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Misure di prevenzione personali e presunzione semplice di attualità della pericolosità sociale nei confronti di condannati per mafia
Giurisprudenza e documenti
Misure di prevenzione personali e presunzione semplice di attualità della pericolosità sociale nei confronti di condannati per mafia
di Roberto Le Pera
avvocato del Foro di Cosenza
Nota a margine del decreto emesso, ai sensi dell’articolo 11 del d.lgs 159/2001, dal Tribunale di Cosenza, sezione Misure di prevenzione, n. 618/17 RPCC, depositato il 15 febbraio 2018. Prime applicazioni di merito dei principi enunciati dalla suprema Corte a Sezioni unite con la pronuncia n. 111/2018: «A fronte di misure di prevenzione richieste o applicate nei confronti di indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso è necessario accertare il requisito dell’attualità della pericolosità del soggetto per l’applicazione o il mantenimento della misura, senza che sia possibile una presunzione di pericolosità legata alla passata partecipazione ad un gruppo associativo suscettibile di essere vinta solo in caso di dimostrazione di un formale recesso dal gruppo medesimo»

Il Tribunale di Cosenza, sezione Misure di prevenzione, con il decreto depositato lo scorso 15 febbraio, accogliendo un’istanza di revoca della misura di prevenzione personale, ha attuato la sensibile inversione di tendenza, recentemente dettata dalle Sezioni unite della suprema Corte, in materia di «sostanziale presunzione di attualità di pericolosità sociale (qualificata) di soggetti indiziati di appartenenza ad un’associazione di tipo mafioso in assenza di prova del recesso personale del prevenuto dall’organizzazione di appartenenza o della disintegrazione dell’organizzazione medesima».

L’istante, sottoposto a misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale per la durata di anni quattro, aveva rilevato, a fondamento della propria richiesta di revoca di tale misura, unitamente al decorso temporale dalla data di applicazione della misura, fatti nuovi, tesi a comprovare il mutamento del proprio modus vivendi e, conseguentemente, per inferenza deduttiva, il comportamento recessivo rispetto al consortium.

Il Tribunale, con la pronuncia in nota, prendeva atto del consolidato e dominante orientamento della giurisprudenza in tema di esclusione dell’attualità del pericolo sociale dell’appartenente a consorteria mafiosa esclusivamente nei casi di evidenza probatoria del recesso dalla stessa ovvero della sua disintegrazione; constatava, però, che tale unanime convincimento, nelle more dello stesso giudizio, era stato oggetto di recentissimo intervento delle Sezioni unite dalla suprema Corte (n. 111/2018) che imponeva una completa rivisitazione della presunzione di attualità della pericolosità sociale nei termini appena esposti.

La pronuncia del giudice di merito, al di là del rilievo per la concreta attuazione di fondamentali principi in materia di libertà personale, offre spunti di riflessione in tema di vera e propria trasformazione – finalmente in chiave costituzionale – della materia della prevenzione.

La citata pronuncia delle Sezioni unite oblitera il recente passato giurisprudenziale – contrastato da isolate pronunce soprattutto di merito – su cui fondavano le motivazioni reiettive delle istanze di revoca della misura di prevenzione personale sul presupposto della massima di esperienza che riguardava la presunzione (semplice) di tendenziale stabilità del vincolo associativo; lo sviluppo della giurisprudenza di legittimità, è precisato nella sentenza n. 111/2018, invero impone che il richiamo alle presunzioni semplici debba essere corroborato dalla valorizzazione di specifici elementi di fatto che le sostengano e che evidenzino la natura strutturale dell’apporto del singolo al consortium, onde sostenere la connessione con la fase di applicazione della misura.

La sentenza n. 111/2018 costituisce il traguardo di un (seppur controverso ma progressivo) percorso avviato, anni addietro, dalle stesse Sezioni unite con la pronuncia 4880 del 2014; in quella sede, traendo forza dai principi enunciati dal giudice delle leggi con la sentenza n. 93/2010, i giudici di legittimità provocavano il primo, vero “smottamento” nella materia della prevenzione personale ossia tra la radicale lettura social-preventiva della “sanzione amministrativa”, da una parte, e l’interpretazione costituzionale della “sanzione penale”, dall’altra. Proprio sull’inevitabile trasformazione della misura in parola – da sanzione amministrativa a sanzione penale – si consumava lo “strappo” dell’interprete in chiave costituzionale e giurisdizionale.

