home search menu
Il giudice di fronte allo straniero
di Luigi Zoja
psicologo
Pubblichiamo la relazione tenuta dall'autore all'interno del corso Lo straniero davanti al giudice (Scuola superiore della magistratura - Firenze, 8 luglio 2015)

Perché questa rubrica

La Rubrica “Diritti senza confini” nasce dalla collaborazione fra le Riviste Questione Giustizia e Diritto, Immigrazione e Cittadinanza per rispondere all’esigenza di promuovere, con tempestività e in modo incisivo, il dibattito giuridico sulle principali questioni inerenti al diritto degli stranieri.

continua

Introduzione

La percezione della diversità dello straniero è sentita nella forma più estrema dinnanzi al migrante e al nomade.

Il migrante di oggi infatti, non rappresenta solo uno straniero in cerca di una vita migliore, previsto e controllato dalle autorità: è, al contrario, una totale alterità. Un viaggiatore radicale: che sa da dove è partito, ma non dove arriverà. A differenza dei nostri connazionali che nei secoli scorsi traversavano l’oceano in cerca di una nuova vita, o dell’Ulisse di Omero, non ha una meta. Sa solo dove non vuole o non può più abitare: non c’è un “dove” positivo, solo un dove negativo.

Ma se esiste, come crediamo, un inconscio collettivo, esso è abitato da impulsi molto antichi, che non sono stati eliminati dalla selezione naturale, ma solo parzialmente repressi da quella culturale. Come sappiamo, il nostro corpo non è sostanzialmente variato negli ultimi 30.000-20.000 anni. È rimasto, ci dice la paleoantropologia, quello dell’uomo di Cro-Magnon. E così i suoi istinti. È facile riflettere su questo, ed è persino facile fare dell’ironia. Ai tempi del Cro-Magnon non era ancora stata codificata la monogamia, e tantomeno la famiglia nucleare. Oggi la quasi totalità delle società è monogama: il fatto che gli istinti non abbiano subito un processo corrispondente di selezione e di adattamento è ben noto ai magistrati della famiglia e visibile nel numero dei divorzi.

Il buon magistrato della famiglia, si troverà spesso a intervenire presso coppie che si sfasciano per un “ritorno del represso”, cioè della poligamia. Immagino che per valutare equilibratamente non interrogherà solo le norme ma anche se stesso: come mi sarei comportato io? È giusto il disprezzo che provo per il trasgressore, quando avrei potuto trasgredire io stesso? Il dilemma non ha atteso la psicanalisi e le teorie sulla repressione per manifestarsi: è così ovvio da esser stato affrontato già da Gesù di Nazareth, il quale suggerisce che la punizione venga eseguita da chi è senza peccato. Il trasgressore ci fronteggia come un diverso. Eppure, se sono dotato di capacità autocritica, mi accorgo che avrei potuto trasgredire anch’io.

L’identificazione con il nomade e il profugo/migrante è invece molto meno scontata. Anche se teoricamente sarebbe possibile, in pratica nessun magistrato italiano viene da famiglie rom o da etnie o nazionalità perseguitate. Eppure sarebbe fondamentale che, giudicando nomadi o migranti, almeno in astratto il giudice da un lato possa capire chi sono veramente, dall’altro capisca anche i motivi per cui l’italiano medio li ritiene non integrabili. Mentre realizzare la prima esigenza è poco realistico, andare incontro alla seconda è più facile. Certamente esistono motivi oggettivi per cui il cittadino comune diffida dei migranti, ma ce ne sono anche di soggettivi, cioè psicologici. Un fondamentale motivo per cui ne prova paura, sopravvaluta la loro presenza numerica e il loro tasso di criminalità, sta nel fatto che un migrante abita ancora dentro ognuno di noi. Avere un corpo e degli istinti che non conosciamo più fa inevitabilmente paura: è per esempio dimostrabile il fatto che, proprio chi più istericamente condanna la sessualità, è più spesso tormentato da sogni erotici.

Riflettiamo. L’agricoltura è molto più recente del Cro-Magnon che ancora fisicamente siamo. Come specie animale, come corpo, dunque come istinti, noi siamo potenzialmente ancora dei nomadi, quindi dei migranti. Pertanto possediamo un profondo impulso a viaggiare: la maggior parte delle persone lo sente, anche se non è stato loro insegnato.

