Magistratura democratica
Magistratura e società
Covid 19, avvocati e soggetti deboli
di Daniele Beneventi
avvocato del Foro di Torino
Noi avvocati ci chiediamo se, del nostro lavoro, sia valsa la pena e se ne varrà ancora la pena in futuro

A causa del COVID-19 Tribunali, Corti, Procure e Uffici Giudiziari sono ora luoghi per lo più deserti.

Mi rimane degli ultimi giorni di vita lavorativa ordinaria la sensazione di una tempesta in arrivo: il disinfettante spruzzato da un Giudice sulla sua scrivania, le code in cancelleria più ordinate del solito, le finestre aperte, una maggiore comunanza di affezione tra utenti e personale.

Ora che tutto si è fermato noi avvocati abbiamo dovuto rinunciare ai nostri assistiti e ai nostri casi, che da punto di rilievo del quotidiano (quantomeno per il numero di ore trascorse a occuparcene), sono diventati d’improvviso passato recente.

Come spesso accade, le vicende diventano ricordi attraverso i filtri della memoria e delle contingenze. Così adesso, a casa, ci si ritrova a riflettere sul significato della nostra occupazione, d’improvviso rarefatta se non svanita.

Preso atto che altri professionisti e altri lavoratori salveranno il Paese, e rassegnati al ruolo di marginalità che ora ci compete, ci chiediamo se, del nostro lavoro, sia valsa la pena e se ne varrà ancora la pena in futuro.

Forse i colleghi penalisti e amministrativisti sono privilegiati in questo percorso di riflessione: la regolazione e la limitazione della libertà personale rimane tema di discussione prioritaria in ogni ordinamento, così come la garanzia della legittimità degli atti amministrativi risulta essere sempre tema attuale. Il diritto pubblico è tale da conoscere una rilevanza anche anticiclica.

Per i civilisti l’analisi è più sfidante: cosa rimane ora delle liti condominiali, dei sinistri stradali, della trasparenza bancaria, dei finanziamenti dei soci? Le cause di lavoro appaiono più giustificabili perfino nei momenti bui, ma il disagio vero riguarda altri temi, come le controversie di responsabilità professionale in generale, e medica in particolare. Il pensiero va ai toni che abbiamo usato negli atti processuali quando abbiamo fatto causa in massa agli stessi professionisti che ora invochiamo dai balconi, chiedendo loro di salvarci la vita.

Così viene in mente che, forse, il significato della professione può essere cercato non solo nelle tematiche affrontate, ma anche nei soggetti assistiti. In questi momenti di riflessione, pare inevitabile trovare un ancoraggio del nostro operato nella tutela dei più deboli. Il ricordo della trascorsa affermazione di un loro diritto ci dà forza anche per il futuro, senza dimenticare che ogni passata pronuncia non sarebbe stata possibile senza il lavoro dei colleghi di controparte, degli uffici e dei Magistrati.

Tra i soggetti deboli, il pensiero non può che andare ora, oltre che ai nostri familiari più esposti, anche ai tanti senza tetto incontrati negli anni di attività dell’associazione Avvocato di Strada. Non importa tanto che gli sportelli dell’associazione siano ora stati sospesi e, con essi, le occasioni di confronto. La domanda principale è come faccia oggi a stare a casa chi la casa non ce l’ha.

Almeno a Torino molti dormitori sono rimasti aperti, grazie all’azione concreta degli operatori del sociale. Qualche struttura si è attrezzata e, con grandi sforzi organizzativi, riesce perfino a tenere aperti anche di giorno locali destinati in origine al solo ricovero notturno. Qualche mensa non è invece riuscita a mantenere operativo il proprio servizio in ossequio delle doverose norme di sicurezza.

Ci si interroga su come disciplinare e regolare la rotazione nei posti letto disponibili, assicurando un accesso sicuro al maggiore numero possibile di richiedenti, nel rispetto della tutela dei professionisti non solo sanitari, ma anche sociali.

È chiaro poi che non può rivolgersi al al medico di famiglia, evitando di affollarsi in ospedale, chi un medico di famiglia non ce l’ha perché non risulta iscritto nelle liste anagrafiche.

Anche qui si inserisce, a causa del forzato tempo libero, l’inevitabile meccanismo della ricerca del significato di misure passate, delle tante recenti ordinanze comunali sul vagabondaggio e sull’elemosina, delle disposizioni limitative al riconoscimento della residenza ai senza fissa dimora e ai richiedenti asilo. Questo però, non pare l’aspetto al momento più rilevante.

Di fronte alla quotidiana conta dei morti ci scopriamo tutti vulnerabili. Abbiamo realizzato improvvisamente che la nostra salute dipende anche dalla salute degli altri, e dal comportamento altrui. Forse è questo il vero significato del principio dell’uno vale uno, tante volte richiamato a sproposito in passato. D’improvviso, ci siamo risvegliati senza certezze. Di più, la nostra possibilità di essere curati adeguatamente dipende anche dal comportamento dei deboli, degli emarginati e dalla loro propensione a conoscere, comprendere e accettare le nuove regole.

Di botto, noi che ci credevamo privilegiati siamo diventati tutti bisognosi dell’aiuto delle masse e, tra loro, anche dei soggetti più a rischio, in una repentina inversione di ruoli.

Allora forse, a vederla così, del nostro lavoro ne è valsa la pena.

28 marzo 2020
Altri articoli di Daniele Beneventi
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.