Magistratura democratica
Osservatorio internazionale
Lottare per l'Europa per potere sperare nell'Europa
di Giuseppe Bronzini
presidente di sezione della Corte di cassazione
Per sconfiggere le forze sovraniste è necessario riavviare la riflessione razionale sulla realtà ambivalente del processo di integrazione europea, successi ma anche gravi limiti. Ma questo non basta; occorre offrire visibili forme di solidarietà sociale paneuropea chiaramente ascrivibili all’Unione che ricostruiscano quella fiducia nel potere sovranazionale gravemente compromessa con le politiche di austerity

1. Il rischio mortale del nuovo nazionalismo populistico

L’ultima raccolta italiana di saggi di Jürgen Habermas, opportunamente uscita nell’imminenza delle elezioni europee, reca il titolo di Ultima occasione per l’Europa [1] che esprime bene la drammaticità del momento. Anche per il grande interprete della tradizione costituzionale europea, erede della cultura critica della Scuola di Francoforte, si tratta di elezioni che potrebbero cambiare in modo potenzialmente drammatico la storia del vecchio continente così come si è dipanata a partire da quel Trattato di Roma che, secondo le migliori e preferibili ricostruzioni (confortate però da storiche decisioni della Corte di giustizia), ha per la prima volta costituito un’entità politico-istituzionale oltre gli Stati a carattere “sovranazionale”, che trascende in modo significativo le aggregazioni di mero diritto internazionale. Sino a pochissimi anni orsono si trattava di una realtà pressoché indiscutibile e ritenuta comunque immodificabile; le discussioni, anche aspre, riguardavano semmai le caratteristiche ultime di questa inedita costellazione (da cui il fiorire di definizioni per cogliere la reale innovatività del “sistema europeo” giunte a centinaia di formule) e/o la necessità di completare il processo con un più chiaro ridimensionamento dei poteri degli Stati europei in un quadro federale più coerente con quanto preconizzato nel Manifesto di Ventotene [2] o dai sostenitori di un’Europa federale. C’è insomma un rischio concreto di dissoluzione con il prevalere di forze (ancora radicate solo in alcuni Paesi e comunque con partiti non maggioritari alla vigilia delle elezioni precedenti) favorevoli alla cancellazione dei tratti “sovranazionali” del sistema europeo che potremmo sintetizzare nei due principi del primato e dell’effetto diretto del diritto dell’Unione cui va aggiunto il carattere (indubbiamente perfettibile) rappresentativo e politico del processo decisionale dell’Unione che prevede elezioni di un Parlamento a mandato universale (con un potere di codeterminazione molto ampio) ed altri meccanismi istituzionali di bilanciamento tra poteri (europei) e di garanzia dei diritti individuali, equilibrio purtroppo reso più precario negli ultimi anni di “crisi permanente” dell’Unione. Inutile è, forse, sottolineare che il rischio che si corre deriva proprio da un’elezione che può dare visibilità e forza ad un diffuso malcontento e sfiducia nei confronti degli organi di Bruxelles e dei risultati della governance europea degli ultimi anni, che − però − molteplici forze politiche e sociali (incoraggiati da alcuni governi) non cercano più di convogliare verso il cambiamento e la trasformazione ma per recidere i legami tra gli europei riportandoli ai loro destini e confini nazionali. Il clima di queste elezioni è certamente precipitato, facendosi più ultimativo e da “resa finale”, rispetto al 2014: il voto ha propriamente contorni “costituzionali” perché è la stessa scelta del ‘57, l’idea stessa di una cornice istituzionale paneuropea dai contorni più solidi di un accordo di natura internazionalistica e capace di decisioni autonome ed efficaci sullo scenario globale, che viene rimessa in discussione in modo frontale da attori che non costituiscono più delle sparute minoranze. Purtroppo, anche se può non far piacere, di questo schieramento fanno parte anche componenti della sinistra continentale radicale ed intellettuali molto noti (non parlo di movimenti sociali perché questi, dopo le fiammate di Podemos in Spagna e qualche altra minore mobilitazione locale, non sembrano davvero giocare un ruolo significativo nella sfera pubblica europea). Fa certamente una certa impressione leggere su una pubblicazione che gode di un suo prestigio come Le Monde diplomatique il leggendario direttore della New Left Review, vetrina da sempre del pensiero critico post-sessantottesco (da Hobsbawm a Balibar, da Negri, a Laclau e Mouffe), Perry Anderson affermare che «per i movimenti antisistema di sinistra la lezione da trarre è chiara. Se non vogliono essere oscurati dalle loro controparti di destra, non possono più permettersi di essere meno radicali e meno coerenti di loro nell’opposizione al sistema. In altre parole è necessario prendere in considerazione la possibilità che ormai l’Unione sia così dipendente dalle decisioni che l’hanno trasformata in una costruzione neoliberista da non poter essere più riformata. In questo caso sarebbe preferibile disfarsene e realizzare qualcosa di meglio…» [3], così come sembra davvero incredibile la fortuna di un volume [4] come quello di Wolfang Streek che parla di una congiura originaria liberista ai danni del modello keynesiano di welfare state condotta con il pretesto di una integrazione più forte, per non chiamare in causa episodi (più modesti sul piano intellettuale) come l’iniziativa di un noto politico romano di estrema sinistra, ma con esperienze governative, di aprire una Fondazione “Patria e costituzione” in funzione anti-UE. Potrebbe in effetti aver ragione l’invitto regista Ken Loach quando riafferma che «prima di sperare bisogna lottare» [5] ma lottare per cosa?