La pervicacia con cui la Corte costituzionale, nella citata sentenza n. 93/2010, ricordava la portata dei principi sottesi all’articolo 13 Cost. consentiva l’utile dialogo (questa volta tra Corti nazionali) che ha costituito il portato della sentenza n. 4880/2014, mediante la quale riprendeva e proseguiva, questa volta in modo inarrestabile, il processo di «progressiva costituzionalizzazione e giurisdizionalizzazione delle misure di prevenzione personale», la cui funzione social-preventiva veniva definitivamente ricondotta nell’alveo del giusto processo e dei relativi parametri costituzionali.

In questo modo, mediante l’affermazione della necessità della costituzionalizzazione delle misure di prevenzione, la Costituzione è stata riproposta, con gli articoli 111 e 13 della Carta, quale parametro nella materia della prevenzione personale, a tutela delle garanzie difensive; proprio in ossequio a tali canoni, la suprema Corte, con la sentenza n. 3945 del 12 novembre 2017, ha “ripudiato” affermazioni in termini assoluti circa l’irrilevanza, ai fini dell’esclusione dell’attualità della pericolosità, del decorso temporale rispetto all’epoca dell’applicazione della misura e neppure ha tollerato presunzioni di stabilità dell’indiziato-prevenuto all’interno dell’associazione desunte dalla natura e dalla tipologia del vincolo associativo.

In questa chiave deve essere letto il percorso costituzionale delle misure di prevenzione personale, che, a parere dello scrivente, nonostante l’inciso contenuto nella pronuncia n. 111/2018, solo apparentemente ha subito l’influenza dei giudici sovranazionali (il riferimento è alla nota sentenza De Tommaso contro Italia).

Vero è che le Sezioni unite nella sentenza in commento ripercorrono, anche, il ragionamento svolto nella decisione De Tommaso in tema di tassatività e determinatezza di dette misure, ma v’è da precisare che tale richiamo è esclusivamente propedeutico alla necessità di una lettura tassativizzante e tipizzante della fattispecie in parola, così da assicurare l’aderenza del sistema di prevenzione – anche – ai principi convenzionali.

L’esigenza di tassatività e tipicità, invero, è la semplice e naturale conseguenza della (ben più rilevante) necessità di costituzionalizzazione e giurisdizionalizzazione delle misure di prevenzione avvertita, come appena ricordato, dall’interprete nazionale, ancor prima di quello sovranazionale, con la sentenza n. 4880/2014, nella quale è contenuta la lettura simbiotica – ed è questo lo slancio inarrivabile, finanche, per il giudice sovranazionale – dell’articolo 13 Cost. con i criteri applicativi delle misure, sia per la loro caratteristica di afflittività sia, soprattutto, per la connessa pertinenza ad una situazione di allarme sociale incombente, di cui devono essere definiti specificamente i contorni per giustificarne l’applicazione.

In definitiva, le Sezioni unite, unicamente mediante il naturale ripristino dei valori fondanti il nostro sistema democratico ed espressi nella Carta fondamentale, ha dismesso, quale criterio di autonoma valutazione della persistenza dell’attualità del pericolo sociale del condannato per delitti associativi, qualsiasi forma di automatismo dimostrativo; non si tratta di limitare il libero convincimento del giudice bensì di rispondere all’esigenza di costituzionalizzazione e giurisdizionalizzazione delle misure di prevenzione personali mediante il rigetto di forme di presunzioni semplici, certamente insufficienti, al pari del processo penale, a fondare giudizi limitativi della libertà personale.

