Magistratura democratica
Magistratura e società
L’“esplosione” sociale in Cile *
Cronache dalla terra alla fine del mondo
La scomparsa di Luis Sepulveda ha riportato alla memoria le tragiche vicende del Cile, la terra alla fine del mondo  il cui popolo ha patito una delle più feroci delle molte dittature che hanno insanguinato gli anni ’70 del secolo scorso. Le drammatiche immagini di Allende barricato alla Moneda, sotto il fuoco dell’aviazione golpista, ancora oggi evocano la feroce repressione del suo governo, rappresentativo di una maggioranza democraticamente eletta.

La ribellione popolare di qualche mese fa, e la brutale violenza con cui è stata contrastata, hanno dato il segno di una grave crisi sociale e politica, nonostante l'avvenuto ripristino della democrazia alla fine degli anni '80.

La testimonianza che pubblichiamo arriva da un magistrato cileno, che compare sotto pseudonimo per timore di ritorsioni, che dà conto delle ragioni di questa rivolta nonché della situazione attuale, segnata dalle misure contro il diffondersi del contagio da coronavirus.

 

1. Premessa

È difficile volgere uno sguardo analitico all’attualità del nostro Paese mettendo da parte i sentimenti. Tenterò di farlo, affinché l’analisi sia il più possibile oggettiva, concreta e veritiera.

Scriverò in forza di un legame diretto con la “strada”, non soltanto con gli intellettuali e i giuristi, basandomi su fatti, non su dogmi o teorie elevate di cui la gente è ormai stanca.

Cosa sta accadendo in Cile dallo scorso ottobre? Davvero è tutto iniziato solo allora?

Cos’ha scatenato questa reazione trasversale? Esistono istanze precise oppure si vuole cambiare o azzerare l’intero sistema e i suoi effetti? Come mai l’“esplosione” (“estallido”) non è avvenuta prima? Tante sono le domande, e non sempre hanno risposta univoca.

Da decenni il Cile sta levando la voce alla ricerca di un dialogo. I governi successivi alla dittatura di Augusto Pinochet hanno promesso molto e fatto poco, giustificandosi con l’assenza di una maggioranza qualificata in Parlamento. Da parte nostra, come generazione che ha vissuto le dittatura e riconquistato la democrazia dopo una lunga lotta, ci sforziamo di comprendere le giustificazioni addotte alla mancata realizzazione delle promesse e dei programmi dei governi che eleggevamo democraticamente. Di certo – si sentiva dire – ciò era dovuto al sistema di voto binominale e agli elevati quorum imposti dalla Costituzione di Pinochet, che rendeva quasi impossibile ottenere in Parlamento voti utili all’approvazione di leggi e riforme a noi tanto necessarie.

Siamo passati dall’essere una generazione totalmente votata a ideali e principi, a un’altra che ha dovuto farsi strada e sopravvivere in una realtà sempre più competitiva e retta da egoismi, come accade in gran parte del mondo. Tuttavia, in Cile troviamo una differenza significativa: l’egoismo e la concorrenza generalizzata a livello globale non implicano il raggiungimento di uno standard minimo di dignità e di pari opportunità su scala nazionale.

I nostri figli sono cresciuti ascoltando una serie di rivendicazioni alle quali, da una decade all’altra, non si è dato ascolto né ombra di sostegno da parte dell’establishment: istruzione gratuita e di qualità, sanità per tutti, reddito minimo adeguato, pensioni dignitose. Paradossalmente, tutte queste richieste figuravano in agenda tra gli obiettivi dei diversi partiti politici alla vigilia delle elezioni. Trascorso il vento del voto, le risposte – sempre che ve ne siano state – non si sono mai concretizzate.

Abbiamo iniziato a vivere permeati da un senso di inganno generalizzato, lavorando per pagare le bollette, privati di una retribuzione equa e dignitosa.

Le rivendicazioni si sono accentuate: abbiamo manifestato a più riprese per un’istruzione gratuita, mentre aumentavano i costi delle assicurazioni sanitarie; abbiamo marciato per il diritto a una pensione dignitosa, per sradicare il sistema delle Afp (Administradoras de fondos de pensiones) che violava radicalmente lo scopo essenziale di un sistema previdenziale; nello stesso momento, si autorizzavano maggiori margini di guadagno alle Afp sottraendo garanzie ai contribuenti. La popolazione cilena non è stata ascoltata. Il suo malcontento affonda le radici in problemi strutturali essenziali, che – sia pur sinteticamente – formano l’oggetto del presente contributo.

2. I “nodi” essenziali

2.1. Pensioni indegne. Il sistema delle Afp 

A partire dalla riforma introdotta nel 1981, il sistema previdenziale cileno si presenta differenziato su due canali: da un lato, il nuovo sistema a capitalizzazione individuale, nel quale si contribuisce con conti personali gestiti da società private specializzate nell’amministrazione di fondi pensione, le Afp; dall’altro, il sistema a ripartizione, che opera tramite l’amministrazione centrale dell’«Istituto di normalizzazione previdenziale» (Inp).  

I cambiamenti introdotti negli anni ottanta non toccarono – paradossalmente – i settori delle Forze armate e delle Forze dell’ordine e di pubblica sicurezza, che mantennero le proprie rispettive modalità, definite da un sistema a ripartizione che impiega contributi a) dei lavoratori attivi; b) dei pensionati; c) dello Stato. Così, per finanziare le pensioni destinate al personale in divisa, le prime due categorie (a e b) cedono il 6% della loro retribuzione o pensione, al quale sono poi aggiunti i contributi fiscali. L’ente incaricato per le Forze armate è la Cassa di previdenza della Difesa nazionale (Capredena)[1], che si avvale di quattro diversi fondi (Fondo Común de Beneficios[2], Fondo de Desahucio, Fondo de Medicina Curativa, Fondo de Auxilio Social). Per le Forze dell’ordine e di sicurezza, l’ufficio preposto alla gestione delle pensioni è la Direzione generale della previdenza dei Carabinieri del Cile (Dipreca)[3].

La differenza principale tra il sistema a capitalizzazione individuale obbligatoria tramite Afp e quello a ripartizione pubblico consiste nella modalità di finanziamento delle pensioni. Nel secondo caso, le imposte versate dai lavoratori attivi e dallo Stato confluiscono in un fondo comune destinato al finanziamento. Nel primo, invece, ogni iscritto ha un conto sul quale sono versati i propri contributi pensionistici, pari al 12% della propria retribuzione, che sono investiti dalle Afp per produrre profitto. Al termine della vita lavorativa, tale capitale (i risparmi previdenziali sommati agli utili realizzati) è restituito al socio o ai suoi beneficiari in vita a titolo di reddito da pensione.

Il sistema basato sulle Afp, al centro delle polemiche divampate nell’estallido, fu istituito al tempo della dittatura di Pinochet e ricreato da José Piñera, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica. Il suo grave difetto è far sì che le Afp realizzino profitti per importi milionari, mentre la maggior parte dei cittadini cileni percepisce pensioni di miseria, con una “minima” di circa 200 euro al mese: il che, evidentemente, è insufficiente a coprire i bisogni essenziali di chiunque e non offre la serenità richiesta, dopo anni di sacrifici, al termine della vita lavorativa. Al contrario, le eccellenti pensioni percepite dagli ex militari li sottraggono a quell’umiliazione in quanto categoria protetta dal vecchio regime, che – come si diceva – li ha esonerati dagli effetti della riforma del 1981, annunciata con la promessa di un “meraviglioso futuro” per chi fosse passato dall’Inp alle Afp. Non solo quel futuro non è mai arrivato, ma il nuovo sistema porta i pensionati alla povertà e alla disperazione, mentre le loro grida di protesta si diffondono per le strade del Cile.    