2. La confutazione razionale

Torniamo però ad Habermas che in effetti nei suoi, molto preoccupati ed a volta torvi ultimi saggi, ci invita − mi pare − ad accettare una contraddizione, di cui le irresponsabili posizioni neo-nazionaliste di una parte della gauche sono chiaramente un sintomo. L’Europa che dobbiamo preservare come cornice istituzionale è certamente segnata dalle tragiche sfide del 2015, la crisi greca e quella dell’exodus siriano poi allargatasi in un problema più generale di gestione del problema migratorio [6]: è «l'Europa del nostro scontento» [7]; ma al tempo stesso è l’unico “principio speranza” per non precipitare nell’abisso del nazionalismo, origine e fonte della barbarie del primo Novecento. Che oggi il nazionalismo si chiami “populismo” sembra davvero marginale, soprattutto in vista di elezioni europee, visto che la vittoria del cosiddetto populismo condurrebbe come primo risultato alla cancellazione di quei vincoli tra Stati che si sono costruiti in sessant’anni che innegabilmente riducono (e di molto) i poteri di questi. È questa contraddizione che mi pare vada accettata nonostante il carattere irrazionale, autolesionista e fondato su semplificazioni ed approssimazioni inaccettabili della “rivolta sovranista”. A quest’ultima si potrebbe replicare sul piano dell’argomentazione e della ricostruzione storica che non può che partire da quei “beni comuni” che certamente la costruzione europea ha edificato e che i nazionalisti fingono possano essere conservati nonostante il ripristino delle sovranità statuali. Innanzitutto si potrebbe ricordare che l’integrazione europea nasce, come una sperimentazione politico-istituzionale che vuole superare gli orrori del nazionalismo (e delle sue varianti più sanguinarie, il militarismo e il razzismo antisemita); la storia insanguinata dei confini tra Stati europei è la vera fonte per capire il successo che sino ad oggi è sembrato inarrestabile di una integrazione giuridica che − sin dall’inizio − ha cercato di declinare un’alternativa all’autodistruttività delle dinamiche di potenza degli Stati europei. Sono queste bitter experience che spiegano in gran parte, come aveva ricordato in un’ amara riflessione sul voto in Francia nel referendum Christian Joerges, la forza di una law after Auschwitz [8] che si adopera a “lavorare attraverso il passato” per aprire nuove possibilità per la coesistenza tra i cittadini del vecchio continente. Quel luogo che ha visto nascere lo stesso concetto di “sovranità” nazionale e ha conosciuto direttamente e con la massima intensità le conseguenze più aberranti di una nozione, costitutiva del cosiddetto ius pubblicum europaeum, e in sé matrice di inimicizia insanabile e di esclusione dei diversi, come quella di “popolo” [9]. Certamente un passaggio storicamente cruciale è stata l’approvazione della Carta dei diritti: la filosofa Roberta De Monticelli, guardando al futuro dell’Unione, ha ribadito che la Carta è la «legally binding incarnation of Ancient and Modern Practical Reason» [10]; coerentemente la prima bozza del Preambolo di quella che doveva essere la prima Costituzione europea richiamava l’eredità dell’Europa «alimentata innanzitutto dalla civiltà greco-romana, poi dalla filosofia dei lumi che hanno ancorato nella società la percezione del ruolo centrale della persona umana e del rispetto del diritto» ed aggiungeva un significativo riferimento anche alla Rivoluzione francese. Si tratta, infatti, di una codificazione a forte vocazione razionalista saldamente attestata su valori laici e democratico-sociali in cui l’individualismo libertario si coniuga con la solidarietà ed il welfare universalistico dei “trenta gloriosi” aggiornato ad una realtà post-fordista; come ha scritto Jürgen Habermas: «La nuova consapevolezza dei momenti comuni ha trovato espressione nella Carta dei diritti dell’Unione ... con le sue protezioni sociali, la Carta rimanda al di là di questa prospettiva meramente economica. Il documento mostra in modo esemplare i principi normativi che uniscono i cittadini europei» [11]. Bene contro il refrain sul neoliberismo europeo, che è ciò che in genere si obietta all’argomento neokantiano della «pace attraverso i commerci», si potrebbe ricordare che la stagione in cui