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Cronaca di una vergogna annunciata
Magistratura e società
Cronaca di una vergogna annunciata
di Elisabetta Grande
Ordinario di diritto comparato, Università del Piemonte Orientale, Amedeo Avogadro, Alessandria
Povertà e diritti negati: da Gainesville (Florida) a Padova (Italia)

1. Introduzione

La povertà estrema, quella visibile, personificata dai senzatetto, che nelle gelide notti invernali dormono sul marciapiede sotto casa o nel pieno centro della città di fronte a una vetrina illuminata per Natale, con una coperta addosso e le scarpe al fianco, e che a volte muoiono per il freddo, è una realtà con cui da qualche tempo a questa parte anche noi Italiani (ed Europei più in generale) cominciamo a fare i conti. E’ una realtà a cui non siamo ancora abituati, che vogliamo pensare transitoria, figlia di una crisi passeggera, di un momento difficile, e che immaginiamo sia possibile affrontare e risolvere con l’offerta di posti letto in dormitori pubblici e con l’aiuto di volontari che, interpretando il senso di compassione collettiva, vanno alla ricerca di chi dorme per strada e lo accompagnano in un luogo caldo.

Uno sguardo alla società statunitense, che da tempo anticipa i nostri modi di pensare, di vivere, di organizzarci, che da decenni cioè rappresenta la stella polare del nostro cammino sociale, ed in cui, come già osservava Cesare Pavese, accade in grande ciò che da noi si ripete in piccolo, offre però una diversa chiave di lettura del fenomeno nostrano della povertà di strada. Si tratta di uno sguardo che ci conduce direttamente a Padova e al suo recente regolamento di polizia urbana, che così tanto assomiglia alle odierne ordinanze comunali di una qualunque città a stelle e strisce.

Trent’anni fa, all’inizio degli anni ’80, in concomitanza con una fase di depressione economica, negli Stati Uniti d’America un numero crescente di persone cominciò a dormire per le strade, nei parchi e negli androni delle case. Sempre più esseri umani presero a vagabondare per le città con le loro misere cose al seguito, in un carrello della spesa o in tanti sacchetti di plastica. In tanti rovistavano nei bidoni dell’immondizia alla ricerca di qualcosa da mangiare o da bere.

Nel 1981, un gruppo di attivisti dette loro il nome di “homeless”. Il termine non era nuovo, ma per la prima volta veniva usato per indicare un problema sociale. Si trattava -e fu questa la vera novità rispetto ad ogni episodio di povertà estrema del passato- di un problema sociale destinato a espandersi e a non abbandonare più gli americani. Esplosa in un momento di crisi, infatti, per la prima volta la nuova povertà di strada americana non scomparve quando l’economia americana si riprese. Anzi, in piena fase di crescita economica, dal 1984 al 1989, il problema degli homeless divenne addirittura più acuto e da allora in poi, indipendentemente dalla fase economica attraversata (anche se con ovvi peggioramenti in periodi di recessione), esso caratterizzò stabilmente lo sviluppo dell’economia americana.

I senzatetto, di cui la gran parte è rappresentata da donne con figli piccoli, giovani, persone con un elevato grado di istruzione e individui che lavorano o che lavoravano fino al minuto prima di finire per strada, sono oggi negli Stati Uniti talmente parte della fisionomia della società, talmente “normalizzati” nella percezione collettiva, che qualche anno fa, nel vedere in Italia una povertà di strada ancora agli esordi, una giovane ragazza americana mia ospite mi domandava con stupore: “Ma dove sono qui gli homeless”?

Non è questa la sede per indagare le cause della povertà di strada negli Stati Uniti, le cui radici sono tuttavia così incipienti oggi in Italia, da disilluderci subito circa ogni transitorietà del suo carattere. Basti dire che oltreoceano il povero e il poverissimo appaiono il frutto di un assetto economico fortemente sostenuto dal sistema giuridico che, attraverso le sue politiche fiscali, di welfare e di appoggio incondizionato al capitale contro la forza lavoro, proprio a partire dagli anni ’80 si è posto con convinzione al servizio del più forte contro il più debole.

