Magistratura democratica
Cronache fuori dal Consiglio
La sfida del tempo presente
La sfida del tempo presente
di Mariano Sciacca
presidente di sezione del Tribunale di Catania, presidente di Unicost
I magistrati sono tutti chiamati a un patto costituzionale di autoriforma che consegni alle giovani generazioni di magistrati una nuova immagine dell’associazionismo giudiziario e del Csm.
Unicost c'è, forte del percorso dolorosissimo avviato da maggio e ancora in corso.

1. La posta in gioco

L’invito, pacato e accorato, di Mariarosaria Guglielmi, che mette in guardia dal rischio di un troppo veloce esaurimento della spinta al rinnovamento espressa dalla magistratura in esito all’indagine perugina, è da prendere in seria considerazione, tanto più in quanto, nell’incipit del suo intervento, si riconosce che questa riflessione si inscrive in «una prospettiva che chiama in causa la responsabilità dei gruppi e la loro capacità di rigenerarsi come strumenti di elaborazione culturale. E impegna tutta la magistratura a fare i conti con la profonda trasformazione subita in questi anni, per ricostruire intorno ai valori comuni una forte identità collettiva».

La riflessione, infatti, non può che essere collettiva: non all’insegna del “così fan tutti”, ovvero assecondando una deriva – in buona o malafede che sia – populistica da “uomo qualunque 2.0”, ma realmente ponendosi di fronte alla crudezza dei fatti (quanto meno di quelli che i giornali hanno concesso di conoscere, sempre ancora rimanendo in attesa di avere una visione completa di questi fatti), dovendosi ciascuno di noi confrontare con tutti i fatti di malgoverno della magistratura che, non necessariamente, si compiono nel chiuso di una hall alberghiera, ma che a volte trovano il loro luogo di elezione proprio dentro le mura di Palazzo dei Marescialli.

Mai come oggi la (tanto declamata negli anni) via dell’autoriforma dovrebbe trovare compatte, coerenti e collaborative tutte le componenti togate consiliari e associative per offrire al circuito istituzionale una risposta riformatrice degna di questo nome e all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Proposte distoniche, quale il sorteggio, solo in questo modo potranno essere contrastate.

Quindi, non c’è che da accettare la (condivisibile) conclusione che la vera posta in gioco è il ruolo costituzionale del Csm.

 

2. Il pluralismo della magistratura associata, reale DNA di una magistratura fedele al disegno costituzionale

È altrettanto vero – e per chi scrive è musica per le orecchie – che «il pluralismo culturale e ideale, garantito dal collegamento con le articolazioni dell’associazionismo giudiziario, è ciò che ha reso il Consiglio rappresentativo della magistratura e della sua fisionomia costituzionale: non un ordine burocratico, gerarchicamente strutturato e uniformato culturalmente, ma una realtà viva e complessa che, nell’esperienza associativa, ha costruito la sua identità costituzionale e ha acquisito consapevolezza del suo ruolo».

La Carta costituzionale ha chiamato i magistrati italiani a essere vettori attivi, professionalmente attrezzati, di democrazia intesa in senso sostanziale e non solo formale. Ha chiesto loro di farsi carico della complessità culturale della società moderna e stanza di compensazione interpretativa delle tensioni che la società reale elabora e modifica, secondo un continuum logico-storico-sociale-economico che, ai nostri giorni, è diventato ancora più fluido e complesso (in una battuta dalla liquidità baumaniana alla forma dell’acqua camilleriana...).

Questa posizione costituzionale assegnata nel corso dei decenni ha trovato, sul fronte interno, proprio nell’Associazione magistrati il fondamentale terreno di coltura (e cultura) per pensare e ripensare il ruolo della giurisdizione e dei magistrati in quel contesto, a fronte degli inarrestabili mutamenti che il XX secolo e, ancor più, quello che viviamo hanno imposto alla società. Nel momento in cui le forze reali, inarrestabili, rischiano di travolgere e piegare il ruolo di garanzia delle istituzioni di controllo e promozione dei diritti, a maggior ragione si impone ai magistrati italiani organizzati di riflettere sul proprio ruolo e provare, pluralisticamente, a trovare una ragionevole mediazione tra le diverse anime e culture.

I fatti di maggio ci mettono, poi – saltando dal “macro” al “micro” – ancor più sulle corde.

Ho scritto (e ripetutamente affermato, nel corso delle interviste di questo periodo) che le storie e le responsabilità individuali non ci interessano, ad altre autorità spettandone la valutazione, se non nei limiti in cui le storie personali testimoniano un uso strumentale dell’agone associativo; che la riflessione che si impone richiede a ciascun gruppo un’autocritica serrata che guardi al proprio interno, alla distanza tra declamazioni, prassi condivise e autoassoluzioni; che se i summit fuori dalle mura consiliari non trovano alcuna giustificazione, non meno preoccupanti sono gli accordi che, a volte, si consumano a Piazza Indipendenza tra i togati e nel confronto con la componente laica.

La trasparenza degli atti, dei curricula, delle regole e delle modalità operative delle commissioni consiliari sono ormai passaggi fondamentali per restituire reale democraticità e credibilità al Csm, in modo tale che il percorso decisionale sia mappato, possa essere ricostruito e giudicato non solo in sede amministrativa, ma anche in sede pubblica dai cittadini italiani, ancor prima che dagli stessi magistrati.