Il sedentario moderno è dunque lacerato da conflitti antichissimi anche quando non ne ha coscienza. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui il cittadino medio di oggi si sente minacciato dai nomadi e diffida dei migranti [1]: rappresentano spinte che abitano in lui a sua insaputa. Lo rassicura avere, anzi possedere una casa, ma contemporaneamente vuole viaggiare: cioè incontrare posti nuovi pur senza avere un reale interesse o una reale possibilità di conoscerli. Cerca di riposarsi facendo viaggi-vacanza che lo stancheranno, e di spostarsi velocissimo per tornare quasi subito velocemente indietro.

Gli esseri bipedi − uomini o ominidi − hanno meno arti per il movimento di altri animali, ma maggiore curiosità, maggior impulso a viaggiare e conoscere: è la richiesta implicita della evoluzione, che non li ha forniti solo di gambe buone, ma anche di mani libere e di un cervello sproporzionatamente grande. Insomma, gli animali si spostano, ma tendono a scegliere un territorio. L’umano, grazie a curiosità e adattabilità, ha invece popolato, poi addirittura infestato la Terra (Dio, nella Genesi, aveva ordinato solo di popolarla).

Per milioni di anni questo bipede è stato nomade, viaggiatore, migratore. Solo di recente, per poche migliaia di anni, ha praticato l’agricoltura ed è divenuto sedentario. È naturale, quindi, che nei suoi istinti risieda ancora un impulso a muoversi: deve fare uno sforzo per rimanere nello stesso posto, soprattutto se è delimitato da palizzate o mura. Certe persone particolarmente sensibili soffrono di questo in modo più evidente: la loro sindrome si chiama “claustrofobia”.

Riflessione

Il mito ha espresso per simboli la opposizione tra il bisogno di viaggio − che soddisfa la curiosità, il piacere di esplorare la natura − e quello di rimanere nello stesso luogo − che dà la sicurezza delle cose note. Così nacque il racconto di Caino e Abele (Genesi, 4, 1-15). Una narrazione profetica. Nel mito, infatti, l’agricoltore uccide il pastore: cioè, il sedentario elimina il nomade, proprio come è avvenuto lungo la storia, prima lentamente, poi sempre più rapidamente. L’inconscio collettivo archivia nei miti le tracce di simili immensi eventi, perché corrispondono a pulsioni che ci appartengono dalla esistenza dell’uomo, anche se la memoria personale non ne ha coscienza. Per questo motivo ho chiamato una simile lacerazione “il rimorso di Caino”.

Di sfuggita vale la pena indicare che in tale immensa bipartizione tra due impulsi ugualmente essenziali − il viaggiare che procura scoperte e la sedentarietà che fornisce sicurezza − racchiudono l’intero arco della esperienza umana. Avvicinandosi a noi essa assume forme estreme: da una parte gli hippies del secolo scorso, che andavano in India dotati solo di zaino e di marijuana o i miliardari americani che versano centinaia di migliaia di dollari prenotandosi per un turismo interplanetario che ancora non esiste; all’altro estremo i “moderni accidiosi”, cioè le giovani generazioni che cadono nella “sindrome di ritiro” [2]. Queste manifestazioni confermano che la vittoria storica del sedentario sul nomade non solo non è reversibile, ma assume forme estreme.

Nel nostro Occidente, il viaggiatore estremo è una curiosità di cui si chiacchiera; il migrante e il nomade sono invece il problema. Anche quando la nostra mente personale e il nostro atteggiamento professionale (come immagino quello del magistrato) sono aperti e illuminati, migranti e nomadi rimangono nel profondo un crescente problema e in quanto tali fanno paura. Si tratta di un fenomeno in aumento e comune a tutti i Paesi sviluppati. Non si vede un orizzonte in cui possa realisticamente attenuarsi.

Il nostro è un mondo contro-ospitale.

Dovendo giudicare uno straniero e diverso, un ospite che viene accolto − ormai è scontato − in modo opposto a quello di Ulisse che giunge naufrago fra i Feaci, anche il magistrato sarà influenzato dal fatto che la ripulsa del cittadino medio, accettata da strati sempre più vasti della popolazione, è dovuta in buona parte a elementi atavici e inconsci. Colmare queste diversità è un compito quasi sovrumano. Basti pensare come − appena un paio di generazioni fa − sia stato facile creare pregiudizi, poi leggi escludenti e potenzialmente assassine, sulla base di diversità minime, come quelle tra ariani ed ebrei: una minoranza assimilata e integrata come forse mai nessuna lo fu nella Storia.

Il tentativo personale che il giudice può compiere per divenire cosciente del pregiudizio generale sarebbe una necessità propedeutica al giudicare (o comunque all’indagare, nel caso del pubblico ministero). Ma l’identificarsi in questo straniero, l’immaginarsi di essere lui, è uno “sforzo psichico” sovrumano, quasi impossibile: è più facile per un uomo immaginarsi di essere donna o per un ventenne immaginarsi di essere ottantenne.

