Magistratura democratica
Magistratura e società
Settimana Santa in famiglia per Covid-19. A coloro a cui interessano i temi religiosi
di Mario Ardigò 
Sostituto Procuratore Generale Corte di appello di Roma
In giorni difficili e dolorosi una testimonianza viva e interessante per credenti e non credenti

Nei giorni scorsi si è discusso sulla richiesta fatta da alcuni gruppi ed esponenti cattolici di attenuare, in occasione della Settimana Santa, il divieto di assembramenti stabilito anche per liturgie religiose per la prevenzione del contagio della malattia Covid-19. Da alcuni non si ritiene sufficiente seguire quei riti per televisione o via network. La Repubblica ha pubblicato un articolo di Alberto Melloni sul tema, da cui prendo spunto per fare alcune mie osservazioni. I laici costretti nel domicilio familiare non potrebbero organizzare da loro stessi delle liturgie per celebrare gli eventi della Pasqua cristiana? Lo si fa nei posti in cui è divenuta impossibile o è impedita la presenza di sacerdoti.

Molti hanno perso dimestichezza con le questioni religiose e penso che ad alcuni possa interessare qualche informazione su quei temi. Fin da giovane sono stato formato per farlo, nella Chiesa cristiana nella quale ho ricevuto il battesimo, e quindi un’incorporazione irrevocabile, la Chiesa cattolica. Si tratta però di questioni piuttosto controverse in ambito religioso e, avverto, io ne tratto secondo la mia particolare spiritualità e tradizione. Non è però mia intenzione polemizzare. Non mi scandalizzano le posizioni diverse. Credo di aver imparato la dura lezione che viene dalla tremenda storia dei cristiani e delle loro lotte crudeli, la quale però, secondo ciò di cui mi sono persuaso, rimane pur sempre una via con una sua luce, ed anzi verso una luce. Ciascuno va dalle sue tenebre verso la luce, è stato scritto. E, in effetti, luce e ombra mi sembrano indissolubili nella vita di noi umani. In religione, allora, si è convinti che una luce risplenda pur sempre nelle nostre tenebre, per quanto esse possano essere profonde, e ad essa i cristiani anelano religiosamente, nella fiducia che le tenebre non prevarranno. Il messaggio della Pasqua cristiana potrebbe anche essere presentato così, naturalmente solo ad un primo livello di conoscenza.

Con l’espressione “Settimana Santa” si indica una serie di liturgie in preparazione alla celebrazione della Pasqua cristiana, che avviene di domenica, precisamente quella che segue la prima luna piena successiva all’equinozio di primavera (ieri abbiamo appunto potuto ammirare uno spettacolare plenilunio). Esse, tra i cattolici, vanno dalla domenica che precede quella di Pasqua, detta “delle Palme”, alla Veglia pasquale che si celebra con inizio nel Sabato Santo, il giorno che precede la domenica di Pasqua.

Queste liturgie sono molto importanti nelle concezioni teologiche dei cristiani, perché celebrano la convinzione che la morte sia vinta e dunque un senso nuovo per la vita. Esse, come ha ricordato Alberto Melloni su La Repubblica, sono innanzi tutto azioni di popolo, questo appunto significa l’etimologia greca della parola “liturgia”, ma, nella religione cattolica e in altre confessioni cristiane, vi hanno indubbiamente un ruolo importante coloro che hanno ricevuto uno specifico mandato per la predicazione e, dove se ne è mantenuta l’istituzione, per la celebrazione sacramentale. Come azioni di popolo richiedono che la gente converga per parteciparvi. Non sono semplici spettacoli a cui si assista, per cui, in definitiva, lo si possa fare di persona o per via telematica, in diretta o in differita. Questo crea grossi problemi di questi tempi, in cui, per ragioni sanitarie, si è disposto il divieto di simili celebrazioni con afflusso di altre persone oltre ai celebranti e ai loro assistenti.

Da più parti si sono poste obiezioni, in ambito cattolico, in particolare innanzi tutto dagli studiosi di diritto canonico ed ecclesiastico. Ci sono infatti dei limiti costituzionali a ciò che la Repubblica può disporre in materia religiosa.