viviamo è di molto mutata rispetto all’era clintoniana nella quale fu definita la politica di governance economica dell’Unione; oggi impazzano le guerre dei dazi e quelle commerciali, che nel passato hanno sempre mostrato una tendenza alla conversione in guerre guerreggiate: non dominano i Clinton o i Blair ma i Trump ed i Bolsonaro. Cancellare lo spazio di mediazione offerta dall’Europa che risultati antiliberisti darebbe in questo nuovo contesto internazionale? Su questo fronte nessuno sembra ricordare che le più importanti imprese a livello globale (le cosidette top fives) sono quelle teologiche e che anche una Unione divisa e litigiosa al suo interno è comunque riuscita ad emanare una disciplina di protezione dal “furto sistematico dei dati” e di “tutela della privacy” che costituisce l’unico vigente tentativo di reazione al prepotere di questa imprese che incarnano con maggior successo la logica della libertà di impresa. Il secondo “bene comune” è certamente quello del mercato comune, anche nel suo correlato della libertà di circolazione dei lavoratori, che ha consentito un alleggerimento della crisi occupazionali interne ed un’apertura (anche se imperfetta) dei welfare nazionali all’universalismo delle protezioni. Sembra che i populismi vari ritengano che il mercato comune si possa alla fine confermare trattandosi di aspetti che non incidono sulle varie sovranità nazionali, ma questa convinzione costituisce un approccio sostanzialmente liberista poiché ritiene che la regolamentazione dei rapporti di lavoro e i sistemi di sicurezza sociale possano essere regolati da autorità diverse e con regole diverse da quelle che disciplinano i commerci; che insomma si possa tornare alla vecchia idea di welfare nazionali e di un mercato “comune”, la cui evidente irragionevolezza (nel separare sociale ed economico) è alla base della scelta di dotare anche l’Unione di un capitolo sociale e di includere nella Carta dei diritti le pretese a carattere socio-economico riconosciute in genere dai singoli Stati. Ci chiediamo: conserverebbero i Paesi più accanitamente euroscettici come Polonia e Ungheria i tassi di sviluppo attuale dopo avere distrutto la cornice istituzionale del mercato comune? È la povera Italia che fine farebbe nel gorgo della globalizzazione, nel pieno delle guerre commerciali, anche se riacquistasse il potere di svalutare con cento miliardi di interessi annuali sul debito pubblico senza la protezione, anche solo virtuale, dei bazooka della BCE? Inoltre le decisioni poco progressiste e non popolari di Bruxelles non sono per una parte significativa ascrivibili proprio agli Stati che ancora detengono prerogative decisionali importanti, incrementate proprio in questi anni per la gestione della crisi economica? Certamente si potrebbe andare avanti in un’analisi più attenta dei fenomeni in corso, non da ultimo ricordando che se la Corte di giustizia ha dovuto emettere decine di sentenze sui contratti a termine e sull’orario di lavoro evidentemente le protezioni sociali europee non sono poi così insignificanti e misere se tutti gli Stati le violano sistematicamente. Agli elettori italiani si potrebbe ricordare, ad esempio, che l’incancrenita situazione degli insegnanti precari della scuola è stata risolta solo grazie alla Corte di giustizia, che ha portato alla più grande sanatoria post-bellica a livello continentale; a ciò si potrebbero aggiungere altre esemplari decisioni di segno garantista della Corte del Lussemburgo sulla discriminazioni dei gay o sul riconoscimento delle coppie non tradizionali oppure, in altre materie, sul diritto all’oblio su Internet o sui limiti della schedature attraverso i dati (data retention), sulla protezione della riservatezza nei confronti dei giganti tecnologici Usa, sulla tutela ambientale e sui diritti dei consumatori etc. che si impongono per la loro forza in tutti i sistemi giuridici nazionali. Anche circa i migranti, pur con una certa timidezza e con una giurisprudenza ondivaga, la Corte dell’Unione è comunque giunta (il 14 maggio 2019) ad affermare il principio per cui il rifugiato non può, anche se viene privato di tale status, essere espulso in un Paese ove si troverebbe a rischio sulla base delle previsioni della Carta di Nizza.

