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Messa alla prova… 30 anni dopo!
Magistratura e società
Messa alla prova… 30 anni dopo!
di Cristina Maggia
presidente del Tribunale per i minorenni di Brescia
vicepresidente Aimmf-Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e la famiglia
La messa alla prova minorile per reati gravi: una sfida che vale la pena raccogliere. Il libro di Joseph Moyersoen raccoglie voci diverse, con un focus particolare sulla commissione di reati associativi in diversi contesti geografici
Messa alla prova… 30 anni dopo!

Il 22 febbraio scorso a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, la presidenza del Consiglio comunale, in collaborazione con la sezione milanese di AIMMF (Associazione italiana magistrati per i minorenni e per la famiglia) e la camera minorile di Milano, ha organizzato una interessante mattinata di lavoro sul tema L’istituto della messa alla prova minorile: dati, evoluzione, buone pratiche e applicazione a reati gravi quali quelli associativi, a 30 anni dalla entrata in vigore del dPR 448/88.

Base per il seminario è stato il bel libro, curato da Joseph Moyersoen, dal titolo La messa alla prova minorile e reati associativi. Buone pratiche ed esperienze innovative (Franco Angeli, Collana Le professioni nel sociale, 2018).

Sono passati quasi trent’anni dalla entrata in vigore, il 25 ottobre 1989, del dPR n. 448/88 che regola il processo penale minorile.

Il sistema del processo penale minorile rappresentò una novità assoluta nel panorama giuridico minorile internazionale e venne riconosciuto come uno dei migliori progetti non solo in campo europeo. Caratteristica qualificante di questo processo è l’attenzione alla persona. Il minore autore di reato diventa il perno del sistema normativo processuale minorile e l’ordinamento gli garantisce tale centralità attraverso un modello di processo che ha come obiettivo il recupero piuttosto che la punizione, in un’ottica conforme al dettato costituzionale.

Il processo penale assume una forte valenza educativa che si declina con un ineliminabile lavoro di conoscenza e approfondimento della persona di quel minore e della sua condizione personale e familiare. Si favorisce in tal modo un percorso di presa di consapevolezza da parte del ragazzo della propria condotta, un percorso che dia da un lato valore alla vittima e dall’altro consenta al minore di poter vedere quanto commesso senza una immediata identificazione con l’errore, ma come altro da sé, consentendogli una speranza di futuro e di evoluzione nel cammino verso l’età adulta.

Fra le norme che descrivono gli interventi utili al recupero/ri-educazione del minore l’art. 28 relativo alla messa alla prova è senza dubbio quello di maggiore significato, definito a suo tempo dalla Corte costituzionale «l’innovazione più significativa e coraggiosa operata dal nuovo codice di procedura penale».

La messa alla prova è una forma di probation processuale che consente di raggiungere la più veloce fuoriuscita del minore autore di reato dal processo penale in una con il suo reinserimento sociale attraverso un percorso che, con la sospensione del processo, prevede una serie di attività ritagliate su misura per quel particolare ragazzo e per i suoi bisogni educativi, dopo un accurato esame della personalità dello stesso. L’esito positivo della messa alla prova comporta la cancellazione degli effetti penali del reato. La messa alla prova prevista per gli imputati minorenni è un istituto assai diverso da quello introdotto dalla legge 28 aprile 2014, n. 67 nel processo a carico dei maggiorenni, come peraltro anche la Corte costituzionale ha ribadito nella recentissima sentenza n. 68 del 29 marzo 2019.

La Corte ha sottolineato come la messa alla prova minorile, a differenza di quella per gli adulti, non sia connotata da alcun significato sanzionatorio, né da meri obblighi di fare, ma è improntata ad un accompagnamento volontario del minore verso un percorso evolutivo e responsabilizzante cui si può pervenire con modalità operative sganciate da qualsiasi intento punitivo che, in ragione di ciò, rendono non praticabile la quantificazione di una sorta di “pre-sofferto” in caso di esito negativo della messa alla prova e della conseguente condanna dell’imputato. Si pensi peraltro che l’eventuale fallimento in primo grado avanti al gup, non pregiudica la possibilità di effettuare una nuova messa alla prova davanti al giudice del dibattimento, né una condanna in primo grado impedisce l’organizzazione di una ulteriore possibile messa alla prova davanti ai giudici della Corte d’appello, in presenza di una riscontrata, ancorché tardiva, maturazione dell’imputato.

Nonostante i trenta lunghi anni trascorsi dall’entrata in vigore del processo penale minorile, mancava un testo che affrontasse in modo accurato e multidisciplinare il tema della messa alla prova, con particolare attenzione al suo possibile e positivo utilizzo anche per reati di estrema gravità.

Il testo curato da Joseph Moyersoen ha il pregio di tenere insieme tante voci diverse con un focus particolare sulla commissione di reati associativi nei diversi contesti geografici italiani e con riferimento a fenomeni associativi legati a particolari territori.