Pertanto – e per assurdo – il sistema privatizzato non si applica a tutti i cileni: vi sono eccezioni, primi fra tutti i pochi che non si sono lasciati condizionare e hanno scelto di restare sotto l’Inp, che oggi percepiscono pensioni molto più alte di quelle corrisposte dalle Apf; per altro verso, le eccezioni stabilite ai tempi della dittatura rendono gli “uniformados” beneficiari del sistema diversificato affidato alla Capredena e dalla Dipreca: essi ricevono importi molto più alti rispetto ai clienti delle Afp, lavorando meno anni e contribuendo per una percentuale inferiore, vivendo una vecchiaia tranquilla e dignitosa.

Allora ci si domanda: perché sono stati esclusi dal “sistema Afp”, presentato come “meraviglioso”? Perché la società civile contribuisce il doppio e senza alcun concorso da parte dello Stato, che per le pensioni delle Forze armate contribuisce al 75%? Oltre a provocare indignazione, queste differenze mettono in causa la legittimità dell’intero sistema in vigore.

I giudici – una categoria privilegiata – vanno in pensione con un quinto della loro ultima retribuzione, fatto che dimostra chiaramente che il sistema Afp non funziona neppure contribuendo per il massimo legale consentito e senza carenze di natura previdenziale: questo esempio elimina ogni tesi contraria. Dall’altra parte, le società che amministrano i fondi pensione ottengono profitti milionari mentre i cileni si trovano, soli, a sopportare le eventuali perdite nonostante paghino loro le commissioni di gestione. Per questo il sistema è generalmente avvertito come un’immensa truffa.

Il Cile è il solo Stato membro dell’Onu nel quale la popolazione civile sia sprovvista di un sistema pensionistico conforme agli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), che destini cioè i risparmi unicamente al pagamento delle pensioni e nel quale anche il datore di lavoro sia obbligato a contribuire.

Più che un sistema pensionistico, vige nel Paese un sistema di risparmio forzoso, e non esiste alcun obiettivo di tipo previdenziale. Il sistema dipende dalla forza individuale di ciascuno, la cui redditività soggiace alla volatilità dell’economia internazionale.

È importante rilevare come, tra i 34 Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il Cile sia quello in cui le persone vanno in pensione in età più avanzata: dieci anni dopo il limite legale dei 60 anni per le donne e dei 65 anni per gli uomini. D’altro canto, la media delle pensioni degli ex membri dei carabinieri e della polizia investigativa supera sei volte quella dei civili, secondo le informazioni fornite dalla Dipreca. Il sistema a ripartizione pubblico per il personale in divisa consente che l’intero risparmio previdenziale sia impiegato al solo scopo di erogare pensioni, permettendo di ritirarsi dal lavoro dopo 15 o 20 anni di servizio, mediamente a 47 anni di età; nel sistema Afp, in cui ogni contribuente dipende dai propri risparmi e le aziende sono incoraggiate a investire il denaro nel mercato azionario, ciò avviene in media a 69 anni e quattro mesi, cioè ben oltre i limiti legalmente fissati.

Il sistema Inp non prevede capitalizzazione individuale, motivo per cui le pensioni sono determinate rispetto all’ultimo reddito imponibile in base agli anni effettivi di servizio. Il 95% circa della spesa pensionistica è finanziato per via fiscale e solo il saldo rimanente è finanziato con risorse proprie dagli uniformados.

In tale contesto di abissale diseguaglianza, ci sono anziani che hanno scelto di togliersi la vita piuttosto che vivere privati della dignità. Stando ai dati dell’Oms[4], si è registrato in Cile un preoccupante incremento annuo delle morti dovute a suicidio, in particolare (secondo quanto riportato dal Ministero della sanità[5]) nell’età avanzata, con un tasso prossimo al 12% rispetto al 10,2% della media nazionale per le persone di età compresa tra i 75 e i 79 anni[6].

La nostra società ha sopportato per anni questa realtà dolorosa. Oggi i cileni hanno aperto gli occhi: mentre i gestori dei fondi pensione si arricchiscono a spese della cittadinanza, i nostri vecchi muoiono nella miseria.

2.2. La salute pubblica

Tema anch’esso oggetto di critiche, in continuità con il passato, il diritto alla salute è fortemente rivendicato per le strade e nelle piazze, nell’impossibilità di proseguire sotto il sistema vigente, incapace di assicurare a ciascuno il godimento di quel diritto fondamentale. In Cile chi ha i soldi può curarsi, chi non li ha muore.

Attualmente sono operativi tre tipi di sistema sanitario:

a) quello, estremamente costoso, affidato alle Isapres (Instituciones de Salud previsional)[7], compagnie assicurative private che ottengono profitti milionari discriminando in base al sesso (sono le donne a pagare premi sensibilmente più elevati[8]), con piani sanitari che non integrano la qualità delle prestazioni richieste, provocando la rovina economica in caso di malattie molto gravi;

b) il sistema del Fonasa, il Fondo nazionale per la salute: un sistema statale più economico, ma sprovvisto delle risorse umane e materiali necessarie; il decesso dei tanti che risultano iscritti in liste di attesa eterne per ottenere i trattamenti segna una evidente, gravissima crisi della sanità pubblica;

c) il terzo è il sistema delle Forze armate e dell’Ordine (Capredena e Dipreca), che risponde in maniera ottimale e a costi assai ridotti rispetto agli altri due sistemi, generando così una diseguaglianza di trattamento e di accesso a diritti costituzionali quali il diritto alla salute e alla sicurezza sociale – un ennesimo oltraggio a chi ha vissuto nell’attesa che i vari governi in carica ponessero fine a tali inaccettabili discriminazioni.

2.3. L’infanzia violata

Tocchiamo ora un altro punto dolente, che ha generato sgomento e un senso di sopraffazione tra i cileni.

Lo Stato, al quale spetta la tutela dell’infanzia, non ha assolto questo dovere giuridico: nell’ultimo decennio sono morti oltre 1.300 tra bambini e ragazzi affidati dai tribunali alle strutture del Servizio nazionale per i minori (Sename) nell’ambito applicativo delle misure di protezione. In una serie di relazioni dell’Unicef[9] è scritto che lo Stato cileno ha violato sistematicamente i diritti di bambini e adolescenti per non aver assicurato loro la dovuta protezione, essendo quei minori vittime di reati commessi dagli stessi funzionari incaricati di proteggerli – con una reiterata violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), ratificata dal Cile il 14 agosto 1990 e tuttora in vigore.

Non vi sono sufficienti programmi di sensibilizzazione né professionisti che possano rispondere alle implicite esigenze operative, e le sentenze dei tribunali sulla protezione a favore dei minori restano spesso lettera morta. Il caso dei bambini deceduti all’interno delle strutture del Sename è un’aberrazione che ad oggi non è stata chiarita. E qui è l’intera nazione cilena a domandarsi, costernata, come può essere che dei bambini affidati a un ente statale subiscano violazioni simili, senza che si assumano le corrispondenti responsabilità.

Perciò lo Stato non solo è in debito con i suoi vecchi, ma anche con i suoi bambini. Questo rappresenta uno dei punti più critici e irrisolti, di fronte al fatto – gravissimo – che più del 32% dei decessi totali degli ultimi dieci anni non è stato denunciato e che non si sono condotte indagini.

Il rapporto dell’Unicef conclude che lo Stato cileno ha commesso abusi e maltrattamenti a danno di minori, violando i loro diritti umani all’interno di un ordinamento democratico.

Molti fra gli adolescenti che stanno oggi in prima fila tra i manifestanti sono bambini affidati al Sename, “fuggitivi” che non hanno più nulla da perdere e chiedono visibilità in una società che ha voltato loro le spalle, stigmatizzandoli e abbandonandoli. Anno dopo anno, nel silenzio istituzionale, la protesta sociale si è estesa.

2.4. L’istruzione

Ogni anno, migliaia di studenti riempiono le strade contro un’istruzione costosissima e di bassa qualità. Fin dal primo ingresso nel mondo universitario, uno studente deve accedere al sistema dei crediti (CAE – Crédito aval del Estado), che lo fa indebitare per la durata dell’intera formazione. I laureati avranno così un gran debito da pagare, senza alcuna certezza di ottenere un posto di lavoro. Risulta così calpestata anche la garanzia costituzionale del diritto all’istruzione – l’offerta formativa in Cile è una delle più care al mondo.