3. Recuperare la solidarietà paneuropea

Ma si tratta di argomentazioni di tipo razionale, molte delle quali sollecitano una riflessione sui reali interessi delle persone in rapporto a ciò che offre (e potrebbe un domani non offrire) l’ordinamento europeo, destinate a sviluppare comunque un legame “freddo” con l’Unione, certamente non una empatia per questa paragonabile al sentimento (definito eros da alcuni) che talvolta le popolazioni provano per il loro Stato nazionale. È il tema sviluppato da Joseph Weiler in notissimi saggi degli anni ‘90, a partire dal quale sconsigliava di imboccare strade di integrazione più spinte e più marcatamente federali. Non posso in questa sede sviluppare adeguatamente il tema pur essendo convinto che esistano valori europei profondi e radicati (e, spero, ancora maggioritari) che possono legittimare, anche sul piano emotivo, un “salto federale” per il quale sarebbe, nella modernità, sufficiente un convinto e partecipato “patriottismo costituzionale” che superi i legami antistorici e irriflessivi di sangue, di suolo (ed anche di lingua). Tuttavia l’argomento mi spinge a tornare alle indicazioni habermasiane: come di recente ha ricordato il filosofo tedesco l’attuale crisi di consenso europea va ascritta prioritariamente alle scelte compiute durante le drammatiche nottate del 2010 e 2011 nell’esplodere della crisi dell’euro che avrebbero minato quello spirito di solidarietà sul quale il processo di integrazione aveva, alla fine, sempre contato, se non altro perché tale processo distribuiva vantaggi per tutti: «Questa spina è ancora oggi conficcata nelle carni e nelle coscienze delle popolazioni europee. Poiché le sfere pubbliche dei diversi Paesi, invece di aprirsi l’una per l’altra negli ultimi dieci anni nei vari Paesi si sono imposte narrazioni reciprocamente contrastanti della crisi» [12]: la percezione che comunque si sia rinunciato ad una convergenza economica tra tutti i Paesi (almeno per quelli dell’euro) membri risulta, aggiunge il pensatore filosofo francofortese, distruttiva anche nella ricerca di un minimo di convergenza nella gestione del fenomeno migratorio con la proterva indisponibilità dei Paesi meno coinvolti ad aiutare quelli più di frontiera. Il focus del suo intervento non risiede, quindi, nella confutazione degli argomenti degli scettici o dei nazionalisti, ma nella denuncia dell’ottusità dei governi presieduti da Frau Merkel che, chiudendosi in una sorta di ortodossia monetarista, hanno da un lato non considerato gli effetti delle politiche imposte all’Unione sul piano della fiducia nell’azione di questa e dall’altra dismesso le responsabilità che gravano sui paesi egemoni (che condussero gli Usa a varare il piano Marshall ad esempio) e, soprattutto, la speciale responsabilità morale della Germania nei confronti di un continente (a cominciare dalla Grecia) semi-distrutto dall’avventura nazista. Qui occorre intervenire poiché è su questo aspetto che soprattutto si dispiega la sensazione, difficilmente recuperabile con i soli argomenti razionali, che il potere europeo non sia più neutrale, imparziale, nell’interesse di tutti i cittadini dell’Unione. Infatti non solo le scelte compiute nel 2011 sono state impietose nei confronti dei Paesi a rischio default (ed in generale indebitati) ma hanno