home search menu
Per la chiarezza di idee sul problema flussi migratori<a title="" href="#_notatitolo1" id="_notatitoloref1">*</a>
Magistratura e società
Per la chiarezza di idee sul problema flussi migratori*
di Andrea Proto Pisani* e Giuliana Civinini**
*professore emerito di diritto processuale civile, Università di Firenze
**magistrato
Le grandi migrazioni determinate dalla guerra e dalla fame sono un fenomeno che interesserà tutta la nostra epoca e oltre. Per affrontarle ci vogliono chiarezza e umanità. Prioritario appare garantire l’asilo a chi ne ha diritto, riaprire i canali di migrazione regolare, evitare politiche che possono danneggiare i già precari Stati africani

1. L’ultimo anno, almeno a partire dall’estate del 2017, è stato caratterizzato da un lungo dibattito sui flussi migratori, che è divenuto via via più irrazionale e feroce con l’avvicinarsi della scadenza elettorale di marzo per poi divampare, dopo una pausa lunga quanto le trattative per formare il nuovo Governo, e culminare, almeno per ora, nel divieto di attracco nei porti italiani di navi (mercantili o di organizzazioni umanitarie) che abbiano effettuato salvataggi in mare.

In queste brevi note vorremmo cercare di fare chiarezza sul problema evitando ipocrisia e silenzi.

È opportuno iniziare distinguendo nettamente due specie di flussi, a seconda delle diverse cause da cui sono determinati: la migrazione causata da motivi politici e la migrazione causata da motivi economici. La distinzione può essere a volte non semplice, per il cumularsi in alcuni Paesi e in alcune storie personali di persecuzioni e di assenza di prospettive di vita minimamente dignitose, il che avviene soprattutto per le minoranze e per i soggetti vulnerabili, bambini e donne. In generale tali casi possono ascriversi al primo tipo di flussi.

2. La migrazione causata da motivi politici è quella dovuta a guerre in atto, a persecuzioni o a regimi totalitari incapaci di assicurare «l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla costituzione italiana» (o in genere dalle costituzioni europee, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, dalla Convenzione Edu). In questi casi l’art. 10, terzo comma, della nostra costituzione e le convenzioni internazionali – prima di tutto la Convenzione di Ginevra – attribuiscono allo straniero che si trovi in tali condizioni un vero e proprio diritto, il diritto di asilo politico, che rientra fra i diritti fondamentali della persona.

Come tale, la migrazione motivata da ragioni politiche deve essere protetta in ogni modo e non certo contrastata. Per favorirla sarebbe opportuno aprire uffici decentrati dei Governi europei prossimi ai Paesi dove sono in atto guerre o limitazioni alle libertà democratiche allo scopo di agevolare l’arrivo in Europa (tramite aerei o navi appositi) degli aventi diritto all’asilo.

Quanto all’Italia (con il suo “sporgere” nel Mediterraneo ed essere pertanto uno dei primi Paesi in cui possono arrivare via mare i migranti cd. politici) l’accordo di Dublino (la cui vincolatività è stata di recente riaffermata da una sentenza del luglio 2017 della Corte di giustizia dell’Unione europea, la quale ha escluso anche la derogabilità dell’accordo per ragioni di emergenza) impone al primo Paese nel quale sia arrivato il richiedente asilo la concessione del relativo diritto. Imprescindibile appare una modifica di tale accordo nel senso di favorire il riparto fra i vari Paesi europei dei richiedenti asilo allo scopo di alleggerire gli oneri di Paesi come l’Italia, la Grecia o la Spagna (quanto poi ai Paesi dell’Est Europa radicalmente contrari a tal modifica, sarebbe da riflettere sulla opportunità del loro restare nell’Unione europea godendo di tutti i vantaggi in punto di aiuti economici che da tale partecipazione derivano).

