronuncia del TM di Venezia, che tuttavia merita attenzione (o forse suscita mera curiosità) in relazione ad alcune considerazioni contenute nella pur succinta motivazione. La corte veneziana, pur arrivando ad accogliere la domanda presentata da una madre sociale, e dando atto della piena adesione agli orientamenti della Cassazione in materia, ritiene indispensabile evidenziare la circostanza che le due donne siano ben consapevoli della necessità che i figli si relazionino con persone di orientamento non omosessuale. Sul punto, come già sottolineato in precedenti commenti a tale pronuncia (Il dialogo fra le corti minorili in materia di stepchild adoption, M. Gattuso e A. Schillaci, in www.articolo29.it, 11 settembre 2017), la circostanza per cui i genitori sentano l’esigenza di far confrontare i propri figli con persone di differente provenienza sociale, religiosa e razziale, e di differenti orientamenti sessuali, è senza dubbio un elemento positivo in un percorso educativo degli stessi, ma che il tribunale ritenga di sottolineare tale esigenza solo con riferimento ad una coppia omosessuale, è una circostanza che rende la motivazione del provvedimento non solo singolare, ma decisamente intrisa di valutazioni metagiuridiche e non pertinenti, nonché decisamente poco opportune, come se il collegio giudicante sentisse l’esigenza di tutelare il minore da un ambiente “atipico”, invitando i genitori a consentirgli il più possibile il raffronto con il mondo della “normalità”, almeno dal punto di vista statistico. Una evidente e, si spera, ingenua caduta di stile che, più che interesse scientifico, suscita curiosità quanto al confine delle motivazioni in diritto nei procedimenti in materia di famiglia, confine che nel caso di specie, presenta qualche difficoltà di demarcazione.

L’istituto della stepchild adoption dunque mantiene un primario ruolo nel mondo della genitorialità omosessuale, a riprova che il TM di Roma, nel 2014 (con la pronuncia poi definitivamente ratificata nel 2016 dalla Corte di cassazione) seppe sapientemente argomentare, non solo dal punto di vista della corretta ricostruzione dei confini applicativi della norma di cui all’art. 44, lett d) legge n. 184/1983, ma offrì una evoluta ed esaustiva ricognizione del concetto di «interesse del minore» nell’intero sistema delle relazioni genitoriali, dando giusto spazio all’esame della qualità della relazione, prescindendo dall’orientamento sessuale del richiedente l’adozione, elemento in fatto che, come poi statuito dalla Corte di cassazione, neanche indirettamente può essere aprioristico oggetto di valutazione tra gli elementi da vagliare per riconoscere o meno il diritto fatto valere. La giurisprudenza appare dunque sostanzialmente coerente nel ritenere ormai consolidati tali principi, che per effetto della clausola di riserva di cui al comma 20 dell’art. 1, legge. n. 76/2016, rappresentano, tra l’altro, la garanzia dell’accesso alla disciplina delle unioni civili di quanto la giurisprudenza stessa «consente» in relazione alla ampiezza applicativa della disciplina sulle adozioni. Mai come in questo campo, l’opera meritoria della giurisprudenza, a garanzia della trasversalità del diritto alla vita familiare (e dunque anche alla genitorialità) supplisce quotidianamente un ingiustificato ed imbarazzante silenzio del legislatore sul mondo della genitorialità omosessuale, realtà viva e complessa, che meriterebbe maggiore attenzione e dignità pubblica, a garanzia e tutela soprattutto di tutte le relazioni genitoriali già esistenti nei nuclei familiari omoaffettivi, sia che le si osservi dalla primaria prospettiva dell’interesse del minore, che da quella del diritto alla genitorialità da parte dell’adulto, entrambi elementi che, in una sana ricostruzione del complesso delle dinamiche familiari, meritano un approccio, anche giuridico, che sappia valorizzarli e armonizzarli senza alcun pregiudizio.