coinciso con una sorta di legislazione d’emergenza, attraverso specifici Trattati internazionali, che aggirano l’architettura istituzionale dell’Unione e che ha ricentrato i poteri cruciali di decisione sul Consiglio nel quale contano gli Stati più forti ed in particolare lo Stato economicamente egemone e cioè la Germania [13]. Il Parlamento è stato di fatto esonerato anche solo dei poteri di controllo e la Commissione indotta a farsi garante di questo nuovo quadro “costituzionale” come interprete dell’interesse prioritario al salvataggio dell’euro sulla base di un maggior rigore finanziario dei Paesi membri. Posto che la Carta offre un elenco piuttosto completo di diritti sociali e del lavoro ci si era aspettati, ad esempio, che le misure “di risanamento”, concordate dagli Stati in difficoltà con organi europei, come la Bce e la Commissione, potessero cadere, comunque, nel “cono d’ombra” del diritto europeo (e quindi potessero essere vagliate alla luce della Carta di Nizza) ma così disgraziatamente non è stato. Nella sentenza Pringle (C-370/2012) del 27 novembre 2012, la Corte di giustizia non ha accolto le riserve del sig. Pringle, parlamentare irlandese, che allegava che il Trattato internazionale del 2012 sul MES (Meccanismo europeo di stabilità) violasse il diritto dell’Unione, i suoi principi generali e che fosse contrario ad alcune norme della Carta dei diritti dell’Ue, come l’art. 47 sul «diritto a un ricorso effettivo». In una complessa decisione la Corte ha affermato che i Trattati Ue non proibiscono ai singoli Stati di stipulare altri accordi di diritto internazionale, a condizione che questi non siano contrari al diritto “dell’Unione”. Questa contrarietà non può neppure ipotizzarsi, perché salvare l’euro, e salvaguardare la stabilità monetaria nell’area che lo ha scelto come moneta comune, sono obiettivi dello stesso Trattato di Lisbona. Tuttavia la Carta dei diritti è inapplicabile, mancando il nesso tra le misure eventualmente adottate alla luce del Trattato internazionale sul MES ed il diritto dell’Unione, che resta estraneo a quell’accordo internazionale. È certamente vero che la Commissione Juncker è stata più flessibile nella gestione delle politiche di austerity e che la Corte di giustizia con la sentenza Ledra del 20 settembre 2016, C-8/15 P., ha attenuato i principi affermati con la Pringle nel 2012; nel caso del salvataggio delle banche cipriote ha ribadito che il ricorso alla Corte di giustizia per annullare le misure di austerity siglate con la Troika non poteva portare al loro annullamento (essendo misure adottate nel quadro di un Trattato internazionale) ma ha ritenuto ammissibile la richiesta risarcitoria nei confronti della Bce e della Commissione per avere negoziato in pretesa violazione degli articoli della Carta dei diritti, anche se poi nel merito li ha giudicati rispettati adeguandosi all’orientamento della Corte di Strasburgo già esaminato. Un importante passo in avanti è però stato compiuto con la sentenza, davvero di rilevanza storica, sui giudici contabili portoghesi del 24 febbraio 2018, C-64/2016, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, nella quale si ritiene direttamente applicabile (verticalmente) l’art. 19 TUE sui rimedi che gli Stati devono introdurre per consentire la piena tutela dei diritti