Le conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno 2018 sono state modeste e non certo all’altezza della sfida che il fenomeno migratorio pone agli Stati europei e della terribile statistica dei naufragi e delle morti in mare. I principi di pace, giustizia, solidarietà, lotta alla povertà che hanno animato il sogno europeo sembrano sempre più fievoli. Dopo aver riaffermato che «il buon funzionamento della politica dell’Ue presuppone un approccio globale alla migrazione che combini un controllo più̀ efficace delle frontiere esterne dell’Ue, il rafforzamento dell’azione esterna e la dimensione interna, in linea con i nostri principi e valori», si sottolinea che «è necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà, tenendo conto delle persone sbarcate a seguito di operazioni di ricerca e soccorso» (punto 12). Si tratta di una prospettiva che solleva qualche speranza anche se allo stato si fa ricorso soltanto a iniziative su base volontaria: infatti, «nel territorio dell’Ue coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri, unicamente su base volontaria; qui un trattamento rapido e sicuro consentirebbe, con il pieno sostegno dell’Ue, di distinguere i migranti irregolari, che saranno rimpatriati, dalle persone bisognose di protezione internazionale, cui si applicherebbe il principio di solidarietà».

3. Completamente diversa dal punto di vista giuridico, è la migrazione cd. economica motivata dal sottosviluppo di numerosi Paesi africani (e in parte dall’Asia occidentale).

Esigenze di chiarezza impongono di iniziare l’esame di questo problema (non solo ricordando che questa migrazione proviene da Paesi ampiamente sfruttati dagli Stati europei durante il triste periodo del colonialismo) rilevando che tale migrazione è quasi sempre motivata dalla circostanza che negli Stati di provenienza i migranti sono costretti a vivere in condizioni di “povertà assoluta”, secondo gli standard internazionali elaborati dall’Onu. È motivata cioè dalla fame, dalla disperazione.

Solo se si ha presente questo dato elementare (che i razzisti rifiutano di volere riconoscere) si comprende perché questi migranti si sottopongono a lunghi e pericolosi viaggi che dai loro spesso lontani Paesi di origine li conducono sulle coste del Nord del mediterraneo dove prima di potersi “imbarcare” per l’Europa sono sottoposti − come è riconosciuto da tutte le organizzazioni umanitarie internazionali − a violenze di ogni genere, a stupri, a tortura.

Se non si ha presente la disperazione che li motiva, il fenomeno diviene incomprensibile.

Detto questo è da sottolineare che buona parte dei relativi flussi migratori ha avuto come tappe finali la partenza dalla costa libica e l’arrivo sulla costa del Sud Italia.

4. In questa situazione che fare? Innanzitutto prendere atto: che si è alla presenza (come la migrazione del primo millennio) di un fenomeno storico che probabilmente caratterizzerà almeno tutto il primo secolo del secondo millennio.

In secondo luogo: che puntare sul rientro nei Paesi di origine, sul piano pratico è irrealizzabile almeno riguardo ai grossi numeri; e ciò non solo o non tanto per l’alto costo economico di tali rientri, ma soprattutto perché si tratta di persone che − come si dirà fra poco − si disperdono normalmente e in tempi brevi sul terreno di tutti i Paesi europei.

Quanto all’Italia, una non inutile politica potrebbe essere quella di convincere gli altri Stati europei che collaborano alle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo (anche sotto l’egida di missioni europee) di fare sbarcare i migranti soccorsi nei porti di tutti gli Stati che si affacciano sul Mare nostrum e non sempre e solo nei porti italiani, come invece prevede irragionevolmente un a dir poco incauto accordo sottoscritto dal Governo italiano tre o quattro anni fa.

Quanto sempre all’Italia, che da più anni è il Paese presso cui sbarca la maggior parte dei migranti economici, senza ipocrisia è da dire che solo una parte di questi migranti economici resta nel nostro Paese; la parte maggiore infatti si sposta, con maggiori o minori difficoltà, verso altri Paesi europei o d’oltreoceano, Paesi che a loro avviso offrono maggiori opportunità o che già ospitano loro familiari. Questo fenomeno – facilitato dal sistema aperto delle frontiere e dalle condizioni di permanenza nei centri – determina una situazione di fatto notevolmente diversa da quella (reale) del numero degli sbarchi nei porti italiani (così come molte domande di asilo sono presentate da migranti economici al solo scopo di lucrare il − spesso lungo − tempo del processo amministrativo e giurisdizionale di asilo per potere meglio organizzare il loro trasferimento in altro Paese europeo).