La lunga esperienza internazionale di Joseph Moyersoen, già giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Milano e già presidente della AIMJF (Associazione internazionale magistrati minorili e della famiglia), ha consentito, in apertura del testo, la comparazione fra i diversi sistemi (francese, spagnolo, tedesco, britannico, svizzero). Credo che basti la lettura del primo capitolo per concludere con una valutazione del sistema italiano come il più efficace quanto ad abbassamento della recidiva ed a recupero del minore al vivere civile e in definitiva il più produttivo di reale benessere sociale che, per essere duraturo, non può che passare per il cammino di crescita e la maturazione degli individui, piuttosto che per la minaccia di punizioni esemplari.

Il fenomeno delle bande giovanili dei latinos, minorenni provenienti in massima parte dall’Ecuador o dal Salvador, che hanno importato dal continente americano in Italia, specie a Milano e Genova, stili e riti associativi prodromici alla commissione di reati di estrema gravità, ha trovato nel processo penale minorile e nel percorso di messa alla prova «un antidoto al rito della banda», per usare le parole di uno degli autorevoli autori del libro, con il risultato della quasi completa sparizione del fenomeno negli ultimi anni a seguito della espulsione di alcuni componenti delle bande diventati maggiorenni e delle raggiunta integrazione sociale di moltissimi altri.

Le testimonianze e le riflessioni di colleghi che presiedono Tribunali per i Minorenni in zone calde della penisola connotati dalla presenza di fenomeni criminali di stampo mafioso, camorristico e ‘ndranghetistico, evidenziano come la messa alla prova, ogni volta ritagliata su quel particolare ragazzo e quella particolare situazione, sia uno strumento flessibile estremamente utile per consentire al minore la sperimentazione di una vita basata su esperienze e valori diversi, per costruire appartenenze positive che possano essere contrapposte a quelle originarie.

Gli autori e colleghi concordano tutti sul fatto che presupposto della messa alla prova non sia la confessione, intesa come chiamata in correità o collaborazione di giustizia. È sufficiente da parte del ragazzo una presa di coscienza degli errori commessi, non potendosi pretendere dichiarazioni che lo possano sottoporre a rischi più che considerevoli, che non si è in grado di prevenire o neutralizzare.

L’esperienza calabrese, divenuta assai nota dopo la diffusione del protocollo Liberi di scegliere, ha come punto centrale la possibilità per il ragazzo di decidere di vivere al di fuori della sua famiglia, compressa e impregnata di dis- valori di tipo gruppale. Solo in un ambiente neutro il ragazzo può raggiungere una rielaborazione critica delle proprie condotte, lontano dalla sede operativa del sistema criminale.

«Fuori dalla famiglia, ma non senza famiglia», essendo fondamentale un lavoro parallelo sulle parti sane del nucleo familiare, che faccia leva sui sentimenti e gli affetti. Il bilancio di oltre quaranta procedimenti celebrati avanti al Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria è assolutamente incoraggiante.

L’esperienza siciliana del territorio catanese evidenzia come le «organizzazioni criminali, alias sistemi mafiosi, si offrono al minore come sistemi sostitutivi e vicarianti» che soddisfano la sua deprivata domanda di appartenenza. Vi si accede per nascita in una famiglia mafiosa, e qui l’intervento è più difficile, o per compensare carenze profonde, emarginazioni, ricerca di identità.

Ineliminabile pertanto è lo studio della personalità del minore per comprenderne i bisogni e adeguarvi gli strumenti. Di grande importanza e significato è la costruzione di una relazione processuale significativa che gli dia la percezione del senso delle regole, delle motivazioni su cui poggiano le decisioni: la finalità educativa deve pervadere tutto il processo e non essere solo appannaggio della messa alla prova.

«Il contatto del minore con il giudice e con l’apparato del processo non dovrà essere formale», ma dovrà tendere alla costruzione di opportunità possibili di recupero attraverso l’adesione profonda dell’interessato.

Della esperienza napoletana descritta nel libro colpisce come il degrado sia definito inevitabile terreno di coltura per le aggregazioni giovanili criminali nel nulla di offerte alternative. Luogo di conformismi comportamentali devianti nell’assenza dell’esperienza della “bellezza”, intesa come la bellezza delle relazioni affettive, amicali, di rispetto e solidarietà, del “diritto al sogno”.

Qui l’intervento della messa alla prova assume i caratteri della sfida nella difficoltà di reperire risorse che abbiano qualche appetibilità per ragazzi cresciuti nel vuoto assoluto. Una sfida che è necessario in ogni caso raccogliere.

Chiudono il libro le parole di tanti ragazzi sottoposti a messe alla prova conclusesi positivamente: descrivono la fatica, lo sconforto, la rabbia, lo spaesamento, la vergogna, l’incredulità iniziali e i sentimenti di gratitudine, fiducia, libertà, speranza, futuro, acquisiti al termine del cammino.

Da tutti emana la meraviglia per la nuova nascita, per l’inizio di una vita che non immaginavano di poter intraprendere, ricca di autostima e fiducia in sé stessi, non ritenuti capaci di superare alcuna prova che non fosse coerente con una strada già tracciata. La messa alla prova è stata costanza, piantare un seme che poi crescerà, è stata la base. «Non vedo l’ora di uscire a testa alta da questa esperienza per intraprenderne un’altra altrettanto intensa che è la mia nuova vita»: scritto da «Carolina in libertà».

13 aprile 2019
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