Si tratta di politiche del diritto molto simili a quelle che, con il Jobs Act (e i nuovi assetti di potere fra capitale e lavoro che ne deriveranno), le forti privatizzazioni già realizzate o incombenti, la pesante riduzione dello stato sociale determinata dall’austerity, la più intensa globalizzazione in agguato con i trattati internazionali come il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), o il TiSA (Trade in Services Agreement), destinati a fare strame di ogni diritto sociale, stiamo oggi con convinzione mettendo in atto anche in Italia. Per questo motivo è facile immaginare un futuro di permanenza e crescita della povertà estrema anche in Italia. Il diritto non si accontenta però di contribuire alla creazione del povero: negli Stati Uniti, dopo aver posto le premesse della sua ragion d’essere, gli si accanisce contro e lo colpisce attraverso il mezzo più aggressivo di cui dispone, ossia lo strumento penale. Sono le tappe di questa costruzione giuridica del poverissimo come nemico da sconfiggere, su cui si vuole in questa sede brevemente riflettere, nella consapevolezza che tracciare un rapido quadro dell’atteggiamento tenuto nel tempo dal sistema giuridico statunitense nei confronti della questione della povertà estrema, significa parlare di noi stessi e del nostro sistema.

L’impressione è, infatti, che la compressione degli stadi evolutivi, dovuta all’accelerazione che caratterizza i tempi attuali, possa portare i poveri delle nostre strade a crescere più rapidamente che negli Stati Uniti e ad anticipare le tappe di una reazione di intolleranza nei confronti degli homeless, che lì invece ha fatto seguito a un buon decennio di compassione collettiva e di protezione dei diritti positivi dei senzatetto. Il recente regolamento di polizia urbana di Padova sta lì a provare la fondatezza di quel timore.

 

2. Il povero di strada e la sua costruzione come nemico negli Stati Uniti d’America

 

2.1.Dalla tutela dei diritti positivi….. 

A partire dal 1980, da quando cioè è diventato visibile, il popolo dei senzatetto ha cominciato a invadere le grandi e le piccole città americane, dormendo nei parchi o negli androni delle case, bivaccando sui marciapiedi delle strade, chiedendo soldi fuori o dentro i grandi centri commerciali, alle fermate degli autobus, davanti ai ristoranti o nelle metropolitane, lavandosi nei parchi pubblici o nei bagni delle biblioteche civiche, espletando i propri bisogni fisiologici in pubblico (data la carenza strutturale di vespasiani o bagni pubblici di cui possano fruire), bevendo e mangiando negli spazi di tutti, accatastando le proprie povere cose in carrelli della spesa o avvolgendole in grandi coperte ai lati delle strade o nei parchi, dando a volte inquietanti segni di forte squilibrio mentale.

Col tempo esso è diventato un popolo nel popolo, una umanità “diversa” nel mondo dei normali, una popolazione permanente di rifiuti umani nell’opulenza di una società di consumi. Ed è stata forse proprio la presa d’atto collettiva della dimensione non transitoria del fenomeno dei senza casa che ha prodotto il radicale mutamento di atteggiamento del sistema giuridico nei loro confronti, trasformando l’iniziale tentativo di offrire una tutela, sia pur minima, ai nuovi poveri di strada in una feroce ostilità volta, attraverso il disconoscimento della loro umanità, alla loro eliminazione sociale (se non addirittura fisica) mediante il diritto.

All’alba dell’apparizione per le strade americane dei visible poors le corti di giustizia sembrarono pronte ad assumere il ruolo di tutrici di un ordine giuridico che esprimesse solidarietà e compassione verso quei consociati più sfortunati che, avendo perso tutto, chiedevano protezione al sistema.

Fino alla fine degli anni ’80, infatti, avvocati socialmente impegnati avevano lottato con successo per il riconoscimento di un certo numero di diritti positivi in capo ai senzatetto: diritto a un luogo dove dormire, diritto a standard di decenza minimi nei dormitori pubblici, diritto a dormire insieme ai propri bambini a spese dello stato, diritto al voto o a ricevere i sussidi pubblici anche quando si è senza fissa dimora.

Lo stato di New York, e in particolare New York City, avevano rappresentato le forze trainanti nell’ondata di sostegno “pro-active” a favore dei nuovi poveri di strada. Nel 1978 un giovane avvocato di nome Robert Hayes, assunto presso il noto studio legale associato Sullivan & Cromwell, incuriosito dalla recente presenza di tanti homeless per le strade, aveva domandato loro per quale ragione fossero lì. Alla risposta che i pochi ripari pubblici erano in condizioni troppo deplorevoli per poter essere presi in considerazione, aveva deciso di andare a trovare personalmente il direttore del centro che distribuiva i voucher che davano accesso alle stamberghe convenzionate con il comune.

L’affermazione del direttore che i dormitori erano appositamente tenuti in condizioni di degrado al fine di “incoraggiare quella gente ad organizzarsi diversamente”, lo spinse a intentare una class action contro il comune di New York per far valere il diritto dei senzatetto ad avere un riparo. Il caso che ne seguì, Callahan v. Carey (1979), costituì una pietra miliare e un punto di riferimento per tutte le successive battaglie legali a favore degli homeless. La vittoria contro la city fu schiacciante, giacché la Supreme Court of the State of New York (che nonostante il nome è corte di primo grado) riconobbe l’esistenza di un diritto costituzionalmente garantito al riparo notturno a spese pubbliche, in base ad una norma della Costituzione dello Stato di New York.