In conclusione, ben più che in altre situazioni, davanti al migrante il giudice sarà lacerato fra due poli opposti: il “Chi sono io per giudicare?” reso famoso da papa Bergoglio (e prima di lui da Gesù di Nazareth), e il compito di farlo che la professione gli impone.

Più che in altre situazioni patirà quindi di ambivalenza.

Come tenere conto della radicale diversità, quando base della legge è la sua radicale uguaglianza per tutti?

Due osservazioni personali:

1) davanti alla scritta «La legge è uguale per tutti» avverto a volte un senso di assurdità, di profanazione, quasi di falsificazione. Nel Congresso convocato dagli Alleati a San Francisco nel 1945, al termine della Seconda guerra mondiale, per la prima volta fu definito e sanzionato internazionalmente il crimine di genocidio. Come conseguenza, anche per la più grave delle infrazioni alla legge − l’omicidio − le cose sono cambiate. L’omicidio individuale si prescrive e a volte si redime. Quello collettivo e politico può invece rientrare nella categoria dei genocidi: che non è solo quantitativamente diversa, non è una semplice somma di atti assassini, ma possiede una qualità tutta sua. In molti Paesi questa diversità di trattamento si riproduce anche nelle piccole offese non sanguinose: una espressione di odio personale non è punibile, ma lo è quella che, vincolata a categorie etniche, razziali, religiose o politiche, rientra nel quadro di hate speech.

Paradossalmente, la legge che tenta di includere maggiori e nuove prospettive di giustizia, non è più uguale per tutti. Una volta infranta, quella uguaglianza assoluta mi sembra dovrebbe sopravvivere nell’animo del magistrato come principio pragmatico, non più come dogma.

2) Il giudice deve, appunto, giudicare. Di fronte ad ogni nuovo caso, la sua mente dovrebbe essere sgombra, non già abitata da valutazioni che si riassumono in bianco e nero. L’ambivalenza − che purtroppo certi trattati di psichiatria descrivono come “disturbo” − dovrebbe quindi essere un’abitante stabile della sua psiche, non un momento di squilibrio da sfuggire. Proprio come l’etica, da cui la legge trae radice, la condizione di dubbio è ben condensata in un concetto del più morale fra i nostri scrittori: Primo Levi, il quale, descrivendo Auschwitz ha creato la categoria di “zona grigia” [3]. Essa non proviene da stati patologici: al contrario, è espressione della complessità con cui una professione complessa come quella del giudice quotidianamente si confronta.

Le polarità esistono per essere confrontate, non divise. Gran parte dell’opera psicologica di Carl Gustav Jung è rivolta proprio a dimostrare come la psiche ha bisogno di completezza e, inevitabilmente, di complessità. Solo l’Occidente, col graduale prevalere della razionalità e della logica, ha spezzato la tendenza al coesistere dei poli che caratterizza altre culture (per esempio, nella unione di Yin e Yang del pensiero orientale). Per questo certi trattati di psichiatria includono l’ambivalenza fra le patologie: mentre molto spesso è una inconscia ricerca di completezza che non si accontenta di semplificazioni.

Chiudiamo con un esempio tratto da Isaiah Berlin [4]. Il mondo − ha detto questo grande filosofo della politica ebreo-lituano naturalizzato inglese − ha fame sia di libertà che di uguaglianza. Nel secolo scorso, milioni di giovani erano pronti a diventare eroi che offrivano la vita per la conquista dell’una o dell’altra. Ma questa grande disponibilità al sacrificio non è sufficiente: è necessaria una capacità di valutare caso per caso, trovando un equilibrio fra gli ideali diversi. L’esigenza di uguaglianza assoluta porta verso Stalin, quella di libertà assoluta verso la dittatura del mercato. L’unica possibilità praticabile è un compromesso tra le due istanze: purtroppo, i giovani in cerca di eroismo sono pronti a farsi uccidere per un assoluto, non per un compromesso.

In modo simile, il giudice non deve essere un eroe ma un giudice. Non un santo ma un giusto.



[1] H. M. Enzensberger, La grande migrazione, Einaudi, Torino, 1993.

[2] L. Zoja, Neet: acronimo inglese e tragedia italiana?, in Minorigiustizia, numero 4, Francoangeli, Milano 2011; Id., Psiche, Bollati Boringhieri, Torino 2015.

[3] P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1991.

[4] Isaiah Berlin, A message to the 21st Century, in The New York Review of Books, 23 ottobre 2014.