Altre obiezioni sono venute da coloro che sono legati a una concezione della Chiesa secondo la quale tutte le liturgie sono monopolio di una classe di sacerdoti ordinati, con tutti gli altri relegati in una posizione per così dire accessoria, per cui possono esserci o non esserci, e vedono quindi con sospetto quelle eventualmente celebrate da laici in contesti di famiglia, e questo anche se nella teologia cattolica si è da qualche decennio molto affermata, sulla base di antiche tradizioni, l’idea della famiglia come Chiesa domestica. Tra chi pone questo problema ci sono anche esponenti del clero e dei religiosi, che vivono le misure di prevenzione che limitano le liturgie religiose come una coartazione illegittima del loro potere sul popolo dei fedeli e temono il conseguente disordine nella Chiesa, e, in particolare, che, una volta che i laici abbiano imparato a fare da sé, poi mantengano la pretesa di continuare anche finita l’emergenza sanitaria.

Da questi ambienti viene ciclicamente lanciata a chi dissente dalle loro posizioni l’accusa di protestantizzazione, che significa voler imitare le consuetudini liturgiche dei protestanti, tra i quali, in genere, c’è sicuramente maggiore capacità del popolo dei fedeli di fare da sé, innanzi tutto per una maggiore consuetudine con la riflessione biblica e poi per la loro specifica tradizione. In realtà, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, tra i cattolici si è molto imparato dai protestanti, e direi anche, per quello che ne so, che si è imparato gli uni dagli altri, per cui vedo che in genere si è diventati amici, venendo da un passato molto diverso e veramente orrendo.

Per rendere l’idea del problema, ricordo che, alla fine degli anni ’80, si svolse, nella Diocesi di Milano, una procedura canonica dopo che un periodico cattolico aveva rivolto a Giuseppe Lazzati, morto da poco, l’accusa di degenerazione protestante e un gruppo cattolico aveva denunciato il fatto al Vescovo chiedendo giustizia contro quelle insinuazioni ritenute ingiuste e diffamatorie. Io da giovane mi ero formato anche in quel gruppo, ma se qualcuno dicesse che ho imparato dai protestanti certamente non mi sentirei affatto diffamato, anzi ne sarei lusingato. In particolare stimo molto i protestanti italiani, dei quali so di più, e questo pur rimanendo parte viva della Chiesa cattolica. E, infatti, ho effettivamente imparato dai protestanti, in particolare dal pensiero di un grande loro teologo, Karl Barth, per quanto ne sono stato capace di capire come persona che cerca di essere colta ma che ha solo una competenza teologica di base, di prima informazione. Aggiungo che più conosco i protestanti italiani, e ora che lavoro a due passi dalla libreria Claudiana di Roma avevo iniziato ad approfondire questa conoscenza (ora è chiusa come le altre librerie), più li stimo. E, insomma, anche nei discorsi sulla questione del divieto delle liturgie pubbliche nella Settimana Santa che si è aperta ieri, si è sentita quell’accusa di protestantizzazione di cui dicevo.

Per finire si è aggiunta la polemica politica di un esponente dell’opposizione contro il Governo, mediante la quale in qualche modo mi è parso che si sia cercato di dare più voce e copertura a chi, tra i cattolici italiani, vorrebbe la rimozione o l’attenuazione del divieto di liturgie pubbliche. Si tratta, vorrei ricordare, anche di una polemica contro i vescovi italiani, che hanno aderito pienamente all’impostazione governativa, vietando liturgie con afflusso di popolo, riconoscendo assolutamente giustificate le misure di prevenzione sanitaria disposte dall’autorità civile. Quindi la polemica da parte di quegli ambienti cattolici di cui dicevo, condotta talvolta con toni particolarmente aspri, ha anche un aspetto intra-ecclesiale e si rivolge pure contro il Papa in carica, vescovo di Roma.