Era la prima volta che negli Stati Uniti veniva riconosciuto giudizialmente un diritto ad avere un luogo in cui dormire e ciò generò una pletora di cause in tutta America intentate da poveri che speravano in risultati simili.

Le Corti dello Stato di New York andarono oltre nella tutela dei senzatetto, rimanendo insuperate nel loro tentativo di fornire protezione a quella classe di socialmente deboli. Nell’autunno del 1984, la città di N.Y. aveva esaurito tutti i posti letto per famiglie senza casa, cosicché molte madri con figli piccoli erano state costrette ad andare a dormire negli uffici del centro assistenziale. Altre famiglie vivevano in locande poco attrezzate, al punto che i bimbi dormivano nei cassetti delle scrivanie in stanze che erano poco più grandi di un loculo, con fili elettrici volanti, servizi igienici non funzionanti e intonaco cadente. Con il caso McCain v. Koch (1986) gli avvocati degli homeless, dopo aver conquistato per i loro assistiti il diritto ad avere un riparo, ottennero dalle corti di giustizia l’affermazione del diritto ad avere un luogo dignitoso dove dormire.

La città doveva cioè garantire a coloro che ospitava in strutture di emergenza degli standard minimi di decenza. Nel caso Jiggetts v. Grinker (1990), inoltre, la Corte d’Appello dello Stato di New York si spinse fino ad attribuirsi il compito di controllare che il sussidio pubblico per le madri povere con figli piccoli a carico fosse sufficiente a garantire la reale possibilità di affittare una casa a New York, per modo da assicurare alle mamme indigenti il diritto di crescere i propri bimbi sotto un tetto comune.

Sulla scia delle decisioni delle corti newyorchesi, i giudici di altri Stati americani emisero pronunce volte a garantire diritti positivi ai senzatetto. Così molte corti assicurarono il diritto di votare ai senza fissa dimora contro norme che richiedevano all’uopo un indirizzo stabile o imposero la devoluzione dei sussidi di povertà anche allorquando il povero non potesse provare di avere una dimora fissa. Oppure, come a Los Angeles, permisero agli homeless di accedere ai servizi di riparo notturno (pur senza garantire loro il relativo diritto) nonostante non possedessero certificati identificativi, ciò che comportò l’immediato sovraffollamento di tutti i letti di emergenza disponibili e il conseguente nuovo obbligo giudizialmente imposto alla città di concedere voucher per alberghi più cari.

Una successiva causa contro la città terminò con un ordine da parte del giudice volto a proibire il rilascio di voucher per l’accesso ad alberghi che non rispettassero livelli minimi di igiene. Ancora, in California, Delaware, Illinois, Pennsylvania, e nel Distretto della Columbia, oltre che nello stato di N.Y., le corti impedirono che i bimbi degli homeless potessero essere separati dai loro genitori, come era viceversa previsto dai protocolli amministrativi locali, e imposero una sistemazione di emergenza per tutta la famiglia, non soltanto per i minori.

I successi degli avvocati degli homeless ebbero tuttavia vita breve e ben presto l’orientamento giurisprudenziale virò, guidato forse da quel sentimento collettivo che secondo Robert Ellickson aveva ormai colpito la nazione americana: la “compassion fatigue”, ovvero una “stanchezza di provar compassione”. Negli anni ’90, infatti, le corti smisero di accordare tutela alle rivendicazioni di protezione e aiuto da parte dei più deboli fra i deboli e di fronte alle nuove normative statali e locali, che al contrario adesso criminalizzavano gli homeless soltanto perché autori di condotte di mera sopravvivenza, piegarono i principi giuridici fino a renderli compatibili con norme brutali e dettero fiato a un nuovo diritto penale: quello della pura inferiorità sociale.

 

2.2. ….alla negazione dei diritti negativi

L’inversione di tendenza che a partire dai primi anni ’90 si registra a New York city costituisce ancora una volta la spia del cambiamento a livello nazionale. Nel 1993 Rudolph Giuliani viene eletto sindaco della città di N.Y. e con lui ha inizio una nuova politica criminal-amministrativa che, basandosi sulla teoria della “finestra rotta” (cioè sull’idea che per prevenire la macro-criminalità occorre colpire la micro-criminalità e i comportamenti espressione di disordine sociale), apre le porte della prigione a tutti coloro che commettono i cosiddetti “reati contro la qualità della vita”.