2.5. Un “grido” permanente

Tutte queste istanze, da un decennio all’altro, hanno intessuto il “grido” permanente del popolo cileno. Ad esse si aggiungono altri motivi di dissenso: la privatizzazione delle acque pubbliche, anche questa un’eccezione – un’aberrazione! – del nostro Paese; i pedaggi giornalieri per l’uso delle strade e la tassa speciale sul carburante; l’aumento dell’inquinamento ambientale dovuto ad attività industriali che causano gravi danni alla salute di un’ampia fascia della popolazione, senza che si provveda con adeguate misure di contenimento e di risarcimento per le vittime; il grande furto a danno del fondo pubblico istituito dalla legge sull’estrazione del rame, all’origine del caso “Milicogate”[10]; il peculato del “Pacogate”[11], che ha inferto un duro colpo all’immagine e all’organizzazione dei Carabineros de Chile, la principale forza di polizia del Paese; i casi “Penta”[12] e “Soquimich”[13]; la collusione fra grandi aziende farmaceutiche[14]… Riflettendo il trattamento preferenziale riservato ai colletti bianchi, le pene previste per chi è stato condannato sono inaccettabili. Siamo tutti consapevoli che la privazione della libertà personale è riservata a chi è povero.

Tutto questo ha indignato e frustrato i cittadini, nel sentimento comune di essere traditi da chi governa. Intanto, mentre le indennità parlamentari raggiungevano importi superiori a quelli europei, il salario minimo si è mantenuto sotto i 500 euro, lasciando in stato di bisogno gran parte della popolazione, con gradi di iniquità abissali.

 

3. Perché adesso?

L’estallido è l’esito finale di un processo “in crescendo”: la sensazione di non essere ascoltati è stata sempre più forte.

L’attitudine di vari membri dell’attuale Esecutivo è ritenuta quiescente dalla società civile (ciò vale, soprattutto, per i Ministri della sanità, dell’istruzione e dei trasporti). Inoltre, benché ancora in carica, alcuni fra loro si sono presi la libertà di affermazioni che hanno portato la cittadinanza all’esasperazione.

Così, mentre si criticavano le disfunzioni del sistema sanitario e le lunghe file di attesa nei centri di cura e assistenza, il Ministro competente ha esordito osservando che alla gente piace recarsi di primo mattino presso quelle strutture, cogliendo l’occasione per «fare vita sociale». Estraniarsi totalmente dalla realtà di chi – e sono migliaia –, in pieno inverno, si mette in coda per ore prima di essere ricevuto non è solo dileggio, ma una grave mancanza verso i più indigenti, che evidentemente non vanno nei centri per far vita sociale ma per domandare un’assistenza medica che, in molti casi, non riceveranno.

In aggiunta, il Ministro della pubblica istruzione ha affermato che, se c’erano da fare lavori di manutenzione nelle scuole, non capiva come mai non si organizzassero lotterie per la raccolta dei fondi necessari invece di pretendere che fosse il Ministero a risolvere il problema, mostrando così di non capire l’urgenza di un obbligo incombente sullo Stato.

Da parte sua, il Ministro degli affari economici, di fronte alle proteste contro il rialzo del costo del biglietto della metropolitana, ha suggerito come soluzione che le persone «si alzassero prima» al mattino, beneficiando così di una tariffa inferiore. Questo ha scatenato la rabbia: non è solo mancata empatia, ma un assoluto “chiamarsi fuori” dalla condizione comune a migliaia di cittadini che si recano a lavorare all’alba, viaggiando ore in metropolitana prima di giungere a destinazione, e restano fuori casa l’intera giornata, spesso per ottenere un salario minimo. Il rialzo del biglietto è un grave pregiudizio al nucleo familiare, ed evidentemente la soluzione offerta dal Ministro non è che l’ennesima esternazione derisoria verso l’intera comunità… Che alla fine è esplosa.

4. Chi ha reagito?

Gli adolescenti, primi fra tutti. Gli studenti delle scuole superiori hanno lanciato un appello con l’invito a non pagare il ticket del metrò, contrapponendo la loro “evasione” a quella dei potenti che non pagano le tasse e alle recenti frodi dei colletti bianchi (come la collusione fra aziende farmaceutiche o produttrici di carta assorbente, il “caso Penta”, e gli altri già precedentemente citati), con la critica generalmente condivisa che la risposta della giustizia è stata deludente. Al confronto, sottrarsi al pagamento del biglietto non è nulla: “Non sono 30 pesos, sono 30 anni”, sottolinea il loro slogan. Detto altrimenti: “Sono 30 anni che aspettiamo una politica diversa, e non è mai arrivata”.

Il Cile ne ha abbastanza, si è risvegliato e ora chiede un cambiamento, risposte concrete. Se ciò non avviene, il movimento non si arresterà.

5. «In guerra»?

L’esplosione è forte, incisiva e fondata. Tocca aree essenziali del welfare, mentre si chiede a gran voce una nuova Costituzione: l’attuale, del 1980, resta quella firmata da un dittatore, che l’ha utilizzata per instaurare a suo uso un sistema di disuguaglianze destinate a perdurare.

A fine ottobre 2019, dopo quasi due mesi di marce, l’estallido non si è attenuato, al contrario. All’ascolto, il Governo ha preferito la repressione violenta, nel tentativo di ridurre al silenzio la voce popolare. Per prima cosa, ha decretato lo stato di emergenza costituzionale, che significa limitare il diritto di riunione e di circolazione, imponendo il coprifuoco. Tale misura ha riportato alla mente di tutti i cileni i tempi del regime militare, quando violenze efferate e violazioni di diritti umani erano prassi quotidiana.

Un misto di preoccupazione e frustrazione ha invaso le coscienze di fronte alla esplicita indisponibilità del Governo al dialogo, o anche solo al ripensamento. Nondimeno, la reazione dei giovani è stata diversa da quanto ci si sarebbe aspettato: ne hanno tratto una ulteriore spinta a ribellarsi, non hanno rispettato il coprifuoco. Le proteste, via vi più accese, si sono diffuse in ogni contrada del Cile. Le marce sono imponenti, pacifiche e trasversali – non è questione di sinistra o di destra: tutti sono riuniti nelle medesime istanze «finché», si ripete, «la dignità non diventi consuetudine».

Parallelamente, hanno avuto inizio i saccheggi, gli incendi e i danneggiamenti alla proprietà. A questo proposito, sono circolate diverse versioni:

1) responsabili sarebbero gli stessi adolescenti, quelli che non hanno più nulla da perdere; nell’inerzia delle istituzioni, essi optano per una reazione violenta;

2) si tratta di criminali che non hanno interesse alla causa sociale comune e il cui unico intento è rubare e distruggere;

3) diversi gruppi di infiltrati partecipano alle marce allo scopo di creare il caos, in modo da minare le basi del movimento e far cadere il consenso.

Non è difficile constatare come la repressione sia stata attuata con un uso sproporzionato della violenza, proprio come al tempo di Pinochet.

Nelle prime dichiarazioni rilasciate alla stampa, il Presidente Sebastián Piñera ha detto che ci trovavamo «in guerra»: così si sono comportati, nonostante il fatto che il capo della Difesa nazionale, generale Javier Iturriaga, lo avesse smentito dicendo di «non essere in guerra con nessuno». Tuttavia, sono i fatti a parlare: ci sono morti, sparizioni, mutilazioni, centinaia di persone con lesioni permanenti agli occhi. Le denunce hanno raggiunto l’Istituto nazionale per la tutela dei Diritti umani e un rapporto di Amnesty International che si conclude dichiarando che in Cile si stanno violando i diritti fondamentali in modo sistematico, con incarcerazioni illegali, casi di stupro e un uso eccessivo della violenza. Il Governo si limita a negare le accuse.