di matrice europea. Ciò ha consentito alla Corte di valutare se i tagli di stipendio ai giudici contabili, per ragioni di austerity, fossero violativi della Carta ma, più in generale, ha attratto tutto il sistema giudizio interno nella lente di attenzione della Corte di giustizia anche alla luce del Bill of Rights sovranazionale (e del suo centrale art. 47). Ora la Corte dell’Unione ha in mano strumenti diretti per stigmatizzare nei singoli Stati gli attentati alla rule of the law (ben 4 procedure di infrazione sono state promosse contro la Polonia per le modifiche all’ordinamento giudiziario lesive dei principi di autonomia ed indipendenza). È ancora vero che la Commissione nel 2017 ha varato un ambizioso european social pillar che rilancia il modello sociale europeo (anche se con molta ambiguità se una maggiore effettività delle tutele previste debba essere compito dell’Unione o degli Stati), sulla cui base è stata varata anche una recente direttiva sulla trasparenza delle condizioni di lavoro potenzialmente di un certo rilievo garantista. Ma è evidente che è ancora veramente troppo poco; manca ancora un accordo sulla democratizzazione del sistema di governance economico (almeno per l’eurozona) europeo perché la proposta francese diverge da quella tedesca ancora legata alla rigidità dei vincoli di bilancio; senza questo passo obiettivamente il potere che si esercita a livello nazionale difficilmente potrà essere vissuto come neutrale e nell’interesse di tutti. Ma soprattutto l’Europa non ha messo in campo nessuna iniziativa “propria” per alleviare le condizioni sociali, di lavoro e di sicurezza sociale dei cittadini europei (valendo la regola che chi poteva permettersi, avendo i conti in ordine, sistemi di welfare generosi può farlo). Si dovrebbe, in sostanza, mirare a superare il tradizionale aspetto meramente regolativo del diritto dell’Unione mettendo in campo una gestione diretta attraverso risorse proprie di alcune garanzie, a cominciare da un reddito minimo finanziato dall’Unione [14] o di forme di aiuto ai disoccupati, o di sostegno alle nuove professioni che si aprono nella digital economy attraverso il nuovo cooperativismo nella rete e via dicendo, mediante tasse “europee” dalla web tax alla carbon tax [15]. Sebbene non si tratti di sostituire integralmente i sistemi di welfare ancora prevalentemente in mano agli Stati con un welfare europeo, tuttavia si offrirebbe una tangibile manifestazione di solidarietà paneuropea, l’indicazione di un orizzonte nel quale le persone sono protette e si cerca da parte di un potere sovranazionale attento alla dimensione sociale di accordare loro una possibilità di scelta nelle attuali turbolenze tecnologiche (una filosofia sociale già anticipata nella formula della flexicurity, spesso tradita in molte esperienze nazionali, a cominciare dal nostro Jobs act, in quanto interpretata solo come occasione di nuove flessibilità per le imprese). Un’assicurazione esistenziale “pubblica“ attraverso un floor of rights di base comuni [16] per ogni tipo di attività nella transizione verso un futuro del tutto incerto ed ancora indeterminato. Chi se non l’Europa (il continente che ancora copre il 50% delle spese sociali a livello mondiale) ha questo compito nelle sue corde culturali e nelle sue tradizioni? [17].