3 gennaio 2019
Quando il diritto è vita. Note a margine dell’ordinanza del Tribunale di Roma del 21 febbraio 2019
Quando il diritto è vita. Note a margine dell’ordinanza del Tribunale di Roma del 21 febbraio 2019
di Carla Lucia Landri* e Claudia Pretto**
L’art. 25 del Codice visti dell’Unione europea può in taluni casi essere applicato direttamente ed invocato di fronte al giudice nazionale, in mancanza di rilascio di visto da parte della Rappresentanza diplomatica competente
8 luglio 2019
La protezione complementare dopo il dl 113/2018: inquadramento sistematico, questioni di legittimità costituzionale *
di Fabrizio Gallo
Un tema difficile, uno sguardo diverso. L'analisi della riforma dall'angolo visuale della Pubblica amministrazione
5 luglio 2019
Caso Sea Watch 3, la “scandalosa” ordinanza di rigetto del gip di Agrigento
Caso Sea Watch 3, la “scandalosa” ordinanza di rigetto del gip di Agrigento
di Andrea Natale
La richiesta di convalida dell'arresto di Carola Rackete è stata respinta. Una decisione che ricorda l'esistenza di una gerarchia di documenti normativi che antepone la Costituzione e le convenzioni internazionali ai provvedimenti amministrativi di un Ministro
3 luglio 2019
La replica del Tribunale di Firenze alle ordinanze Cass. nn. 1750 e 1751 del 2019 in vista della pronuncia delle Sezioni unite
La replica del Tribunale di Firenze alle ordinanze Cass. nn. 1750 e 1751 del 2019 in vista della pronuncia delle Sezioni unite
di Cecilia Pratesi
L’interpretazione degli effetti della successione di leggi nel tempo nell’abrogazione della disciplina della protezione umanitaria implica molteplici profili di ricostruzione sistematica del diritto di asilo, con numerose e complesse conseguenze in diritto. Nota a Tribunale Firenze, 22 maggio 2019
1 luglio 2019
Vietato “girare in asciugamano”: i regolamenti interni degli hotspot tra illegittimità e retoriche discriminanti
Vietato “girare in asciugamano”: i regolamenti interni degli hotspot tra illegittimità e retoriche discriminanti
di Lucia Gennari* e Francesco Ferri**
Le strutture hotspot aperte a partire dal 2015 dal Governo italiano su sollecitazione della Commissione europea, operano in assenza di una legge organica e sono tuttora regolate da atti amministrativi e prassi di polizia
24 giugno 2019
A proposito del decreto sicurezza-bis
A proposito del decreto sicurezza-bis
di Andrea Natale
Il contributo analizza le principali novità introdotte dal cd. decreto sicurezza-bis e riflette su possibili frizioni tra quelle disposizioni e alcune previsioni normative poste a garanzia di diritti fondamentali
20 giugno 2019
«La legge non dispone che per l’avvenire» (art. 11 disp. prel. cc): a proposito del decreto sicurezza
«La legge non dispone che per l’avvenire» (art. 11 disp. prel. cc): a proposito del decreto sicurezza
di Cesare Massimo Bianca
Considerazione critiche sull'ordinanza 11750/2019 della Corte di cassazione in tema di efficacia retroattiva del dl 113/2018
17 giugno 2019
Conseguenze della condanna penale del rifugiato secondo la sentenza della Cgue del 14 maggio 2019
Conseguenze della condanna penale del rifugiato secondo la sentenza della Cgue del 14 maggio 2019
di Francesco Buffa* e Salvatore Centonze**
La commissione di reati gravi sul territorio nazionale non fa dell’immigrato un soggetto privo del tutto di protezione e di diritti, spettandogli comunque i diritti salvaguardati per tali ipotesi dalla Convenzione di Ginevra e tutti i diritti spettanti allo straniero e non presupponenti una sua residenza regolare
14 giugno 2019
L’attualità del caso Khlaifia. Gli hotspot alla luce della legge 132/2018: la politica della detenzione extralegale continua
L’attualità del caso Khlaifia. Gli hotspot alla luce della legge 132/2018: la politica della detenzione extralegale continua
di Adelaide Massimi* e Francesco Ferri**
I centri di prima identificazione italiani continuano ad essere caratterizzati da prassi detentive non disciplinate dalla normativa vigente. Il processo di supervisione dell'attuazione della sentenza Khlaifia può essere un'occasione per interrogarsi sull'attuale funzionamento degli hotspot e sull'illegittimità dei trattenimenti finalizzati all'identificazione
12 giugno 2019
Le ordinanze prefettizie limitative della libertà di movimento nelle “zone rosse” *
di Giacomo Cresci
È stata di recente inaugurata a Firenze e Bologna una nuova frontiera nell’esercizio dei poteri di polizia con riflessi sui principi cardine di un ordinamento democratico: ma l’ordinanza prefettizia del Prefetto di Firenze, limitativa della libertà di movimento a seguito di mera denuncia, è stata annullata dal Tar Toscana con la decisione che si commenta
10 giugno 2019