Attualmente il Paese si ritrova fortemente diviso, con una maggioranza che ritiene che il movimento prosegua finché il Governo non risponderà alle istanze di giustizia sociale, e una parte minoritaria che pensa che le marce debbano finire e teme la “violenza di strada”. Qui si ha un’ulteriore divisione tra chi riconosce il valore di quelle istanze e il diritto di manifestare, giustificando l’intervento delle forze di sicurezza per atti vandalici a danno della proprietà pubblica e privata, ed altri che non giustificano il movimento e anzi vogliono danneggiarlo, sostenendo gli interventi “muscolari” e repressivi dei militari. Tra gli esponenti di quest’ultima tendenza c’è chi – sottovoce – ritiene auspicabile un nuovo golpe in uniforme, convinto che il movimento sia connesso a forze terroristiche straniere, principalmente venezuelane; né mancano coloro che esortano a uscire in strada armati per “difendere il Paese dai terroristi che cercano di distruggerlo”, oscurando così le ragioni di fondo del movimento e stravolgendo completamente la realtà dei fatti.  

C’è una sensazione di ingovernabilità premeditata e artificiale. Gira voce che questo caos sia prodotto ad arte, che si vuole renderlo “normale” affinché i militari entrino in azione e reprimano il movimento con “giustificata” severità.

La preoccupazione resta forte. Nessuna soluzione è stata offerta, ad eccezione di proposte che rasentano la farsa. Perché il salario minimo non è aumentato? Il Governo ha proposto un reddito minimo di 350 mila pesos al mese quando le persone ne chiedono 500 mila (650 euro al mese). È la classe imprenditoriale a tergiversare in quanto, così, si porrebbe un freno al sistema neoliberista di cui tanto hanno usufruito i suoi esponenti?

6. Primi segnali di un cambiamento… a porte chiuse

Le persone hanno preso a informarsi, scoprendo che gli stipendi dei parlamentari sono fra i più alti al mondo. Attualmente ci sono 155 deputati e 43 senatori che percepiscono retribuzioni lorde per oltre 9 milioni di pesos (9.600 euro), che significa un valore liquido netto di 6 milioni (6.400 euro), secondo i benefici previdenziali e assistenziali di ciascun rappresentante, oltre a stanziamenti mensili per l’esercizio del mandato di 24 milioni per i senatori e di 11 milioni per i deputati: importi totalmente fuori dalla realtà economica e sociale nazionale. I parlamentari hanno via via migliorato il loro trattamento indennitario, lasciando nell’oblio il salario minimo dei molti che oggi vivono in povertà. La retribuzione di un parlamentare equivale a 33 salari minimi: quanto basta per annoverare i membri del Congreso Nacional tra i meglio pagati fra gli omologhi dei vari Stati membri dell’Ocse.

Dalla richiesta – nell’aprile 2014 è stata avviata una campagna[15] promossa dal Partito umanista cileno – direttamente rivolta ai parlamentari, si è arrivati a una proposta di legge per la riduzione del 50% delle retribuzioni di tutte le alte cariche statali (attualmente il ddl si trova, in seconda lettura, in disamina al Senato[16]). La volontà, espressa dalla destra, di includere i magistrati tra i destinatari dell’iniziativa ha generato un gran dibattito intorno alla questione dell’intangibilità delle retribuzioni spettanti ai rappresentanti del potere giudiziario e, con essa, della loro indipendenza.

Dopo lunghe discussioni a porte chiuse, il 20 novembre 2019 è stata votata in commissione costituzionale alla Camera[17], con approvazione unanime, l’iniziativa per ridurre temporaneamente del 50% l’ammontare delle retribuzioni dei membri del Parlamento, delle autorità governative e regionali. La riduzione sarà applicata a partire dall’approvazione della legge e finché non sarà operativo il meccanismo mediante il quale la Banca centrale avrà fissato l’ammontare degli stipendi per tutte le autorità statali. Parimenti, si è deciso all’unanimità che i risparmi siano direttamente iscritti nel bilancio statale. È stato invece rifiutato un abbassamento degli stanziamenti per l’esercizio del mandato parlamentare e delle retribuzioni di magistrati e sindaci.

L’inclusione del giudiziario nel dibattito è stata commentata da alcuni come una strategia populista e un modo per bloccare la riduzione delle indennità parlamentari, misurando il livello di forza tra i poteri dello Stato. L’argomento dell’indipendenza del potere giudiziario e dell’intoccabilità delle retribuzioni dei magistrati è stato accolto negativamente dall’opinione pubblica come un mero pretesto per non essere inclusi in un piano di riduzione di stipendi esorbitanti rispetto al salario minimo. Il voto, su questo punto, non è stato unanime e sarà il Senato a decidere (respingendo, approvando o modificando la proposta).

Con la nuova legge, i parlamentari non sarebbero più i medesimi che stabiliscono, concorrendo a fissarne l’ammontare, la qualità della loro indennità, bensì un soggetto esterno. Sarebbe già un passo avanti.

Un altro argomento “caldo” è la riforma costituzionale. In Parlamento è stato raggiunto un «Accordo nazionale per la pace sociale e la nuova Costituzione», firmato da tutti i partiti a esclusione del Partito comunista. Si propone la stesura di una nuova Carta, la prima a nascere in democrazia e a essere redatta da un’Assemblea costituente – che, nell’intesa raggiunta tra destra e sinistra, ha preso il nome di “Convenzione costituente” –, per lasciarsi alle spalle una Costituzione creata in tempo di dittatura e prodotto di un’élite che ha escluso da ogni processo partecipativo una società civile oppressa.

L’«Accordo» è presentato come un traguardo senza precedenti nell’ arco dell’intero periodo post-regime, ma l’opinione non è condivisa dalla maggioranza dei cittadini, che negano l’esistenza di una legittimazione attiva della classe politica a fondamento di quell’accordo. Non avendovi preso parte, essi lo ritengono un’intesa di vertice, un patto “fra loro”: precisamente, tra coloro che sono criticati e rifiutati come rappresentanti, i quali “si abbracciano reciprocamente”. Chi riformerà la Costituzione? E come? C’è timore e diffidenza…

Si richiede a gran voce un’Assemblea costituente e la destra atterrisce di fronte a ogni parvenza di assemblea, ragion per cui l’Accordo parla di un referendum – già annunciato per il 26 aprile 2020 e rinviato dal Parlamento (in data 24 marzo) al 25 ottobre, al fine di contenere il contagio da coronavirus. Il voto verterà sul se (“Si vuole una nuova Costituzione?”) e sul come del processo costituente, vale a dire: una “Convenzione” composta al 100% da cittadini eletti a tale scopo (simile a un’assemblea costituente) o una “Convenzione mista”, formata per metà da parlamentari e per metà da membri eletti ad hoc – in ambo i casi, l’elezione dei componenti a suffragio universale si sarebbe tenuta in ottobre (in concomitanza con le elezioni regionali e comunali), con lo stesso sistema previsto per l’elezione dei deputati in proporzione corrispondente. Il referendum comporta che, a qualsiasi accordo pervenga la Convenzione, sarà richiesta una maggioranza dei due terzi dei membri per la sua approvazione. Una volta redatta la nuova Carta costituzionale, l’organo costituente la sottoporrà a una nuova consultazione popolare a suffragio universale obbligatorio per la ratifica. La Convenzione opererà per la durata massima stabilita di nove mesi, con eventuale – ed esclusiva – proroga di ulteriori tre.

Le maggiori critiche rivolte all’Accordo, che non è riuscito a stemperare il malcontento diffuso, riguardano: la legittimità degli attori coinvolti e dell’iter seguito “a monte”, poiché – come già accennato – è stato raggiunto senza aver prima consultato le parti sociali; la diffidenza verso la mutazione del termine “Assemblea” in “Convenzione”; l’aver mantenuto, per l’approvazione del progetto di riforma, il quorum dei tre quinti previsto dalla Costituzione del 1980; infine, il modo con cui saranno eletti i membri dell’organo costituente, sapendo da subito che non vi saranno pari opportunità, data la differenza di mezzi economici impiegati allo scopo e l’assenza di rappresentatività, proporzionalità ed eguaglianza nella competizione elettorale, e senza menzione alcuna del concetto di parità di genere e delle quote minoritarie riservate ai popoli autoctoni.