13 marzo 2018
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La qualità delle indagini e della loro resa dibattimentale, insieme alla ritenuta credibilità delle dichiarazioni delle persone offese, ha confermato, secondo i giudici dell’assise, un contesto di privazione della libertà dei migranti e di violenze di ogni tipo che scolpisce una realtà che per la sorte dei diritti umani è fondamentale non ignorare.
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Partendo da casi di cronaca, si approfondiscono problematiche sulla valutazione giurisprudenziale dell’imputabilità ex art. 98 cp, anche alla luce di dati statistici recenti. Si discute, in particolare, della correttezza formale e dell’opportunità, rispetto anche ad esigenze di chiarezza e credibilità dell’agire istituzionale, di pronunce dichiarative di non imputabilità in concreto non precedute da una valutazione collegiale e specializzata. Si segnala anche recente giurisprudenza di legittimità relativa agli infraquattordicenni, non imputabili ex lege, e si conclude sottolineando l’importanza che la giurisprudenza in questa materia, cruciale sul piano concettuale e sistematico, sia sempre più coerente con l’esigenza di una giustizia comunque a misura delle persone di minore età.
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A tre anni dalla sua uscita, Fine pena: ora di Elvio Fassone − il libro che racconta il carteggio ultredecennale tra un ergastolano e il suo giudice − è diventato uno spettacolo teatrale. Le sue pagine continuano ad agitare le nostre coscienze, emozionandoci e ponendo questo quesito: «Come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato»? Un interrogativo che coinvolge il nostro Paese in un momento storico in cui la riforma penitenziaria è stata finalmente approvata dal Consiglio dei ministri il 16 marzo 2018, anche se il suo iter non si è ancora concluso.
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Il dossier dell'associazione antimafie daSud è uno strumento di analisi e documentazione che ha il merito di sottolineare con forza temi che costituiscono un tutt’uno problematico ma anche uno stimolo straordinario. Sono i giovani − molti minori − i protagonisti, spesso cresciuti all'ombra dei clan e in contesti devianti; ma lo sono anche la passione e la voglia di riscatto di quanti, nelle istituzioni e fuori, tentano di restituire dignità e speranza a “periferie” troppo spesso dimenticate dalla politica.
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Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Giurisprudenza e documenti
Quale sanzione per il licenziamento tardivo?
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Attraverso l’esercizio del potere disciplinare il datore di lavoro può imporre l’esatto adempimento della prestazione, colpendo con la sanzione la condotta non conforme. Il trascorrere del tempo senza contestazioni è invece significativo di una valutazione datoriale di fiducia sull’esatto adempimento della prestazione per il futuro, senza necessità di un intervento sanzionatorio. Il licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, massima sanzione disciplinare, presuppone un inadempimento talmente grave da far venire meno l’elemento fiduciario. Non vi può essere compatibilità tra l’assenza di contestazioni protratta per lungo tempo in ordine alla condotta pienamente conosciuta che si assume inadempiente e l’interesse del datore di lavoro a sanzionarla, e tanto meno tra l’assenza di contestazioni e l’elisione dell’elemento fiduciario del rapporto.
21 maggio 2018
La giurisprudenza del Tribunale di Roma dopo il revirement della Corte di cassazione sull’assegno divorzile
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di Franca Mangano
Nell’ultimo anno i giudici della I Sezione civile del Tribunale di Roma si sono confrontati con la sentenza n. 11504/2017 valorizzando, per quanto possibile, gli aspetti di continuità con la precedente giurisprudenza, in vista di una interpretazione dell’istituto dell’assegno divorzile adeguata alla mutata fisionomia del matrimonio ma anche coerente con i principi di solidarietà garantiti dalla Costituzione, nell’auspicio che le Sezioni unite prestino attenzione allo sforzo ricostruttivo dei giudici di merito.
10 maggio 2018
La repressione penale del commercio dei prodotti contraffatti fra vendite in rete e venditori abusivi di strada: gli interessi protetti*
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9 maggio 2018
La tutela delle vittime di tratta di fronte alla Sezione specializzata in materia di protezione internazionale di Firenze
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di Diana Genovese
Una recente ordinanza della Sezione specializzata in materia di protezione internazionale di Firenze prende in considerazione il particolare intreccio tra il percorso della protezione internazionale e quello di assistenza e tutela delle vittime di tratta di esseri umani proponendo un approccio inedito al problema dell’emersione di indicatori di tratta durante l’audizione del richiedente la protezione internazionale in sede di ricorso giurisdizionale.
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Dissequestrata la nave Open Arms: soccorrere i migranti non è reato
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Pur nella difficoltà di trovarsi al centro del Mediterraneo nel disinteresse molto interessato del resto d’Europa e nella preoccupazione di divenire la meta di ogni migrante, con la decisione del gip di Ragusa l’Italia si sforza di non interrompere il collegamento fra diritto e umanità.
19 aprile 2018
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