5. Ove l’ipocrisia sopra denunciata cessi e si voglia guardare realisticamente il problema della migrazione economica, la sua dimensione e i suoi tempi storici, quel principio di solidarietà su cui si fondano tutte le costituzioni europee del secondo dopoguerra, e su cui si dovrebbe fondare l’esistenza stessa dell’Unione europea, impone che si adottino e soprattutto si applichino discipline volte a distribuire fra tutti i Paesi che vogliono continuare ad aderire all’Unione i migranti anche economici ed il loro relativo onere economico. Ciò potrà comportare una riduzione della ricchezza individuale o collettiva, ma è un qualcosa che necessariamente si dovrà essere capaci di affrontare e risolvere.

Ma ciò non basta.

Il carattere storico della migrazione economica in atto, migrazione che trova la sua causa profonda nella disperazione e nella fame, ben sfruttate dai trafficanti di esseri umani, comporta che essa potrà essere  superata solo quando − a seguito di aiuti internazionali della stessa specie e ampiezza di quelli che gli Stati Uniti d’America (sia pure intimoriti dalla Guerra fredda) effettuarono a favore dell’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale (aiuti accompagnati alla rinuncia di ingenti crediti) − i Paesi da cui provengono i migranti economici abbiano cessato di essere economicamente sottosviluppati. Fino a questo momento, la disperazione, la fame saranno sempre, crediamo, più forti delle (miserabili) contromisure che l’Europa sarà in grado di apprestare.

6. Vorremmo concludere accennando proprio ad alcune contromisure di cui si è parlato a partire dall’estate del 2017.

6.1 Si è cominciato a ripetere che controllare il confine Sud della Libia (di oltre cinquemila chilometri) con il Ciad e, soprattutto, il Niger «significa controllare i confini meridionali dell’Africa settentrionale e quindi della nostra Europa». L’avere scoperto che la migrazione in atto da quasi un ventennio dalle coste libiche verso l’Europa meridionale, e pertanto in primis verso le coste del Sud Italia, migrazione che trova il suo alimento in Paesi spesso assai lontani non è ovviamente cosa nuova. È nuova invece la richiesta, sempre più pressante da parte europea, di «esternalizzare le frontiere dell’Unione europea convincendo i leader dei Paesi africani, innanzi tutto del Ciad e del Niger, a collaborare nel fermare i flussi di migranti diretti in Italia e da qui negli altri Paesi europei».

A tale scopo è stato finanche proposto di installare nel Ciad e nel Niger “campi” (verrebbe quasi da aggiungere “di concentramento”) «volti a impedire l’ingresso nel deserto libico dei flussi di migranti», si osa dire allo scopo soprattutto di «convincerli a rimpatriare nei loro Paesi di origine volontariamente».

Non sappiamo se l’ipocrisia di tali discorsi sia maggiore o no della pervicace volontà di non volere rendersi conto della disperazione che motiva il formarsi di tutti i flussi migratori insieme.

Quanto poi ai migranti politici che fuggono da guerre o dittature che senso ha parlare di «convincere (negli ipotizzati campi creati nel Ciad e nel Niger) i migranti di tale specie a rimpatriare volontariamente nei propri Paesi di origine», Paesi da cui sono fuggiti per i motivi politici in senso ampio sopra succintamente richiamati? Che senso ha parlare di convincerli a rimpatriare non solo in Siria, ma anche in Somalia, Eritrea, Etiopia, Congo, Centrafrica etc.?

Parlare del convincimento al rimpatrio in tali casi è affermazione prima ancora che ipocrita, offensiva, oltre che lesiva del vero e proprio diritto soggettivo dell’asilo che questi migranti possono legittimamente vantare.

6.2 Si è assistito poi ad una serie di vicende particolarmente gravi.

Si è iniziato con una ignominiosa campagna denigratoria delle ong che avevano, in spirito umanitario, contribuito in modo determinante alla riduzione del numero dei migranti morti nell’attraversamento del Mediterraneo.