L’estrema destra, per parte sua, non desidera una nuova Carta fondamentale e vede nella Costituente un’anomalia. Perciò l’Accordo non è stato convalidato da quell’area politica, nella dogmatica volontà di mantenere la Costituzione che perpetua il sistema neoliberista instaurato da Pinochet.

 7. Un’agenda politica differita vs. una repressione immediata ed efficiente

La questione del trattamento economico riservato ai parlamentari e ad altre cariche pubbliche ha lasciato in sospeso “nodi” che si vorrebbero così aggirare: la lunga lista di domande che la cittadinanza non dimentica. Dopo quasi 60 giorni di estallido, il Governo si è limitato a proporre – come già riportato – un timido aumento del reddito minimo, ben al di sotto di quanto richiesto, e un graduale miglioramento delle pensioni con decorso immediato a partire dagli 80 anni di età… La beffa continua, insieme all’esasperazione.

Le persone si aspettano cambiamenti concreti, non un’agenda lenta e differita: se non si formulano proposte immediate su temi cruciali, resterà una politica costruita sulle promesse.

Piñera è passato dalla “dichiarazione di guerra” iniziale alle scuse per il suo “errore di prospettiva”, nonostante subito dopo abbia dato priorità a leggi anti-incappucciati e anti-barricate, con l’annuncio di un progetto di legge che autorizzerà le Forze armate a collaborare nella protezione delle infrastrutture critiche, senza necessità di stabilire uno stato di eccezione sospensivo dell’ordine costituzionale. Le proteste non sono che la risposta sintomatica al mancato tempismo di cui ha dato prova, lasciando sul tavolo questioni essenziali.

L’aspetto più scioccante, triste e aberrante è la repressione poliziesca attuata dal Governo a partire dal 1° ottobre. L’uso sproporzionato della forza è stato avallato dai superiori gerarchici, pronti in ogni momento a ribadire che i carabinieri si sono attenuti alla normativa e ai protocolli, mentre vi sono migliaia di registrazioni che attestano il contrario e un report di Amnesty International che afferma come siano stati sistematicamente violati i diritti umani.

Quanto affermato dall’organizzazione è coerente con le richieste e le denunce presentate dall’Istituto nazionale per i Diritti umani e con l’attività dei giudici dei tribunali di garanzia, che hanno dichiarato l’illegalità di un gran numero di detenzioni e di trattenimenti in commissariato, e dei giudici dei juzgados de Familia, che hanno chiesto di verificare lo stato in cui si trovavano i detenuti. Le corti di appello hanno accolto ricorsi per la tutela di diritti costituzionali del cittadino (cd. “recursos de amparo”) e sono state emesse decisioni che vietano ai carabinieri di usare proiettili in gomma contro i manifestanti, divieto che è stato ampiamente ignorato.

Il potere giudiziario non ha aderito allo sciopero generale, nella consapevolezza della sua funzione di garante dei diritti fondamentali. Restano al lavoro i giudici, gli avvocati, le procure, nel tentativo di mantenere un ordine istituzionale minimo. Ci sono denunce di torture, stupri, sparizioni, mutilazioni e uccisioni. Le cifre oscillano e senza dubbio, al volgere di questa fase storica, il numero delle vittime nel Paese supererà di gran lunga quello stimato.

L’Ordine dei medici cileno ha denunciato episodi in cui le forze di polizia lanciavano lacrimogeni colpendo centri ospedalieri o ferendo membri del personale della Croce rossa provvisti di documenti, che si trovavano in strada a prestare soccorso. Sono almeno 280 casi di persone con lesioni oculari provocate da proiettili in gomma – e qui il nostro Paese, stando ai dati[18] comunicati dalla Società cilena di oftalmologia (Sochiof), detiene il primato mondiale.

L’opposizione ha presentato al Congresso un’accusa costituzionale contro Andrés Chadwick, ex Ministro dell’interno, per aver violato la Costituzione e le leggi omettendo di adottare misure per fermare la violazione dei diritti umani durante lo stato di emergenza imposto tra il 19 e il 28 ottobre, compromettendo gravemente l’onore e la sicurezza della nazione. Nel voto dell’11 dicembre 2019[19], con 23 voti a favore e 18 contrari, il Senato ha riconosciuto la responsabilità di Chadwick, che è stato interdetto per 5 anni dai pubblici uffici – una sanzione chiaramente insufficiente, se pensiamo al danno sofferto dalla popolazione in quei giorni.

Ci sono morti da piangere, persone scomparse, danni gravissimi e permanenti: sono le vittime di una repressione inammissibile in uno Stato di diritto. Il Cile attende una risposta, il Cile chiede giustizia e dignità.

«Hasta que la dignitad se haga costumbre».

8. Per (non) concludere. Ritorno a domenica 15 dicembre 2019

Le giornate sono trascorse secondo la stessa dinamica. La stampa minimizza le ragioni dell’estallido e si concentra sui danni materiali, creando l’impressione nell’opinione pubblica che il movimento sia degenerato in un vandalismo diffuso. Ma l’esplosione sociale continua, si è “viralizzata” attraverso i social network, dove tutto è filmato nei dettagli, dalle marce massicce nelle diverse regioni del Paese alla severa repressione da parte delle forze di polizia. Ora si sa non solo delle lesioni oculari, ma anche della sostanza urticante diluita nell’acqua che il “guanaco”, un mezzo blindato, lancia ad alta pressione sui manifestanti! Si sono replicati gli stessi metodi della dittatura e nessuno ne risponde, i protocolli non vengono rispettati.

Ancora, ci si domanda: chi dà gli ordini? Si tratta di comportamenti eccezionali o esiste un’azione coordinata? Pare più probabile il secondo caso: le menti non sono cambiate, è la stessa ideologia di dominio sotto nuova veste, e la polizia è ancora una polizia che reprime.

Ciò dimostra che quasi 30 anni di pseudo-democrazia non sono bastati a eradicare la tortura e le vessazioni come pratica collaudata delle Forze dell’ordine e di sicurezza. Si è detto che la denominazione cambierà, non saranno più “forze speciali”, ma nulla cambia: non importa il nome dell’istituzione, ma chi la compone, l’ideologia di chi la dirige e gli ordini impartiti. Se non esiste una leadership democratica che rispetti i diritti fondamentali, le squadriglie continueranno a violarli.

Persino a un colonnello, giorni fa, sono state notificate indagini a suo carico per intralcio alla giustizia, poiché aveva dolosamente occultato prove che scagionavano un giovane accusato di aver aggredito un carabiniere. Un colonnello che nasconde una registrazione utile a provare l’innocenza di un imputato… Cosa può motivarlo? Perché vorrebbe che un giovane fosse condannato per un delitto che non ha commesso? Quanti altri ci saranno ad agire come lui?

Il modo di trattare dei carabinieri con le popolazioni autoctone è sempre stato molto discusso. Molte volte è stato riferito che i primi abbiano agito dolosamente, incolpandoli per illeciti non commessi. Li trattano come veri terroristi, fanno incursione nelle loro comunità compiendo atti vandalici, con la giustificazione che gli autoctoni si stiano organizzando per commettere reati.

La morte di Catrillanca è un grido potente fra i giovani che guidano l’estallido. Camilo Catrillanca, mapuche di 24 anni della comunità di Temucuicui, attivista e nipote del lonko (autorità tradizionale) Juan Catrillanca, è stato ucciso il 14 novembre 2018 nel corso di un episodio confuso, dapprima ritenuto un’imboscata tesa ai carabinieri. In seguito, dopo la diffusione di un filmato, si è scoperto che, nella sparatoria in corso durante un blitz degli stessi carabinieri (del “[20]Comando Jungla”, un corpo speciale addestrato in Colombia inviato a “pacificare” la regione della Araucanía), fu raggiunto da una pallottola alla testa.

Anche qui: chi dà gli ordini, e a che scopo? Cosa c’è dietro la violenza sui membri delle popolazioni autoctone?