Le chiese parrocchiali cattoliche comunque, e per quello che mi risulta dalle disposizioni della Conferenza episcopale italiana solo quelle tra le chiese cattoliche, rimangono aperte e vi si può andare a pregare individualmente, nel rispetto del distanziamento prescritto dalle disposizioni governative. Va ricordato che una pratica molto importante tra i cattolici è quella dell’adorazione religiosa fatta in chiesa, in forma individuale e collettiva: questo comporta che le chiese cattoliche, in particolare quelle parrocchiali, sono solitamente aperte per gran parte del giorno, naturalmente dove vi sia gente sufficiente per svolgervi il servizio di aprire, presenziare e chiudere, svolto da preti, religiosi o laici, perché anche l’adorazione fatta in quel modo rimane una liturgia, quindi un’azione di popolo, sebbene non avvenga nel corso di una specifica celebrazione, come quella che qualche giorno fa ha concluso la spettacolare preghiera straordinaria del Papa in occasione dell’epidemia, svolta sul sagrato della basilica di San Pietro, nel deserto di popolo. L’adorazione, in definitiva, non è come quando si va in certe lavanderie automatiche, in cui non ci sono addetti, ma solo le macchine, e uno va, fa quello che vuole fare e se ne va, in un’azione self service. Infatti, per come mi è stato insegnato fin da piccolo, quando si prega lo si fa sempre in unità di preghiera, e quindi anche nel chiuso della propria stanza o in una chiesa deserta si è popolo.

Di questi tempi, si cerca di supplire all’impossibilità di celebrazioni liturgiche cattoliche in chiesa con partecipazione fisica del popolo con quelle trasmesse via network. Il popolo assiste da casa e i preti celebrano nelle chiese deserte. A volte vi è la presenza di altre persone, laiche e non, che svolgono un qualche altro ministero, come quello dell’accolito, del ministrante o del lettore, ma di nessun altro. È la stessa cosa? Non è la stessa cosa. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Milano qualche giorno fa nel suo Messaggio di speranza per questa Pasqua 2020:

«Quando le celebrazioni sono state impedite, quando sono state sostituite da trasmissioni televisive, quando ogni prete ha dovuto inventarsi un qualche modo virtuale per entrare nelle case, per far sentire un segno di prossimità e di premura pastorale, quando catechisti e catechiste, educatori e ministri straordinari hanno raggiunto i “loro ragazzi”, i “loro malati” tramite il cellulare, i credenti hanno percepito che mancava la cosa più importante. Sì, sono gradite la premura, la parola buona, la frase del Vangelo; sì, aiuta la proposta di non perdere tempo, di rendersi utili in casa e dove si può. Sì, tutto vero. Ma trovarsi per la celebrazione della messa, cantare, pregare, stringere le mani amiche nel segno della pace, ricevere la comunione è tutt’altro. Di questo sentiamo la mancanza. Quando abbiamo fame, non potremo mai sfamarci guardando una fotografia del pane. Quando siamo sospesi sull’abisso del nulla, l’espressione intelligente “credente ma a modo mio, credente ma non praticante” suona ridicola, un divertimento da salotto, impropria là dove per attraversare la tempesta abbiamo bisogno di una presenza affidabile, di un abbraccio, di una comunione reale con Gesù, per essere nella vita di Dio. Niente di meno. Poter “andare a messa” sarebbe il segno che è tornata la normalità non solo nella libertà di movimento, ma nella convinzione che non si tratta di buone abitudini, ma di una questione di vita e di morte. Il pane della vita non è infatti una bella frase, ma la rivelazione che senza Gesù non possiamo fare niente: le buone idee, la buona educazione, i buoni propositi sono tutte cose importanti. Ma abbiamo bisogno di una parola che illumini il nostro passo, di un credere che sia vivere della relazione decisiva con Dio, di uno spezzare il pane della vita per non morire in eterno. Abbiamo bisogno di diventare un solo corpo e un solo spirito spezzando l’unico pane. Se in questo tempo abbiamo provato l’emozione di pregare insieme in casa, abbiamo imparato che è possibile, che unisce, che non esaurisce il desiderio di incontrare il Signore e anzi fa crescere il desiderio di “andare a messa”. Si deve raccomandare che nella “chiesa domestica” si conservino sempre i riti della preghiera e che il ritrovarsi in casa aiuti a sentirsi parte della grande Chiesa che ci raduna da tutte le genti.»