La nuova politica di “tolleranza-zero” ha come esplicito bersaglio soprattutto i poveri e fra questi in particolare i senzatetto della città. Lo stesso Rudolph Giuliani ammette senza pudore che “sarebbe una buona cosa se i poveri abbandonassero la città” e che l’espulsione dei poveri e dei poverissimi “è parte integrante della nostra strategia”. Nel nuovo clima di pesante ostilità nei confronti dei più deboli e mentre tutti i dormitori pubblici di New York sono pieni fino a scoppiare e lasciano all’addiaccio un altissimo numero di persone, il giudiziario dello Stato di New York fa marcia indietro sul diritto dei senzatetto ad avere un luogo dignitoso dove dormire.

La decisione McCain v. Giuliani del 1998 sovverte, infatti, tanto McCain v. Koch quanto, nella sostanza, Callahan v. Carey, abolendo in pratica ogni dovere di assistenza ai bisognosi da parte della pubblica autorità. Da quel momento in poi i diritti positivi vengono dimenticati, quando non addirittura legislativamente eliminati, mentre gli avvocati dei senzatetto si trovano a dover reagire contro le ingerenze dello Stato nelle libertà negative degli homeless e a lottare, per lo più senza successo, contro le sempre più numerose norme che trasformano i poveri in criminali.

Già nel 1990 la Corte Federale d’Appello di secondo circuito, in Young v. New York City Transit Authority, aveva ritenuto costituzionalmente valido un regolamento dell’Autorità dei trasporti di New York che proibiva, sanzionandola anche con il carcere, la richiesta di elemosina all’interno della metropolitana. Due homeless, in rappresentanza dell’intera classe dei senzatetto che chiedevano l’elemosina nella metropolitana, avevano fatto presente che la norma ledeva la loro libertà di espressione, giacché impediva loro di rappresentare ai terzi la situazione di indigenza in cui si trovavano. La Corte aveva ritenuto però che “chiedere l’elemosina è molto più una condotta che una espressione del pensiero” e non ricadeva perciò nella protezione del primo emendamento (che, come noto, tutela il free speech).

Di più, mentre l’autorità pubblica nel proibire la richiesta di elemosina perseguiva un interesse legittimo, giacché mirava a proteggere la sicurezza dei passeggeri dai pericoli derivanti dalla presenza dei mendicanti, l’atto di chiedere l’elemosina “non costituisce nient’altro se non una minaccia al bene comune”. Le basi erano così state poste per una costruzione del povero, non come meritevole di solidarietà e carità umana, ma al contrario come nemico da colpire.

Gli anni successivi videro il fiorire di una fervente attività legislativa, tanto a livello statale quanto soprattutto locale, volta a punire condotte essenziali per la sopravvivenza dei poverissimi. Non solo chiedere l’elemosina, ma anche sedersi (magari addirittura su uno sgabello o una sediolina) o sdraiarsi (a maggior ragione se usando una coperta) sui marciapiedi, riposarsi nei parchi pubblici, accamparsi sul suolo pubblico, posarvi cartoni o costruire dei ripari di fortuna, lasciarvi - anche per poco tempo- i propri effetti personali, fare rumore, bere alcolici in pubblico, urinare e defecare all’aperto, gettare rifiuti per terra, e naturalmente esercitare l’attività di lavavetri nel traffico o vendere per la strada senza licenza, diventano, fra le tante altre condotte, “reati contro la qualità della vita”, punibili con un’ammenda (che tuttavia in America può sempre convertirsi in pena detentiva) e spesso con il carcere (jail).

Le leggi statali, ma soprattutto le ordinanze cittadine che, sulla scia della teoria criminologica della “finestra rotta”, puniscono simili attività si moltiplicarono negli anni. Per evitare la scure di una pronuncia di incostituzionalità che sarebbe ricaduta su divieti troppo generici, i legislatori fecero però attenzione a circoscrivere le condotte vietate. Non sanzionarono infatti le richieste generiche di aiuto economico, ma le richieste di elemosina “moleste”, ossia compiute da gruppi composti da due o più mendicanti, o seguendo il destinatario della domanda, toccandolo, bloccandogli il cammino, ripetendo la preghiera dopo un primo rifiuto.