Nel corso dell’ultimo trentennio, nessun governo si è preoccupato di dar risposta alle istanze delle popolazioni autoctone. Al contrario, si è messo in moto un processo di terrorizzazione dell’Araucanía, dove Piñera ha annunciato l’invio di un vero contingente di guerra per far fronte al “conflitto”, senza affrontare i problemi di fondo: la restituzione delle terre e la partecipazione delle comunità autoctone ai processi decisionali. Tale è il modus operandi del Governo, che oggi si rinnova: aggredire, lontano da ogni possibilità di dialogo.

Infine, 11 deputati hanno presentato martedì 10 dicembre un’accusa costituzionale contro il Presidente Piñera, al quale è richiesto di motivare il ruolo assunto durante lo stato di emergenza decretato in Cile, con l’accusa di violazione dei diritti umani nel corso dell’onda di proteste che ormai prosegue dal mese di ottobre. Il documento è stato firmato dai seguenti deputati: i comunisti Carmen Hertz e Daniel Núñez; i socialisti Emilia Nuyado e Jaime Naranjo; il membro del Partito umanista Tomás Hirsch; il liberale Vlado Mirosevic; il deputato di “Revolución Democrática” Jorge Brito; Gael Yeomans di “Convergencia Social”; Carolina Marzán, del “Partito por la Democracia”; Claudia Mix, di “Comunes”; infine, il regionalista verde Esteban Velásquez.

I parlamentari hanno motivato l’accusa affermando che si tratta di «un imperativo etico e politico ineludibile, oltre che una questione di responsabilità democratica. Le immagini che oggi sconvolgono il Cile e il mondo intero ci riportano alla memoria un passato recente che non può più fare ritorno». Tra i firmatari, la deputata Ppd Carolina Marzán ha assicurato che la sua firma era a titolo personale e non proveniva dal gruppo partitico. In merito alla messa in stato di accusa, la parlamentare ha fatto notare che «Oggi il Presidente Piñera ha perso totalmente la capacità di governare. Ne abbiamo abbastanza di vedere calpestati i diritti umani!».

L’atto di accusa menziona un rapporto dell’Istituto nazionale per i Diritti umani datato 18 novembre, nel quale si indica che sono state presentate 6 denunce per omicidio contro pubblici ufficiali, 7 per tentato omicidio, 66 per violenza sessuale e 273 per tortura. L’accusa costituzionale, presentata da un gruppo di membri del Congresso per ottenere che Sebastián Piñera fosse destituito, è stata respinta dalla Camera dei deputati (79 voti contro 73). La sera del 12 dicembre, il legislativo ha indicato che la richiesta di messa in stato di accusa costituzionale del Presidente non era conforme ai requisiti indicati nella Costituzione, come la stessa Presidenza ha invocato in propria difesa, e che perciò era priva di efficacia.

Oggi, per le strade, si respira il trasporto di quell’onda di persone in movimento, che non si fermeranno senza risposte concrete e trasparenti.

Ma l’onda è la voce stessa del Cile, e il Cile dice: “BASTA!”.

9. 13 aprile 2020 (dal Paese dove “i morti guariscono”)

Sono passati quasi sei mesi dall’estallido e non si avverte neppure più l’eco delle marce di protesta. Le grida sono state zittite, si prova uno stato di stupore generale… La pandemia è arrivata in Cile.

Ad oggi, il Governo dichiara 7525 casi di Covid-19, 82 decessi, 312 nuovi casi, 85.035 esami effettuati, il 35.93% dei quali nell’ambito del sistema sanitario privato. Dei 387 pazienti che si trovano in terapia intensiva, 40 non superano i 39 anni di età, mentre 84 hanno un’età pari o superiore ai 70 anni. Quanto alle fasce “intermedie”, 45 pazienti oscillano tra i 40 e i 49 anni, 112 tra i 50 e i 59 anni e 106 tra i 60 e i 69 anni. Fra i pazienti deceduti, 3 appartengono alla prima fascia (fino a 39 anni), 2 a quella compresa tra i 40 e i 49 anni, e a seguire, in ordine crescente di età: 3 (50-59 anni), 12 (60-69 anni), 29 (70-79 anni), 26 (80-89 anni). Tra i novantenni, risultano inoltre decedute 7 persone.

Sono 100 i pazienti che si trovano in condizioni critiche, mentre 2367 sono i casi di persone guarite. I ventilatori polmonari disponibili sono 577. Nella capitale troviamo il maggior numero di infezioni, con 3803 casi.

L’Ordine dei medici critica il Governo e sottolinea che i numeri dei casi confermati sono incompleti e incoerenti, ed evidenziano una mancanza di trasparenza mai vista nella storia della sanità pubblica cilena. La stessa organizzazione ha esortato il Presidente a decretare il confinamento obbligatorio nella capitale, per evitare che il virus continui a diffondersi così rapidamente. Si segnala che in alcuni centri ospedalieri mancano già dispositivi di protezione come mascherine e disinfettanti per curare adeguatamente i pazienti.

Più di 50 sindaci e alcuni parlamentari hanno chiesto senza successo a Piñera di istituire una quarantena generalizzata all’intero territorio nazionale. Al contrario, è stata decretata la quarantena solo in alcune zone e la capitale appare frazionata in aree discontinue (confinate e libere)[21], causando in tal modo incertezza, disordine e collasso. Nelle ore di punta si continua a utilizzare in massa la metropolitana, in violazione delle misure decretate dall'Oms, con evidente incremento del rischio di contagio.

Il virus è stato scoperto in Cile, per la prima volta, il 3 marzo. Il Ministro in carica, Jaime Mañalich, figura tra i politici più impopolari a livello nazionale. Secondo la sua visione, decretare la quarantena generale sarebbe un’esagerazione – esattamente il contrario di quanto sostenuto dall’Ordine dei medici. In una recente intervista[22], egli ha affermato che il virus potrebbe «diventare buono» e fornito cifre in base al cui calcolo si facevano rientrare nella categoria dei guariti anche i defunti, poiché «non possono più essere contagiosi»[23]. Un criterio di calcolo che il Ministro sostiene di avere adottato «su raccomandazione di esperti internazionali». Il suo modo di agire illogico e irridente, che lo ha visto assumere iniziative senza neanche aspettare i pareri dell'autorità sanitaria, ha fortemente indignato e preoccupato la cittadinanza. I sindaci intervengono in anticipo e con maggiore efficienza, imponendo quarantene preventive nei loro territori, a fronte delle inaudite risposte di Mañalich, che invece insiste sulle quarantene selettive, contando sul pieno appoggio del Capo dello Stato.

Quest’ultimo il 18 marzo ha decretato in tutto il Paese, per 90 giorni, lo stato di emergenza costituzionale per catastrofe. La misura limita le riunioni pubbliche, la mobilità e stabilisce quarantene o coprifuoco per facilitare l'assistenza medica, garantire la catena di produzione e distribuzione dei beni e la protezione dei confini nazionali.

La chiusura delle frontiere terrestri, marittime ed aeree a tutte le persone di nazionalità straniera non interessa, invece, l’entrata e l'uscita delle merci così come i soggetti responsabili per il loro trasporto, al fine di garantire l'approvvigionamento. Sia i cileni sia gli stranieri aventi residenza permanente in Cile che provengano da luoghi ad alto rischio potranno entrare nel Paese, a condizione che si sottopongano a un controllo sanitario alla frontiera e a una quarantena obbligatoria di 14 giorni. A coloro che non si conformano a tale disposizione si applicheranno ammende e pene detentive previste dalla normativa in materia (il Código Sanitario del 1968) e dal codice penale.

Dopo la dichiarazione dello «stato di catastrofe», il Paese è entrato in una fase di adeguamento e sono state adottate diverse misure.

Nei tribunali si è iniziato ricorrere al telelavoro e la Corte Suprema ha emesso l'atto n. 53-2020[24], volto a regolare il funzionamento del potere giudiziario in tale contingenza, stabilendo che si debba accordare priorità alla tutela della salute e proseguire nella gestione delle cause più urgenti. Nei limiti del possibile, le udienze si tengono in videoconferenza. La disparità di mezzi economici ostacola l’uguale accesso alla giurisdizione: specie nelle zone rurali, non tutte le famiglie cilene hanno i necessari dispositivi elettronici.