Si è proseguito iniziando una politica volta per un verso a riacquistare influenza presso il governo libico di Tripoli inviando navi militari allo scopo di consentire la riattivazione delle navi libiche di guardia costiera, per altro verso a fare intervenire tali navi libiche direttamente sulle barche degli scafisti allo scopo di ricondurre i migranti in Libia, cioè in quelle carceri o quei campi nei quali − come già detto − sono all’ordine del giorno violenze, stupri, torture. Si è operato per rafforzare, con forniture di mezzi e supporto vario (ad esempio con la formazione), la guardia costiera, assegnandole progressivamente il ruolo di polizia del mare in funzione di contrasto all’immigrazione clandestina. Questa politica, che ha trovato nel nuovo Governo nuovi e più radicali interpreti, è sfociata oggi nel divieto di attracco nei porti italiani delle navi di ong anche per il solo fine di rifornimento alimenti e carburante.

7. Avvicinandosi alla scadenza delle elezioni europee, poche sono le speranze che si esca da questa campagna elettorale continua che da un anno si gioca sulle vite di chi, per disperato desiderio di un futuro dignitoso e senza violenze e sopraffazioni per i propri figli, si affida giornalmente ai trafficanti di esseri umani. E questo proprio quando, e ormai almeno dal 2015, i flussi di migranti sono fortemente diminuiti sulle rotte del Mediterraneo.

7.1 Alcune misure minime dovrebbero essere adottate da subito. Non possono attendere.

Nuovi meccanismi per assicurare l’asilo a chi ne ha diritto devono essere messi in atto. L’attuale sistema, che incentiva la presentazione indiscriminata di domande da parte delle masse di disperati raccolti nei centri di accoglienza, produce inefficienza e arretrato (ingestibile nonostante gli indubbi sforzi di creazione delle sezioni specializzate e di rafforzamento delle commissioni territoriali), ritarda il riconoscimento per gli aventi diritti, prolunga oltre il lecito la permanenza nei centri dei richiedenti asilo. Si può pensare alla concessione di visti temporanei al fine di permettere la presentazione della domanda di asilo nei Paesi richiesti o a missioni dell’Unione europea col compito di esaminare le richieste in punti geograficamente nevralgici. Due le maggiori sfide: le garanzie minime del giusto processo devono essere assicurate; l’Europa (che già ha dato lo schiavismo e il colonialismo all’Africa) non può destabilizzare il Sahel e l’Africa subsahariana facendo confluire flussi migratori in situazioni geografiche ed economiche già estremamente fragili e costantemente sotto la minaccia del terrorismo jihadista.

Si devono creare nuovi canali di migrazione economica lecita. La chiusura dell’Europa – dalla popolazione sempre più anziana e inabile – in una roccaforte è economicamente ancor prima che umanamente perdente.

Si deve fare tutto quanto è possibile per fermare i discorsi di odio e discriminazione. Nelle scuole e nelle università, nei tribunali, sui posti di lavoro, sui social network.

Si deve preservare la capacità di accoglienza dimostrata dalle istituzioni e strutture dello Stato e prima fra tutti dall’amministrazione degli Interni, degli enti locali, delle organizzazioni umanitarie (pensiamo alla Croce rossa internazionale o alla Caritas ma enorme è stato lo sforzo di piccole e grandi organizzazioni non governative d’ispirazione laica e religiosa). Insieme hanno gestito flussi imponenti, migliaia di minori non accompagnati, garantendo loro sicurezza e dignità. È un patrimonio che non può essere disperso.

[*] Lo scritto è dedicato a Stefano Rodotà di cui, in questi momenti, si sente particolarmente la mancanza delle sue analisi, della sua chiarezza nell’individuare i problemi, della sua sensibilità etica.