E tuttavia, lo ha ricordato Melloni nell’articolo che ho citato, in realtà le famiglie cattoliche, costrette nel loro limitato ambito ma pur sempre Chiese domestiche, non sono veramente obbligate a limitarsi alla partecipazione televisiva a liturgie celebrate dai preti da soli, in chiese vuote, in definitiva limitandosi ad assistere più che partecipare. Dovunque il popolo si raduni con l’intento di fare Chiesa, di celebrare la Parola, di condividere vita e pane, lì esso è già sacramento (nel senso inteso dai cattolici), è Chiesa (secondo la concezione condivisa dai cristiani). È così che accade nei tanti luoghi dove la presenza del prete non può che essere che estremamente saltuaria o addirittura non vi possa proprio essere, perché, ad esempio, impedita dalla politica del luogo. I cattolici, in particolare, hanno la convinzione teologica che “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” [espressione che apre la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti, deliberata dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]. È scritto infatti: «Perché, se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro» [Vangelo secondo Matteo 18, 20]. Quest’idea che si è Chiesa radunandosi nel nome del Fondatore, condividendo la Parola e il pane, mi pare che sia propria anche delle altre Chiese cristiane, a prescindere dalle antiche questioni teologiche sulla questione dei sacramenti. Il problema, naturalmente, sta nella capacità delle famiglie di auto-organizzare liturgie domestiche e, in questo campo, certamente potremmo imparare molto dagli amici protestanti. In realtà, in genere, tra i cattolici si è ancora molto, troppo (lo riconoscono gli stessi preti), dipendenti dal clero, per cui se non c’è fisicamente un prete tra noi spesso non sappiamo che fare. E si è persa anche l’antica e un tempo radicatissima consuetudine liturgica del Rosario recitato in famiglia. Dico questo anche se in diversi gruppi cattolici, di varia spiritualità, si è acquisita quella capacità, vi è anche una specifica attività di formazione. Non si tratta di fare a meno dei preti, ai quali in genere i cattolici rimangono molto legati, ma di aggiungere ciò che di questi tempi, per le misure sanitarie di contenimento in atto, non è possibile ottenere nelle nostre chiese, perché non ci si può andare tutti insieme, in molti, ciò che appunto si può conseguire facendoci Chiesa domestica negli ambienti in cui si è confinati.

Siamo nel mezzo di un pericolo molto grave. Le misure di contenimento sanitario delle autorità pubbliche sono giustificate. La malattia virale che dobbiamo fronteggiare è molto contagiosa e può causare gravi conseguenze per la salute e anche la morte, ma il distanziamento sociale, il confinamento sociale e la deconcentrazione sociale dove il confinamento sia impossibile, così come le prescrizione igieniche di non toccarsi occhi, naso e bocca con mani non accuratamente lavate e di areare spesso gli ambienti chiusi dove si soggiorna, e il cercare di coprirsi naso e bocca dove non sia possibile mantenere un distanziamento interpersonale minimo, valgono sicuramente, ce lo dicono gli esperti, a ridurre molto il pericolo di contagio. Alcune importanti consuetudini liturgiche vanno contro quelle prescrizioni, dove comportino ad esempio il riunirsi in tante persone in ambienti chiusi poco areati, e di scambiarsi abbracci, baci, strette di mano, o di passare alimenti e bevande di mano in mano o di condividere calici: ma quando è questione di vita o di morte sarebbe insensato oltre che una cosa cattiva mantenerle. Né siamo obbligati, anche da persone persuase della loro fede, a condividere certe convinzioni magico sacrali dei secoli antichi. La salvezza non ci verrà per azione prodigiosa, magico-sacrale, non illudiamoci, se non per quel grandissimo prodigio che è l’agàpe in senso cristiano, che si ha quando, abbandonando il servaggio alla crudele natura dalla quale biologicamente discendiamo e che ci determina, non agiamo più come le antiche belve nostre progenitrici secondo la carne, ma esercitando misericordia, benevolenza e soccorso anche oltre le nostre tribù familiari o etniche, secondo ciò che in religione ci è stato insegnato sul senso di quell’espressione che fa “Padre nostro” e che tanto ricorre nel nostro pregare da cristiani, ma a cui spesso ci mostriamo impari.

 

11 aprile 2020
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