Di fronte alla minaccia certa del Covid-19 nelle carceri, un giudice di garanzia a Santiago (attualmente sottoposto a procedimento disciplinare e sospeso dalle proprie funzioni, con annullamento della relativa decisione), al fine di tutelarne il diritto alla salute e all'integrità, ha sostituito la custodia cautelare di 13 imputati appartenenti al movimento “Primera línea” – perseguiti per disordini pubblici occorsi durante l’estallido – con gli arresti domiciliari. La decisione ha suscitato forti polemiche, anche perché adottata senza avere prima ascoltato i soggetti interessati. Più di 200 avvocati hanno firmato una petizione in suo favore, nella quale invocano l'indipendenza del giudice e il diritto degli imputati ad essere sottoposti a una misura cautelare meno afflittiva, considerando gli attuali rischi sanitari, oltre che la prognosi di pena lieve.

Per ragioni analoghe, il Congresso ha discusso la possibilità di commutare la pena detentiva in arresti domiciliari per i condannati per qualsiasi reato che abbiano un’età superiore ai 75 anni, siano malati terminali o abbiano scontato oltre metà della pena, al fine di decongestionare le carceri ed evitare un contagio di massa da Covid-19. La proposta, tuttavia, portava con sé il rischio di una nuova frattura nazionale, nell’ipotesi che la commutazione fosse concessa anche ai condannati per crimini contro l'umanità – ipotesi alla quale risulta contrario più del 60% dei cileni. Pertanto, il progetto di legge recentemente approvato dal Congresso ha escluso dalla commutazione quella categoria di condannati, il che ha portato alcuni senatori a depositare un ricorso davanti alla Corte costituzionale con il quale si ipotizza l’incostituzionalità di tale esclusione. Di conseguenza, fino alla pronuncia della Corte, oltre al blocco del procedimento legislativo avviato, si è mantenuto il rischio che imputati e condannati contraggano il virus all’interno dei penitenziari (molti dei quali sovraffollati e dove non si rispettano le norme igieniche di base). In data odierna[25], la Corte costituzionale ha infine deciso – a maggioranza di sette voti contro tre – di respingere il ricorso, dando così la possibilità a centinaia di uomini e donne tra i 55 e i 75 anni, che stanno scontando pene per reati meno gravi, di passare agli arresti domiciliari. Con estrema urgenza occorre ora dar seguito a questa decisione: al momento, sono già 29 i detenuti e 59 gli agenti contagiati.

Anche il mondo del lavoro è stato duramente colpito dalla pandemia. Molte aziende hanno scelto di licenziare i propri dipendenti o di sospenderne il contratto, lasciando i lavoratori totalmente indifesi, senza che lo Stato abbia dato una risposta chiara in sostegno a questa crisi.

Per contro, la Direzione del Lavoro ha pubblicato un parere[26] che fissa i criteri che dovrebbero regolare i rapporti contrattuali tra datore e lavoratori per il periodo in corso. Secondo questo documento, entrambe le parti potrebbero sottrarsi ai rispettivi obblighi contrattuali in caso di forza maggiore o caso fortuito, ai sensi dell'articolo 45 del codice civile. La Direzione del Lavoro riconosce che le misure sanitarie decretate dal Governo, i cordoni sanitari, il coprifuoco dalle ore 22 alle ore 5 e l’isolamento totale rientrano nell’ambito dei “fatti fortuiti” idonei a esonerare le parti dagli obblighi reciproci derivanti dal contratto di lavoro. Ciò significa che il lavoratore può cessare di prestare i suoi servizi e il datore di lavoro può evitare pagare le retribuzioni e che, in caso di controversie, la decisione spetterà ai tribunali.

Il parere della Direzione del Lavoro dimentica, tuttavia, che il lavoratore non è un socio del suo datore di lavoro e che il principio secondo cui il rischio d’impresa è sempre a carico di quest'ultimo costituisce, oltre alla giustificazione causale del relativo profitto, un principio guida del diritto del lavoro. I nostri lavoratori subiscono quotidianamente la diffusione di questo virus, non solo per il rischio che deriva dal contagio, ma per i licenziamenti massicci o i permessi non retribuiti che, in molti casi, sono stati costretti a firmare. Finora il Governo ha annunciato solo un “bonus di emergenza Covid” di circa 50 euro per le persone che rientrino nella fascia del «60% più vulnerabile» del Paese[27]: un’altra aberrazione diretta ad alimentare la disperazione, l’angoscia e la stanchezza di una cittadinanza che si sente abbandonata da autorità indolenti.

La pandemia ha colpito anche le pensioni dei cileni. Poiché i fondi pensione sono quotati in borsa, accumulano perdite impreviste dopo la crisi dei subprime, e tutti i fondi A,B,C,D ed E hanno registrato bassi rendimenti. I dati indicano il peggiore inizio anno mai visto. Se le pensioni erano già una misera realtà, con queste perdite nessuno sa come i nostri anziani riusciranno a sopravvivere.

Anche l'istruzione ha dovuto adattarsi alla crisi sanitaria. I corsi tenuti in aula nelle scuole e nelle università sono sospesi fino a nuovo ordine e sono state implementate le lezioni via Internet. Ciò ha aumentato le differenze qualitative tra istruzione pubblica e privata, con evidenti svantaggi per le persone dotate di minori risorse economiche, che non necessariamente dispongono di un computer e che, quotidianamente costrette alla ricerca di un reddito, sono di fatto impossibilitate al rispetto del confinamento domestico.

Non siamo tutti sulla stessa barca. Questa tempesta, ci ha sorpresi in condizioni assai differenziate. Molti erano impreparati ad affrontarla e stanno vivendo una situazione tale da non poter soddisfare nemmeno i più elementari bisogni.

Secondo varie considerazioni, l’emergenza dovrebbe essere vista come un'opportunità di crescita personale, in cui la casa e la famiglia rappresenterebbero la scuola migliore per riuscire ad affrontare la vita insensata che ci è toccato vivere. Senonché, se ci affacciamo alle finestre, vediamo persone che dormono per strada. Non solo in America Latina, ma in tutto il mondo: ci sono persone che muoiono di fame e di freddo nelle nostre strade, alle quali si aggiungeranno i molti che moriranno vittime di un virus che non abbiamo saputo prevenire né frenare. La morte faccia a faccia ci deve scuotere, al punto da spingerci a pretendere i cambiamenti essenziali affinché la dignità sia riconosciuta a tutti e non solo a pochi.

L’estallido non è caduto in un sonno profondo: è presente più che mai, e le risposte date da un modello egoista e fallito a questa nuova crisi inducono a ritenere che i sopravvissuti continueranno a lottare per le rivendicazioni di un Paese che merita la restituzione della dignità usurpata.

Ecco gli ultimi dati sull’onda sociale esplosa negli scorsi mesi, forniti a febbraio dall’Istituto per i Diritti umani[28], anteriormente all’emergenza Covid-19: 10.365 detenuti in custodia nei commissariati, di cui 1249 bambini o adolescenti; 3765 feriti; 445 persone con lesioni oculari, di cui 34 comportanti la perdita dell’occhio; 1835 denunce di violenze, di cui 197 per violenza sessuale; 951 procedimenti per tortura; 5 procedimenti per omicidio.

Il Cile merita di vivere in pace.

 

 

[1] La Caja de Previsión de la Defensa Nacional (Capredena) ha la principale funzione di corrispondere mensilmente le pensioni di anzianità e reversibilità destinate al personale delle Forze armate, con i vari benefici che ne derivano. Si tratta di un istituto storico del sistema di sicurezza sociale cileno, creato dalla legge 9 settembre 1915, n. 3029, istitutiva della Caja de Retiro y Montepío de las Fuerzas de la Defensa Nacional. Come ente che opera a livello decentrato, la Capredena è dotata di personalità giuridica e patrimonio proprio, secondo la vigente disciplina in tema di bilancio, ed è soggetta alla supervisione del Ministero della difesa; dal punto di vista contabile, dipende dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale.  