Colpirono anche le domande di danaro effettuate in luoghi precisi: alle fermate degli autobus o dei taxi, di fronte ai ristoranti, ai negozi, ai distributori automatici di soldi, ai bagni e telefoni pubblici, nelle stazioni dei treni, nei parcheggi pubblici, nei centri commerciali, nelle strade del centro, agli incroci stradali; o ancora realizzate in orari specifici: per esempio dalle 9 del mattino alle 7 di sera. In nome della sicurezza pubblica, del decoro, o addirittura degli interessi commerciali, i legislatori statali o locali vietarono così, criminalizzandole, tutte le richieste di elemosina che avrebbero potuto ragionevolmente essere soddisfatte. In quanto tassativamente determinati, però, quei divieti furono giudicati costituzionalmente legittimi. Allo stesso modo le normative che vietarono di sedersi, sdraiarsi, lasciare le proprie cose per strada, dormire nei parchi o sul suolo pubblico, circoscritte in qualche misura, per orario o zona (a Santa Cruz, in California, viene per esempio punito chiunque dorma all’aperto fra le 11 di sera e le 8 del mattino e chi nelle stesse ore si copra con coperte!) furono per la stessa ragione ritenute costituzionalmente legittime, anche se impediscono di fatto ai senzatetto l’espletamento della più necessaria delle funzioni umane: il riposo.

Le cosiddette “anti-camping laws”, ossia le normative che proibiscono di dormire negli spazi pubblici, sono d’altronde state spesso ritenute legittime anche se idonee a impedire quell’attività fisiologica dell’uomo in qualunque luogo della città. In Tobe v. City of Santa Ana (1994) alcuni homeless avevano per esempio fatto valere di fronte alle corti statali della California l’incostituzionalità di una ordinanza municipale che punisce chi “1) fa uso di un armamentario da campeggio: lettini, sacchi a pelo o attrezzatura per cucinare 2) pianta, occupa o usa attrezzature da campeggio incluse tende, capanni o ripari provvisori 3) tiene i propri effetti personali ovunque in città 4) vive temporaneamente in un accampamento o negli spazi esterni della città”.

Di fronte alle asserzioni degli homeless che ritenevano che la nuova ordinanza violasse il loro diritto di libera circolazione, oltre che il diritto a non essere sottoposti a una punizione crudele e inusuale e che fosse inoltre illegittima sotto il profilo della carenza di tassatività, la Corte di secondo grado, a differenza di quella di prima istanza, aveva dato loro ragione. Ritenendo che quelle norme colpissero lo status degli homeless aveva detto: “essere senzatetto, così come essere malati o tossicodipendenti, è uno status, come tale fuori dalla portata del diritto penale; e questo vale anche per le condotte di natura involontaria o a carattere indispensabile come il dormire”.

E ancora “ Come possiamo andare a testa alta e confondere l’attività criminale con il bisogno di aiuto o di lavoro?” La Corte Suprema della California aveva però rovesciato la decisione di secondo grado e dichiarato perfettamente legittima l’ordinanza in quanto, secondo il suo avviso, non solo non colpiva lo status ma alcune specifiche condotte, come tali realizzabili da chiunque (fosse egli o ella homeless o meno), ma costituiva una ragionevole regolamentazione degli spazi pubblici, giacché “ il comune non soltanto ha il potere di mantenere le sue strade e la proprietà pubblica in condizioni tali da poter essere utilizzate per gli scopi cui sono preposte, ma ha il dovere di farlo”. Né aveva ritenuto l’ordinanza censurabile sotto il profilo della determinatezza della condotta vietata.

Così, nella nuova atmosfera giuridica che vede le corti di giustizia americane ritirare il proprio sostegno ai poveri e ai senzatetto, gli avvocati degli homeless perdono tutte, o quasi, le loro battaglie, nonostante esse siano ormai mere lotte di retroguardia, volte cioè, non più a rivendicare solidarietà e aiuto per i più poveri, ma molto più banalmente a ottenere il riconoscimento di un puro diritto ad esistere.

 

2.3. Don’t Feed the Homeless e le campagne di istigazione contro il povero negli Stati Uniti d’America

L’empatia e l’atteggiamento di solidarietà che negli anni ’80 avevano caratterizzato la risposta collettiva al problema rappresentato dalla nuova povertà di strada, di cui le corti di giustizia si erano fatte autorevoli portavoce, si dissolvono dunque con rapidità negli anni ’90. Ad essi si sostituiscono opposti sentimenti di paura, ostilità e addirittura rabbia nei confronti di quel nuovo “altro da sé”, che più si cerca di eliminare dalla vista, più diventa visibile e ingombrante, con quel suo fardello di imbarazzante e costante testimonianza vivente delle profonde disuguaglianze e ingiustizie della società. La “compassion fatigue” nei confronti dei poverissimi, ossia quella stanchezza di provare compassione per il più debole, che ormai pervade la società americana e che le corti statunitensi come si è visto registrano con precisione, nasce però anche da una studiata propaganda volta a distruggere qualunque sentimento di solidarietà verso chi ha bisogno.