9 ottobre 2017
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Loris Bertocco. Suicidio assistito o condanna a morire?
L’affidamento del minore e la continuità affettiva: rivisitazione dell’<i>adozione mite</i> e nuove prospettive in tema di adozione
L’affidamento del minore e la continuità affettiva: rivisitazione dell’adozione mite e nuove prospettive in tema di adozione
di Valeria Montaruli
Pubblichiamo la relazione in tema di affidamento del minore tenuta a Catania il 13 giugno 2017
6 ottobre 2017
L’“evoluzione” dell’assegno di divorzio. Una recente decisione della suprema Corte, tra nomofilachia e creazione giudiziaria del diritto
Stefano Rodotà e i giovani civilisti degli anni Sessanta*
Stefano Rodotà e i giovani civilisti degli anni Sessanta*
di Enrico Scoditti
Si deve a Stefano Rodotà la riscrittura del diritto civile alla luce delle clausole generali e, con gli altri giovani civilisti degli anni Sessanta del secolo scorso, il rinnovamento del sapere giuridico. Il modello di giurista come scienziato sociale, che quel rinnovamento propose, era parte della scoperta della politicità del diritto. Rodotà esaltò più di tutti il ruolo attivo del giudice nell’esperienza giuridica. Oggi che la dimensione giurisdizionale del diritto è ormai un dato acquisito la stella polare non è più puramente e semplicemente il linguaggio della politica dei diritti ma il bilanciamento quale funzione di giustizia.
20 settembre 2017
La Corte Edu e le leggi retroattive*
La sentenza del Tribunale per i minorenni di Firenze che riconosce in Italia l'adozione a due padri gay
I giudici, i due papà e l'interesse del minore
I giudici, i due papà e l'interesse del minore
di Silvia Albano
Nota alla sentenza della Corte di appello di Trento che afferma la piena efficacia nel nostro ordinamento del provvedimento giudiziario straniero che riconosce la paternità di due gemelli, nati da maternità surrogata, al marito del padre biologico
2 marzo 2017
La XI Assemblea Nazionale degli Osservatori sulla Giustizia civile
La creazione della ‘stepchild adoption’ tra evoluzione normativa e interpretazioni giurisprudenziali
La creazione della ‘stepchild adoption’ tra evoluzione normativa e interpretazioni giurisprudenziali
di Valeria Montaruli
L’interpretazione giurisprudenziale ampiamente condivisa e da ultimo consacrata anche dalla Corte di cassazione, che la fa restituire nella fattispecie di cui all’articolo 44 lett. d) della legge n. 184/1983, induce a ritenere che scenari evolutivi possano estendersi anche a tutela dei figli adottivi nell’ambito di un’unione tra persone dello stesso sesso
11 luglio 2016
Non più figli di un diritto minore
Newsletter


Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Leggi e istituzioni
Processo in assenza ed elezione di domicilio presso il difensore d’ufficio. L’art. 162 comma 4-<i>bis</i> cpp e le ragioni di una riforma
Processo in assenza ed elezione di domicilio presso il difensore d’ufficio. L’art. 162 comma 4-bis cpp e le ragioni di una riforma
di Lucia Vignale
La legge n. 103/2017 ha stabilito che l’elezione di domicilio presso un difensore nominato d’ufficio non ha effetto se non vi è l’assenso del domiciliatario. Una riforma doverosa, volta ad adeguare l’ordinamento nazionale ai principi costituzionali e convenzionali in materia di giusto processo, che deve essere interpretata ed applicata nel rigoroso rispetto di quei principi
27 settembre 2017
Il nuovo 603.3 <i>bis</i> cpp: la rinnovazione obbligatoria dell’istruzione nell’appello <i>in pejus</i>. Brevi osservazioni (critiche)
Il nuovo 603.3 bis cpp: la rinnovazione obbligatoria dell’istruzione nell’appello in pejus. Brevi osservazioni (critiche)
di Paola Perrone
La legge n.103 del 2017, portata alla ribalta della cronaca da recentissime vicende processuali, impone oggi al giudice d’appello la rinnovazione del dibattimento in caso di impugnazione del pm della sentenza assolutoria fondata sulla valutazione della prova orale. La scelta legislativa, preceduta da una vivace dialettica giurisprudenziale, solleva interrogativi critici, e soprattutto si pone in alternativa ad una profonda riforma del sistema delle impugnazioni
6 settembre 2017
Brevi note sulla legge di riforma della responsabilità sanitaria
Note critiche sullo schema di decreto legislativo recante la riforma organica della magistratura onoraria
La nuova causa di estinzione del reato per condotte riparatorie di cui all'art. 162 <i>ter</i> cp tra (presunta) <i>restorative justice</i> ed effettive finalità deflative: prime riflessioni <i>de iure condito</i>
La nuova causa di estinzione del reato per condotte riparatorie di cui all'art. 162 ter cp tra (presunta) restorative justice ed effettive finalità deflative: prime riflessioni de iure condito
di Rocco Gustavo Maruotti
Con l’approvazione definitiva della proposta di legge C. 4368 recante Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, che rappresenta uno dei più importanti interventi riformatori degli ultimi anni nel settore della giustizia penale, vengono introdotte rilevanti novità, oltre che sul dibattuto fronte processuale, anche sul versante del diritto penale sostanziale, tra le quali spicca la nuova causa di Estinzione del reato per condotte riparatorie di cui all’art. 162 ter cp, la quale è destinata a trovare applicazione esclusivamente con riferimento ai reati procedibili a querela soggetta a remissione, nel caso in cui, pur in presenza di condotte idonee a reintegrare l’offesa, in termini di risarcimento del danno e di eliminazione delle conseguenze del reato, persista la volontà punitiva del querelante. Si tratta, a ben considerare, di un istituto alle cui evidenti finalità deflative, potrebbe, però, non corrispondere, in concreto, un reale effetto di “alleggerimento” del sistema penale.
20 giugno 2017
L’affidabilità delle decisioni giudiziarie nella prospettiva della legge n. 24 del 2017
L’affidabilità delle decisioni giudiziarie nella prospettiva della legge n. 24 del 2017
di Mario Ardigò
Lo scopo delle indagini sui casi clinico-giudiziari è l’affidabilità delle decisioni giudiziarie, non il numero delle condanne. La legge n. 24 del 2017, con il rilievo dato alle linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali e la previsione dell’impiego di un collegio di consulenti tecnici anziché del solo medico legale, offre un’importante opportunità in questo senso. Ma richiede ai magistrati una conquista culturale: dare credito alla scienza contemporanea
31 maggio 2017