[2] Questo fondo ha il compito di annullare i benefici pensionistici, effettuare i trasferimenti previsti dalla legge e finanziare l’amministrazione della Capredena, compreso il pagamento delle pensioni di anzianità e reversibilità, in linea con quanto dispone la legge costituzionale n. 18.948 sulle Forze armate.

[3] In forza di tale meccanismo, il 25% del valore iniziale delle pensioni sarà a carico della Capredena, che riceve il 6% dei versamenti a titolo previdenziale dal personale (attivo e non) delle Forze armate, mentre il rimanente 75% è a carico dello Stato.

Sia Capredena che Dipreca hanno nel pagamento delle pensioni la loro principale funzione istitutiva. Le risorse a ciò destinate dalla legge di bilancio superano l’80% del rispettivi budget.

[4] Vds. www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/suicide.

[5] Vds. www.deis.cl/series-y-graficos-de-mortalidad/.

[6] Cfr. www.eldinamo.com/nacional/2019/10/11/la-guia-que-prepara-el-minsal-para-enfrentar-los-suicidios-en-los-adultos-mayores/.

[7] Enti privati che provvedono alla copertura delle spese di assistenza sanitaria (e attività connesse) dei loro iscritti, che effettivamente sostengono il costo del piano sanitario adottato. Le Isapres prevedono un regime assicurativo e sono abilitate a ricevere e gestire i contributi sanitari obbligatori (7% del reddito imponibile) di tutti i lavoratori e le persone che scelgono il sistema sanitario privato anziché quello statale (Fonasa). Istituite al tempo di Pinochet con DFL (d.lgs) n. 3/1981 (www.leychile.cl/Navegar?idNorma=3570), dal 2005 sono poste sotto il controllo della Soprintendenza di Salute pubblica (Superintendencia de Salud). Fornendo i loro servizi a circa il 20% dei cittadini cileni, hanno favorito l’espansione dell’attività medico-sanitaria privata e un boom di investimenti in cliniche, centri medici e laboratori.

Esistono due tipi di Isapres: aperte e chiuse. Le prime offrono servizi a qualsiasi categoria di lavoratori (o a persone che comunque intendano iscriversi) e ai loro familiari; nel secondo caso, l’adesione è riservata unicamente ai dipendenti di un’azienda o di un gruppo di aziende.

Il premio da pagare è calcolato in base all’età, al sesso e al rischio sanitario del contribuente. Le donne in età fertile sono obbligate a pagare premi più onerosi degli uomini. Il contribuente può, inoltre, inserire tra i beneficiari della polizza i figli fino ai 18 anni di età (o, per la copertura di spese mediche, anche altre persone). In cambio dei premi corrisposti, le Isapres provvedono a finanziare i servizi sanitari prestati e l’emissione dei certificati medici.

Nell’ambito di tale sistema, si possono attualmente contare 12 Isapres (6 aperte e 6 chiuse), che hanno trasformato la salute pubblica in un vero business, assai distante dal diritto di cui ciascun cittadino è titolare.

[8]Cfr. www.elmostrador.cl/braga/2020/02/07/dificil-relacion-entre-mujeres-e-isapres-pagan-62-mas-que-hombres-y-tienen-menor-cobertura/.

[9] Cfr. www.lejournalinternational.info/it/sename/.

[10] Il caso riguarda una serie di frodi e di irregolarità nella gestione di fondi pubblici da parte di membri delle Forze armate. Nel 2015 il quotidiano The Clinic ha pubblicato una serie di servizi a firma del giornalista Mauricio Weibel Barahona. Nel marzo 2019, gli inquirenti hanno stimato un danno pari a 6.1 miliardi di pesos (oltre 6,5 milioni di euro).

[11] La parola “Pacogate” è un composto di “paco”, termine di uso colloquiale riferito, in senso peggiorativo, ai carabinieri, e “gate”, impiegato – dal “Watergate” (1972) in avanti – con riferimento estensivo a uno scandalo politico. Nel caso specifico, nel 2016 sono state avviate indagini sul precedente decennio in merito a un’indebita appropriazione di fondi pubblici da parte di diversi membri dei Carabineros de Chile, per un totale valutato, nel 2018, in 28,3 miliardi di pesos. Se ne parla come della più grande frode della storia nazionale e del “più grave caso di corruzione” occorso dalla riforma del processo penale del 2000. Un totale di 132 persone, tra civili e militari, è stato iscritto nel registro degli indagati, compresi alti funzionari come l’ex Direttore generale di quell’istituzione Eduardo Gordon.    

[12] Talvolta denominato “Pentagate”, è un caso di frode fiscale efficacemente realizzata dalla holding Empresas Penta ricorrendo a fatture “ideologicamente false”, vale a dire emesse a norma ma contenenti una falsa giustificazione, che avrebbero fra l’altro consentito l’irregolare finanziamento delle campagne elettorali di vari esponenti politici, in maggioranza appartenenti all’Unione democratica indipendente (Udi).

[13] Scandalo politico al centro di un processo penale, riguarda il finanziamento illecito a candidati e partiti politici mediante trasferimenti a persone ad essi collegate per servizi mai prestati alla Società chimica e mineraria del Cile (Soquimich).

[14] Nel maggio 2008 il procuratore Enrique Vergara Vial ha avviato un’indagine sull’esistenza di pratiche collusive tra le maggiori catene farmaceutiche Farmacias Ahumada, Cruz Verde e Salcobrand, a seguito di una denuncia del Sottosegretariato alla Salute pubblica.

[15] Cfr. www.pressenza.com/it/2014/04/partito-umanista-cileno-campagna-per-riduzione-delle-indennita-parlamentari/.

[16] Cfr. www.ladiscusion.cl/los-proyectos-que-se-tomaran-el-super-marzo-en-el-congreso/.

[17] Vds. www.camara.cl/prensa/sala_de_prensa_detalle.aspx?prmid=138509.

[18] Cfr. www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-50354968.

[19]Vds. www.senado.cl/respaldan-acusacion-constitucional-contra-ex-ministro-chadwick/senado/2019-12-11/105300.html.

[20] Cfr., a mero titolo di esempio, www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-46233851 e i diversi contributi disponibili online sulla piattaforma del Centro cileno di giornalismo investigativo – CIPER (https://ciperchile.cl/?s=catrillanca).

[21] Cfr., ad esempio, www.t13.cl/noticia/nacional/santiago-y-nunoa-cuarentena-13-04-2020.

[22] www.24horas.cl/coronavirus/manalich-y-solicitudes-de-cuarentena-total-es-completamente-insensato-e-innecesario-4037205; www.eldinamo.com/virales/2020/03/22/coronavirus-chile-jaime-manalich-frase/.

[23] www.lavanguardia.com/internacional/20200413/48469884428/chile-contabiliza-muertos-recuperados-no-contagiar-coronavirus.html

[24] Vds., in dettaglio, http://decs.pjud.cl/corte-suprema-dicta-texto-refundido-sobre-funcionamiento-del-poder-judicial-durante-la-emergencia-sanitaria-nacional-provocada-por-el-brote-del-nuevo-coronavirus/.

[25]13 aprile 2020 – https://radio.uchile.cl/2020/04/13/hacinados-o-no-la-discusion-por-violadores-de-dd-hh-que-puede-retrasar-los-indultos-conmutativos/.

[26] www.eldesconcierto.cl/2020/03/26/el-polemico-dictamen-de-la-direccion-del-trabajo-que-deja-a-los-trabajadores-desprotegidos-en-medio-de-la-pandemia/.

[27] www.chileatiende.gob.cl/fichas/77255-bono-de-emergencia-covid-19.

[28] Vds. www.indh.cl/indh-entrega-nuevo-reporte-de-cifras-a-cuatro-meses-de-iniciada-la-crisis-social/.

[*] Un ringraziamento a Emilio Sirianni che ha curato il contatto con il collega cileno e a Mosé Carrara Sutour che ha tradotto il testo dallo spagnolo.

18 aprile 2020
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