Come sempre la città di New York fa da apripista delle nuove tendenze in atto. Quando nel 1989 entrano in vigore i divieti di chiedere l’elemosina nella metropolitana, la Transit Authority di New York lancia un’efficace campagna d’informazione volta a ridurre l’empatia del pubblico nei confronti degli homeless. A questo scopo l’autorità dei trasporti newyorchese distribuisce un milione e mezzo di volantini e affigge 15.000 cartelloni all’interno della metropolitana per descrivere le nuove proibizioni e le relative sanzioni penali.

All’arrivo di Giuliani alla carica di sindaco la campagna diventa più aggressiva e i poster e i volantini vengono modificati per modo da veicolare con chiarezza un messaggio di ostilità nei confronti di chi chiede. Uno dei poster recitava: “Chiedere l’elemosina nella metropolitana è illegale. Indipendentemente da quello che tu pensi. Dai all’associazione di beneficenza che credi, ma non dare nella metropolitana”. Sotto questa scritta compariva una nuvola di pensiero, come nei fumetti, che –immaginandolo apostrofato da un postulante- faceva dire a chi era seduto nel posto sottostante: “Uh, Uh, oddio, non me, non me. Oh, per piacere non starmi di fronte. Stai domandandomi soldi: fantastico! Tutto lo scompartimento ci guarda. Cosa faccio? Cosa faccio? Lo so. Farò finta di leggere un libro. Ecco. Ho un senso di rimorso. Davvero. Ma, ehi! Sono i miei soldi! E che ne so come li spenderai? No, mi spiace, da me non avrai nulla.” Il poster suggeriva che l’offerta fatta direttamente al povero sarebbe stata usata per comprare droga o alcol e che la maggioranza di coloro che mendicano sono in realtà degli imbroglioni che hanno trovato una buon modo per guadagnare con facilità.

Sulla scia di New York, molte città americane lanciarono analoghe campagne contro chi chiede l’elemosina, allo scopo di frenare gli eventuali istinti di generosità o di annullare i possibili sensi di colpa dei consociati più fortunati nei confronti dei più deboli. L’operazione di marketing anti-povero fu realizzata attraverso l’uso di un linguaggio ad effetto, come ad Anchorage in Alaska, in cui uno degli slogan della campagna messa a punto dal comune e dalle associazioni di commercianti, dal persuasivo titolo “Cambiare per migliorare” (“Change for the Better”), fu: “gives change in ways that make change”, ossia -anche se in italiano si perde il gioco di parole- “dai i tuoi spiccioli in modo da cambiare la situazione”. Lo scopo era di scoraggiare, attraverso cartelloni sapientemente affissi nei pullman, nei ristoranti e nei negozi, le donazioni ai mendicanti, per sostituirle (ma si trattava in verità di un obiettivo del tutto secondario) con offerte ad associazioni di beneficenza. Altrove furono predisposti dei contenitori per la raccolta di quei fondi che non vengono elargiti direttamente agli homeless. Ad Athens, in Georgia, per esempio, scritte su speciali parchimetri recitano: “Un’offerta qui vi consentirà di aiutare gli homeless. Per piacere non date soldi a chi chiede l’elemosina.” Le somme raccolte sono devolute all’associazione locale degli homeless, che tuttavia non distribuisce cibo, ma trasporti gratuiti…possibilmente fuori dai confini della città di Athens!

Ai poveri, che sono ubriaconi e tossicodipendenti, dunque, non solo si può non dare, ma si deve non dare: è questo il messaggio che proviene con forza dalle campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e poco importa se i sondaggi dicono che chi chiede l’elemosina usa ciò che riceve soprattutto per mangiare, fare il bucato e acquistare prodotti per l’igiene.

In alcuni casi, poi, gli amministratori locali americani non si sono accontentati di semplici esortazioni rivolte a coloro che vogliono obbedire al precetto di dare ai bisognosi, ma sono andati oltre, giungendo a sanzionare chi fa la carità, come accade ad Anchorage, dove è proibito elargire denaro da un autoveicolo che si trova sulla pubblica via.