La foto di copertina è di Naida Caira (Stoccolma, 2015) - www.naidacaira.com

26 luglio 2018
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
I respingimenti in mare dopo il cd. decreto sicurezza-bis (ed in particolare alla luce del comma 1-ter dell’art. 11 del d.lgs n. 286/1998)
I respingimenti in mare dopo il cd. decreto sicurezza-bis (ed in particolare alla luce del comma 1-ter dell’art. 11 del d.lgs n. 286/1998)
di Stefano Calabria
I diritti fondamentali dei migranti soccorsi in mare e il correlativo quadro dei doveri delle autorità statuali alla luce dei precedenti delle Corti sovranazionali. Qual è l’incidenza del cd. decreto sicurezza-bis? Il caso Sea Watch e la discussa questione dell’adempimento di un dovere
29 luglio 2019
L’ipotesi di applicazione retroattiva dell’abrogazione della protezione umanitaria ai procedimenti pendenti: una lettura critica della questione rimessa alle Sezioni unite
L’ipotesi di applicazione retroattiva dell’abrogazione della protezione umanitaria ai procedimenti pendenti: una lettura critica della questione rimessa alle Sezioni unite
di Nicola Canzian
Il contributo analizza in chiave critica le ordinanze che hanno rimesso alle SU la questione degli effetti intertemporali della protezione umanitaria. Questo orientamento propende per l’applicazione immediata delle nuove norme, ritenendo che il diritto a tale protezione sia una fattispecie a formazione progressiva; a questa ricostruzione si contrappongono i più convincenti argomenti dell’opposto orientamento, secondo cui la riforma non può essere applicata a chi già vantava il diritto alla protezione umanitaria, inteso quale diritto umano che preesiste al suo riconoscimento in sede amministrativa o giurisdizionale.
25 luglio 2019
Quando il diritto è vita. Note a margine dell’ordinanza del Tribunale di Roma del 21 febbraio 2019
Quando il diritto è vita. Note a margine dell’ordinanza del Tribunale di Roma del 21 febbraio 2019
di Carla Lucia Landri* e Claudia Pretto**
L’art. 25 del Codice visti dell’Unione europea può in taluni casi essere applicato direttamente ed invocato di fronte al giudice nazionale, in mancanza di rilascio di visto da parte della Rappresentanza diplomatica competente
8 luglio 2019
La protezione complementare dopo il dl 113/2018: inquadramento sistematico, questioni di legittimità costituzionale *
di Fabrizio Gallo
Un tema difficile, uno sguardo diverso. L'analisi della riforma dall'angolo visuale della Pubblica amministrazione
5 luglio 2019
Caso Sea Watch 3, la “scandalosa” ordinanza di rigetto del gip di Agrigento
Caso Sea Watch 3, la “scandalosa” ordinanza di rigetto del gip di Agrigento
di Andrea Natale
La richiesta di convalida dell'arresto di Carola Rackete è stata respinta. Una decisione che ricorda l'esistenza di una gerarchia di documenti normativi che antepone la Costituzione e le convenzioni internazionali ai provvedimenti amministrativi di un Ministro
3 luglio 2019
La replica del Tribunale di Firenze alle ordinanze Cass. nn. 1750 e 1751 del 2019 in vista della pronuncia delle Sezioni unite
La replica del Tribunale di Firenze alle ordinanze Cass. nn. 1750 e 1751 del 2019 in vista della pronuncia delle Sezioni unite
di Cecilia Pratesi
L’interpretazione degli effetti della successione di leggi nel tempo nell’abrogazione della disciplina della protezione umanitaria implica molteplici profili di ricostruzione sistematica del diritto di asilo, con numerose e complesse conseguenze in diritto. Nota a Tribunale Firenze, 22 maggio 2019
1 luglio 2019
Vietato “girare in asciugamano”: i regolamenti interni degli hotspot tra illegittimità e retoriche discriminanti
Vietato “girare in asciugamano”: i regolamenti interni degli hotspot tra illegittimità e retoriche discriminanti
di Lucia Gennari* e Francesco Ferri**
Le strutture hotspot aperte a partire dal 2015 dal Governo italiano su sollecitazione della Commissione europea, operano in assenza di una legge organica e sono tuttora regolate da atti amministrativi e prassi di polizia
24 giugno 2019
A proposito del decreto sicurezza-bis
A proposito del decreto sicurezza-bis
di Andrea Natale
Il contributo analizza le principali novità introdotte dal cd. decreto sicurezza-bis e riflette su possibili frizioni tra quelle disposizioni e alcune previsioni normative poste a garanzia di diritti fondamentali
20 giugno 2019
«La legge non dispone che per l’avvenire» (art. 11 disp. prel. cc): a proposito del decreto sicurezza
«La legge non dispone che per l’avvenire» (art. 11 disp. prel. cc): a proposito del decreto sicurezza
di Cesare Massimo Bianca
Considerazione critiche sull'ordinanza 11750/2019 della Corte di cassazione in tema di efficacia retroattiva del dl 113/2018
17 giugno 2019
Conseguenze della condanna penale del rifugiato secondo la sentenza della Cgue del 14 maggio 2019
Conseguenze della condanna penale del rifugiato secondo la sentenza della Cgue del 14 maggio 2019
di Francesco Buffa* e Salvatore Centonze**
La commissione di reati gravi sul territorio nazionale non fa dell’immigrato un soggetto privo del tutto di protezione e di diritti, spettandogli comunque i diritti salvaguardati per tali ipotesi dalla Convenzione di Ginevra e tutti i diritti spettanti allo straniero e non presupponenti una sua residenza regolare
14 giugno 2019
Newsletter


Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Magistratura e società
La grande vergogna. L’Italia delle leggi razziali, un libro completo e documentato
La grande vergogna. L’Italia delle leggi razziali, un libro completo e documentato
di Paola Perrone
Un volume importante quello di Carlo Brusco (Edizioni Gruppo Abele), bello soprattutto perché alimenta quel senso di responsabilità negli italiani che fa riconoscere oggi come proprie le storiche colpe dell’antisemitismo del periodo fascista
27 luglio 2019
Argonautiche della memoria – se le domande inattese salvano la storiografia. Christoph U. Schminck-Gustavus racconta
Argonautiche della memoria – se le domande inattese salvano la storiografia. Christoph U. Schminck-Gustavus racconta
di Mosè Carrara Sutour
Se la ricerca, il recupero o l'assunzione di una coscienza storica richiedono sempre uno sforzo di prospettiva, l'incontro-racconto con l'intellettuale tedesco conduce all'incontro tra il diritto e la storia taciuta, in un tempo ritrovato – anche fisicamente – in cui i “vinti” entrano a pieno titolo nella storiografia
26 luglio 2019
In ricordo di Francesco Saverio Borrelli
In ricordo di Francesco Saverio Borrelli
di Gherardo Colombo
Essere completamente indipendente dal potere politico, non assecondarlo, non subirlo e non adeguarvisi. È anche per questo che si è potuto indagare sulla corruzione e scoprirne il sistema. Perché c’era Saverio Borrelli
22 luglio 2019
Almarina: due donne, Nisida, un futuro possibile per entrambe
Almarina: due donne, Nisida, un futuro possibile per entrambe
di Ennio Tomaselli
La recensione all'ultimo romanzo di Valeria Parrella (Einaudi), pagine utili per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi come il carcere minorile, questioni che altrimenti rischiano di restare confinate nell’ambito degli addetti ai lavori
20 luglio 2019
Lo scandalo romano: un bubbone maligno scoppiato in un organismo già infiacchito da mali risalenti
Lo scandalo romano: un bubbone maligno scoppiato in un organismo già infiacchito da mali risalenti
di Nello Rossi
«Famiglie e individui. Il singolo nel nucleo» e «Il codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza». Questi gli obiettivi del nuovo numero trimestrale di Questione Giustizia
18 luglio 2019
La magistratura resistente *
di Paolo Borgna
Prima dell'8 settembre del 1943, durante il Ventennio fascista, molti magistrati sentivano l’iscrizione al Pnf come un’umiliazione, che non li obbligava a comportamenti contrari alla loro coscienza. Per loro, l’opposizione al fascismo fu uno stato d’animo pre-politico, un’opposizione culturale, un “antifascismo di stile”
11 luglio 2019