Tornando conclusivamente a Ken Loach, se ci salveremo dalla sfida delle elezioni (magari con un allargamento dell’attuale maggioranza nel Parlamento Europeo ai Verdi, il che sarebbe forse positivo in sé viste le loro convinzioni più esplicitamente federaliste) per questo rilancio dell’Europa sociale, anche su nuove basi, sarà bene lottare con determinazione individuando il terreno istituzionale europeo come prioritario, per continuare a sperare che il processo di integrazione giunga al suo necessario compimento.



[1] Cfr. J. Habermas, Ultima occasione per l’Europa (a cura di F. D’Aniello), Castelvecchi, Roma, 2019.

[2] Cfr., Il Manifesto del futuro (edizione critica a cura di G. Allegri, G. Bronzini), Manifestolibri, Roma, 2014.

[3] P. Anderson, Il sommovimento antisistema in Europa e negli Stati uniti, in Le Monde diplomatique, 18 maggio 2019.

[4] W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo, Feltrinelli, Milano, 2013.

[5] La Repubblica, 17 maggio 2019.

[6] Già nel 2016 così si esprimeva Alberto Negri sulla Grecia travolta dai profughi siriani: «Ma un giorno il risveglio potrebbe essere meno dolce e svelare che un intero continente, l’Europa, è scomparso, sommerso nell’imbuto di Idomeni non dalla risacca dei profughi ma semplicemente perché il suo cuore stanco ha smesso di battere», in, I “magazzini” di anime e i muri della vergogna, in il Sole24ore, 26 febbraio 2016.

[7] L. Paoletti, L’Europa del nostro scontento. «ParadoXa», n. 3/ 2015

[8] V.C. Joerges, Working through bitter experiences towards Constitutionalism. A critique of the Disregard for History in European Constitutional theory, EUI W.P. n. 14, 2005: l’Autore richiama noti passaggi adorniani ed in particolare T. W. Adorno, The meaning of working through the past, in T.W. Adorno, Critical models. Intervention and catchword, New York, Columbia University Press, 1998. Vds. anche i saggi adorniani raccolti in T.W. Adorno, Contro l’antisemitismo, Manifesto libri, Roma, 1994. Questa linea ricostruttiva della costruzione europea è, notoriamente, percorsa costantemente nei lavori di Joseph. W. Weiler e di Armin von Bogdandy (e in genere accolta dalla composita scuola del nuovo “costituzionalismo europeo”) nei quali si gioca il principio di “tolleranza costituzionale”, base del nuovo ordine sovranazionale europeo, contro quello di sovranità, proprio dello ius publicum europaeum.

[9] Cfr. la prova di riscrittura (in senso più autocritico) da parte di Bruno Latour del Preambolo del Progetto di Costituzione europea (bocciato nel referendum di Francia ed Olanda del 2005: «Parce que nous sommes persuadées à la fois de la grandeur de notre tradition, des crimes commis en son nome et de notre affaiblissement relativ, nous avons juré solennement d’unir nos destins, à la fois si divers e si communs, dans une aventure politique sans équivalent dans l’histoire pour redécouvrir ensemble quelle sera dorénavant notre part dans cette mondialisation que nous appellons de nos voeux», in Le Monde, 22 Ottobre 2005.

[10] R. De Monticelli, What at stake, «Phenomenology and Mind», n. 8, pp. 1-8, 2015, http://www.phenomenologyandmind.eu/.

[11] J. Habermas, Tempo di passaggi, Feltrinelli, Milano, 2004.

[12] J. Habermas, L’Europa che mi sembra necessaria, in Micromega, n. 2/2019, pp. 145 ss.

[13] Per una ricostruzione ultima cfr. C. Margiotta (a cura di), Europa: diritto della crisi e crisi del diritto, Il Mulino, Bologna, 2018.

[14] Per le proposte in tal senso rinvio al mio G Bronzini, La rivendicazione di uno ius existentiae per i cittadini europei come contrasto del populismo sovranista, in Questione Giustizia trimestrale, n. 1/2019, http://questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2019-1_23.pdf. Per un rilancio in chiave federale del capitolo sociale dell’europea in vista delle elezioni del 2014 rinvio a G. Allegri e G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, Fazi, Roma, 2014.