Don’t feed the homeless, ossia “non dar da mangiare ai senzatetto”, sembra dunque essere il monito che sintetizza l’atteggiamento della società americana nei confronti dei suoi membri più deboli, ridotti al livello degli animali (non domestici) da capaci propagande mediatiche. E l’ammonimento non è solo metaforico. A Santa Monica, in California, un’ordinanza municipale del 2002 ha ridotto da 26 a 4 i luoghi in cui le organizzazioni autorizzate possono offrire cibo ai poveri e limita, salvo apposita autorizzazione, il numero dei recipienti a 150, sulla base del principio che dare da mangiare agli homeless serve solo a esacerbare il problema dei senza casa. D’altronde nella stessa città un’altra ordinanza vieta di offrire perfino un dolce a “qualunque membro del pubblico” se non si dispone di licenza. Recentemente in Florida, nel parco di Daytona Beach, una coppia che, come ogni mercoledì, offriva il pasto ai poveri del luogo è stata multata per un importo superiore ai 2000 dollari per aver violato l’ordinanza comunale che, al pari di normative analoghe in sempre più numerose città americane, vieta di dar da mangiare ai senzatetto nei luoghi pubblici.

Costruito come un nemico da combattere e non come un prossimo da aiutare, il nuovo poverissimo è oggetto di costante e sempre nuova persecuzione: a Houston, in Texas, tempo fa il consiglio comunale, facendo riferimento all’esigenza di “rispecchiare un cambiamento nella società”, ha per esempio vietato a tutti coloro che hanno un’ “igiene personale indecorosa” di entrare nelle biblioteche pubbliche (da sempre luogo privilegiato di riposo per chi non ha nessun altro posto dove andare). Ha inoltre vietato ai frequentatori delle biblioteche di dormire, mettere la testa, i piedi o le gambe sui tavoli, di usare i bagni per cambiarsi, farsi il bagno o la barba e di portare grandi zaini e coperte all’interno della biblioteca. La città di Houston ha così emulato il McDonald di Kalamazoo, in Michigan, che, avendo stabilito un limite massimo di 30 minuti per la consumazione del pasto, caccia via tutti i poveri e gli homeless che, nelle gelide giornate invernali, sperano di trovarvi riparo per un poco.

Induriti dai messaggi di egoismo sociale, gli americani non provano più compassione per i poveri di strada, che non riconoscono uguali a sé. Il sentimento collettivo è talmente incattivito nei confronti dei senzatetto e la paura del diverso talmente radicata nella gente, che diventa normale -come accade a Gainesville, in Florida- che gli abitanti del quartiere chiamino la polizia affinché arresti un homeless che dorme sotto il porticato del palazzo del Municipio.

Il messaggio di criminalizzazione ed esclusione sociale del povero ha però conseguenze anche più gravi, poiché crea un fertile bagno di coltura per i germi del razzismo, responsabili dei sempre più frequenti atti di inaudita e gratuita violenza nei confronti degli ultimi della scala sociale. E proprio loro, gli homeless, finiscono paradossalmente, ma secondo un ben studiato meccanismo psicologico, per interiorizzare quell’immagine di sé che proviene dalla società in cui vivono e, nel rispecchiarsi nello sguardo collettivo, si convincono di meritare le vessazioni a cui sono sottoposti.

 

3. Padova come Gainesville, l’Italia come gli Stati Uniti?

Il “modello” di un diritto che non solo crea povertà, schierandosi a tutela di un ordine economico sempre più neo-liberista , ma addirittura si accanisce contro quegli stessi poveri che crea, costruendoli con successo come nemici sociali, pare stingere con rapidità anche da noi.

Il 29 settembre 2014, con modifiche intervenute il 23 aprile 2015, sotto la guida del sindaco Massimo Bitonci, il consiglio comunale di Padova ha deliberato un nuovo regolamento di polizia urbana, le cui analogie con le ordinanze cittadine anti-povero americane sono singolarmente evidenti.

Ecco alcuni dei comportamenti sanzionati amministrativamente (giacché in Italia, a differenza che negli USA, i consigli comunali non hanno ancora competenza penale) dal nuovo regolamento di Padova con una multa di 100 euro, che tuttavia possono arrivare anche 500, come nel caso di chi espleti le proprie attività fisiologiche nel posto sbagliato, perché quello giusto sarebbe il gabinetto di una casa che non ha. Si tratta dei divieti di sedersi o sdraiarsi per terra in luoghi diversi da parchi, giardini pubblici ed argini, e anche di sdraiarsi sulle panchine o utilizzarle in modo improprio o impedirne l’uso ad altre persone occupandole con oggetti o indumenti personali, o di rendere inaccessibili i luoghi destinati al pubblico passaggio o di ostruire le soglie degli ingressi agli edifici pubblici o privati (Art. 9.2.a); oppure della proibizione di soddisfare le esigenze fisiologiche fuori dai luoghi destinati allo scopo (Art. 9.2.c).