La Rubrica “Diritti senza confini” nasce dalla collaborazione fra le Riviste Questione Giustizia e Diritto, Immigrazione e Cittadinanza per rispondere all’esigenza di promuovere, con tempestività e in modo incisivo, il dibattito giuridico sulle principali questioni inerenti al diritto degli stranieri. Attraverso questa nuova Rubrica si intende contribuire a soddisfare il diffuso desiderio di informazione, di confronto e di documentazione scientifica sui temi del diritto dell’immigrazione e dell’asilo.

Un respiro multidisciplinare e sempre attento al concreto dipanarsi dei fenomeni sociali e politici vuole caratterizzare la Rubrica, che si offre di ospitare interventi anche di taglio non strettamente giuridico, nella consapevolezza che un’attenta riflessione sul diritto degli stranieri esige anche il contributo di saperi diversi. Ovviamente centrale resta l’approfondimento giuridico, che già di per sé richiede, per questi temi, una buona sinergia tra molteplici ambiti disciplinari.

 

Quando il diritto è vita. Note a margine dell’ordinanza del Tribunale di Roma del 21 febbraio 2019
Quando il diritto è vita. Note a margine dell’ordinanza del Tribunale di Roma del 21 febbraio 2019
di Carla Lucia Landri* e Claudia Pretto**
L’art. 25 del Codice visti dell’Unione europea può in taluni casi essere applicato direttamente ed invocato di fronte al giudice nazionale, in mancanza di rilascio di visto da parte della Rappresentanza diplomatica competente
8 luglio 2019
La replica del Tribunale di Firenze alle ordinanze Cass. nn. 1750 e 1751 del 2019 in vista della pronuncia delle Sezioni unite
La replica del Tribunale di Firenze alle ordinanze Cass. nn. 1750 e 1751 del 2019 in vista della pronuncia delle Sezioni unite
di Cecilia Pratesi
L’interpretazione degli effetti della successione di leggi nel tempo nell’abrogazione della disciplina della protezione umanitaria implica molteplici profili di ricostruzione sistematica del diritto di asilo, con numerose e complesse conseguenze in diritto. Nota a Tribunale Firenze, 22 maggio 2019
1 luglio 2019
Vietato “girare in asciugamano”: i regolamenti interni degli hotspot tra illegittimità e retoriche discriminanti
Vietato “girare in asciugamano”: i regolamenti interni degli hotspot tra illegittimità e retoriche discriminanti
di Lucia Gennari* e Francesco Ferri**
Le strutture hotspot aperte a partire dal 2015 dal Governo italiano su sollecitazione della Commissione europea, operano in assenza di una legge organica e sono tuttora regolate da atti amministrativi e prassi di polizia
24 giugno 2019
«La legge non dispone che per l’avvenire» (art. 11 disp. prel. cc): a proposito del decreto sicurezza
«La legge non dispone che per l’avvenire» (art. 11 disp. prel. cc): a proposito del decreto sicurezza
di Cesare Massimo Bianca
Considerazione critiche sull'ordinanza 11750/2019 della Corte di cassazione in tema di efficacia retroattiva del dl 113/2018
17 giugno 2019
L’attualità del caso Khlaifia. Gli hotspot alla luce della legge 132/2018: la politica della detenzione extralegale continua
L’attualità del caso Khlaifia. Gli hotspot alla luce della legge 132/2018: la politica della detenzione extralegale continua
di Adelaide Massimi* e Francesco Ferri**
I centri di prima identificazione italiani continuano ad essere caratterizzati da prassi detentive non disciplinate dalla normativa vigente. Il processo di supervisione dell'attuazione della sentenza Khlaifia può essere un'occasione per interrogarsi sull'attuale funzionamento degli hotspot e sull'illegittimità dei trattenimenti finalizzati all'identificazione
12 giugno 2019
Storie vere. L’inevitabile ambiguità all’esame del giudice dell’asilo
Storie vere. L’inevitabile ambiguità all’esame del giudice dell’asilo
di Barbara Sorgoni
La necessità di dotarsi di strumenti per comprendere a fondo le storie di altri mondi richiede un nuovo impegno formativo multidisciplinare
3 giugno 2019