[15] Secondo alcune proposte non sarebbe neppure necessario l’introduzione di nuove tasse ma basterebbe meglio impiegare le risorse di cui è già dotato l’ESM consentendogli un ruolo più attivo e non connesso alle crisi finanziarie degli Stati [cfr. la proposta di R. Prodi e F. Reviglio in (a cura di G. Bronzini), Verso un pilastro sociale europeo, in Appendice, Key editore, Milano 2019] o autorizzando la BCE ad operazioni più coraggiose anche dal punto di vista sociale.

[16] Secondo la felice espressione di S. Giubboni, Diritti e solidarietà in Europa. I modelli sociali nazionali nello spazio giuridico europeo, Il Mulino, Bologna, 2012.

[17] Non è certamente un caso che nell’ultima, lunga e devastante, crisi dell’Unione, sia stato riaperto il cantiere della riflessione (in attesa che si apra quello delle riforme istituzionali), di cui il bel volume del 2017 di S. Fabbrini, Sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa, Laterza, Roma-Bari, 2017 costituisce un’efficace introduzione e guida che mi pare riattivi con una nuova energia l’approccio al federalismo come doppia “sovranità” evitando le rigide soluzioni neo-statalistiche anche per un’Unione del futuro. Un rilancio necessario del progetto europeo sulla base di scelte consapevoli ed esplicite istituzionali e costituzionali tra coloro che sono disponibili a compierla (e che comporterebbe una chiara ripartizione tra compiti sovranazionali e compiti di mero coordinamento di quelli che restano affidati agli stati, impedendo però che i primi siano condotti attraverso il metodo intergovernativo); una svolta che sarebbe più facile − rompendo le attuali ambiguità − tra i Paesi dell’area euro e plausibile se si rinunciasse a concezioni troppo forti ed esigenti di federalismo, mutuato sulla sovranità ottocentesca. Si tratterebbe, per il tema qui in discussione, di stabilire i confini di un welfare propriamente europeo, quindi disciplinato dal diritto dell’Unione e correlativamente da questa finanziato, da quella parte che rimarrebbe in capo (anche dal punto di vista dei costi) agli Stati stante una diversità irriducibile dei diversi sistemi. Si tratta di una prospettiva appena schizzata nei contributi di Fabbrini nella dimensione sociale, ma ripresa con maggiore attenzione e concentrazione negli ultimi scritti di M. Ferrera, Rotta di collisione. Euro contro welfare?, Laterza, Roma-Bari, 2017 e M. Ferrera, Si può costituire una Unione sociale europea?, in QC, n. 2/2017 che richiamano anche importanti saggi di respiro internazionale sulla cosiddetta Unione sociale europea quali quello di F. Vandenbroucke, C. Bernard, G.D. Baere (a cura di), A European Social Union after the crisis, Cambridge, 2017. Su questi temi cfr. anche: a cura di G. Allegri-A. Sterpa-N. Viceconte, Questioni costituzionali al tempo del populismo e sovranismo, Editoriale scientifica, Napoli, 2019.

22 maggio 2019
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Unione camere penali italiane, il “Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo”
Pubblichiamo il documento dell'Ucpi per avviare una discussione nella magistratura, con l’avvocatura e l’accademia sulla fisionomia del diritto penale e sulle prospettive di riforma
13 maggio 2019
Il privilegio dell’utopia… e la necessità di non abusarne
di Nello Rossi
L'editoriale del n. 1/2019 di Questione Giustizia dedicato a “Populismo e diritto”
7 maggio 2019
di Simone Spina
Assecondare gli umori repressivi presenti nella società alimentando insicurezza e paura, criminalizzando il diverso e l’emarginato: questi i tratti delle odierne politiche in materia penale che stridono con il volto costituzionale del diritto penale e che rischiano di trasformarlo da luogo dell’uguaglianza a luogo della discriminazione
2 aprile 2019
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
26 marzo 2019