La possibilità in entrambe le tipologie di casi di sostituire la sanzione pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità (Art. 9.5) evoca - nonostante a Padova ciò avvenga a richiesta del trasgressore - momenti bui, come quelli della Washington D.C. del 1812. Una norma entrata in vigore quell’anno prevedeva che tutti coloro che si trovavano sull’orlo della povertà, o che non avevano una dimora fissa, pagassero una cauzione ‘di buona condotta’ volta a indennizzare la città per il sostegno offerto. Chi non poteva pagare era costretto ai lavori forzati fino a un massimo di un anno. Oggi a Padova chi non abbia altro posto dove sdraiarsi per riposare che una panchina, su cui magari poggi addirittura tutti suoi miseri averi, per farsi perdonare potrà sempre lavorare gratis effettuando “dipintura, piccole riparazioni, pulizia e manutenzione di strade, di luoghi pubblici, di aree verdi e di giardini pubblici, di aule scolastiche, di locali e di aree di proprietà o in gestione al Comune o di altri Enti” (Art. 3. 9), salvo magari poi finire a cercar riposo sulla stessa panchina e così ricominciare da capo.

A Padova è inoltre fatto divieto di chiedere l’elemosina nelle aree pubbliche o aperte al pubblico. In tutto il territorio comunale è poi vietato chiedere l’elemosina con petulanza o molestia o esponendo cartelli od ostentando menomazioni fisiche o con l’impiego di animali (Art. 10.1 e 2). Tali due ultime violazioni comportano l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca amministrativa del denaro che costituisca il prodotto della violazione (Art 10. 5). In tutto il territorio comunale è vietata l’occupazione di suolo pubblico o aperto al pubblico o la sosta ai fini di campeggio al di fuori delle aree attrezzate o la sosta a fini di bivacco, anche con carriaggi abitativi, con veicoli, tende, baracche o altri ripari di fortuna (Art. 19.1 e 2); è vietata l’accensione di fuochi, l’utilizzo di forni o di qualsiasi altro apparecchio in grado di generare combustione in ogni luogo pubblico o ad uso pubblico non destinato a tale scopo (Art.20.2); è vietato fare il bucato o anche pulire o riparare veicoli, mobili e utensili in luogo pubblico (Art. 20.4); sulla carreggiata stradale e sulle aree pubbliche è vietato offrire servizi di ausilio al parcheggio, custodia abusiva, lavavetri, distribuzione pubblicitaria (Art. 22.1); è, inoltre, vietato il trasporto, senza giustificato motivo, di mercanzia in grandi sacchi di plastica, borsoni o con altri analoghi contenitori, nonché lo stazionamento con detenzione dei citati contenitori, su tutto il territorio comunale (Art.22.2).

Nel 2011 una sentenza della Corte Costituzionale italiana (n. 115/2011) spazzò via gli analoghi divieti contenuti nelle tante ordinanze sindacali che il c.d. “pacchetto sicurezza” del 2008 aveva autorizzato. Le delibere comunali rappresentano oggi i nuovi strumenti attraverso cui un diritto che perseguita l’inferiorità sociale e invia un messaggio virale di criminalizzazione e paura del povero, preme per farsi strada. Sapranno le nostre Corti reagire diversamente da come hanno finito per fare le corti americane? La sfida della civiltà giuridica passa da lì, perché un diritto che è spada con i deboli e scudo con i forti è un diritto incivile e ingiusto.

 

30 gennaio 2016
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Magistratura e società
"Io dico no"
di Rita Sanlorenzo
Recensione al volume del Gruppo Abele che raccoglie i saggi di A. Algostino, L. Ciotti, T. Montanari e L. Pepino. Il referendum di conferma della riforma costituzionale, e quello per l’abrogazione del sistema elettorale noto come Italicum, involgono una scelta di fondo, a proposito del modello di democrazia che si vuole per il nostro Paese. Gli autori offrono i loro contributi critici, a sostegno della scelta per il NO, come esercizio di sovranità consapevole, gesto di resistenza contro l’autoritarismo e l’attacco ai diritti di tutti
19 maggio 2016
Le condizioni per fare il giudice (il caso emblematico del giudice Martin)*
di Vincenzo Accattatis
In ricordo di Vincenzo Accattatis, scomparso giovedì, pubblichiamo un suo articolo tratto dal n. 6/2004 di Questione Giustizia
6 maggio 2016
L'attualità di Montesquieu per legislatori e giudici: l'abc del garantismo
di Luigi Marini
Recensione al libro di Dario Ippolito, "Lo Spirito del Garantismo. Montesquieu e il potere di punire", Donzelli Editore, Roma 2016, euro16,50
5 maggio 2016
Iura paria. I fondamenti della democrazia costituzionale
di Simone Spina
Recensione al libro di Luigi Ferrajoli (Editoriale Scientifica, 2015)
10 aprile 2016