L’esperienza consiliare degli anni 2010-2014 mi porta a essere ben consapevole che le strategie concordate in circuiti occulti e paralleli ben possono operare anche all’interno del Csm.

 

3. Le sirene della polarizzazione e la svendita della centralità costituzionale della magistratura italiana. Il dovere di un nuovo patto associativo con i giovani magistrati 

E qui siamo chiamati tutti a un patto costituzionale di autoriforma che consegni alle giovani generazioni di magistrati una nuova immagine dell’associazionismo giudiziario e del Csm, al netto di artificiose ed elettoralistiche contrapposizioni tra “progressisti” e “moderati”, tra presunti innovatori alla Robespierre e conservatori ad oltranza da Congresso di Vienna.

Se, nel dibattito associativo, vi sono sensibilità che possono essere di complessa sintesi, allorquando ci si interroghi sui limiti di intervento pubblico dell’Anm su tematiche sensibili, di contro, credo che sul versante del rapporto con l’istituzione consiliare – non sembri paradossale – l’approccio costruttivo e di sintesi sia più semplice, condividendo tutti i gruppi associativi una cultura pluridecennale del governo autonomo. Tanto credo, pur nella consapevolezza che vi sono passaggi consiliari che segnano le distanze e diversità tra i gruppi associativi: penso al recente caso del procuratore di Arezzo, o a come è stata affrontata in plenum la questione del cambiamento di funzioni e al rilievo da assegnare ai corsi di riconversione.

Non è forse un caso che, su fondamentali opzioni ordinamentali in materia di incompatibilità ambientale, responsabilità professionale e disciplinare, valutazioni di professionalità, diritto di tribuna degli avvocati, carichi esigibili e via dicendo non si registrano divari incolmabili tra le diverse impostazioni consiliari.

Su questo terreno, dunque, si deve trovare un percorso comune e una piattaforma di autoriforma condivisa.

L’Anm oggi ha il compito, veramente storico, di mettere a frutto le sue migliori competenze per offrire una riflessione adeguata all’altezza della sfida culturale e politica post-perugina.

Dobbiamo credere alla necessità di non piegarsi a un bipolarismo identitario e politicizzato, di (pretesa) destra o sinistra che sia, che determinerebbe una perdita di contenuti, di capacità propositiva e di possibilità di incidere sul reale deleteria per la democrazia, ancor prima che per i magistrati italiani.

È proprio vero che «il tempo stringe».

Che la voglia di “rivincita” della politica, la pazienza al lumicino di tanti colleghi, la (bassa) credibilità della magistratura associata da parte dei cittadini siano segnali di un prossimo punto di non ritorno è sotto i nostri occhi.

Dobbiamo, allora, immaginare un’agorà telematica e reale, che ponga mano a una piattaforma programmatica riformatrice e sappia “moderatamente” individuare ragionevoli, reali e credibili proposte che attingano la discrezionalità consiliare e restituiscano ai colleghi fiducia e senso di appartenenza.

L’ascolto delle dichiarazioni programmatiche dei tre candidati si caratterizza, al di là e al netto delle enfatizzazioni di sapore esclusivamente sindacale ed elettoralistico, per una dichiarata condivisione di obiettivi politico-associativi che va resa – pur sussistendo differenze di prospettive di fondo e letture dell’ordinamento giudiziario non sempre coincidenti – concreta, testimoniata con proposte proprio da un’Anm coraggiosa e non sulle difensive, che deve sapersi proporre come nuovo vettore di autoriforma da sottoporre a un Csm affaticato, e colpito così duramente da dover essere sostenuto e rilegittimato.

 

4. Il nostro impegno costituzionale

Unità per la Costituzione ha pagato il prezzo più alto, scontando il proprio scotto, come era nel giudizio delle cose e degli uomini. Se, però, crediamo che, in questa fase storica, alla tempesta non debba seguire quiete alcuna che copra quanto accaduto in un suicida smemoramento collettivo, occorre abbattere steccati e parole d’ordine, suprematismi moraleggianti (omettendo ogni commento sulla definizione di Unità per la Costituzione come polizza assicurativa per i colleghi in cerca di posti direttivi che, bontà sua, Livio Pepino recentemente, in un intervento ospitato su questa Rivista, ci rivolge, dimentico di essere stato parte integrante ed attiva del sistema associativo e istituzionale per decenni) e conventio ad excludendum in un’opera condivisa e coerente di ricostruzione deontologica, ordinamentale e associativa che coinvolga – mi si perdoni il qualunquismo che qualcuno potrà intravedere in questa espressione – tutte le persone perbene, ragionevoli e disinteressate che si trovano in ogni gruppo associativo e non siano mosse da tornacontismi e personalismi.

Noi ci siamo, ci riconosciamo fortemente nella terzietà costituzionale, siamo forti del percorso dolorosissimo avviato da maggio e ancora in corso, della solitudine di chi è chiamato a fare i conti – prima di tutti – con se stesso, della consapevolezza che «il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. È agevole contrapporgli che, sin quando non cambi “il sistema”, le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o “contraddizioni”). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un “sistema”, di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del “sistema”. Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose» (cosi F. Caffè, La solitudine del riformista, Il manifesto, 29 gennaio 1982).

 

2 dicembre 2019