home search menu
Contro una pena inutile. Fassone letto da un magistrato di sorveglianza
Magistratura e società
Contro una pena inutile. Fassone letto da un magistrato di sorveglianza
di Fabio Gianfilippi
Magistrato di sorveglianza Spoleto
Un libro che diventa l’occasione per "fermarsi ai bordi della strada e, dopo la catarsi che segue il dramma, riprendere il cammino ancor più consapevoli del sentiero da imboccare"
Contro una pena inutile. Fassone letto da un magistrato di sorveglianza

"Non penso siano molte, ormai, le professioni che richiedono una lettura assidua di testi redatti a mano. Succede certamente al magistrato di sorveglianza, che riceve istanze, reclami e memorie su ogni argomento dai detenuti di cui si occupa. Lettere, dunque, perché nell’universo penitenziario il mondo dell’informatica è ancora colpevolmente quasi assente e si fabbricano così analfabeti tecnologici sempre meno adatti al moderno mondo del lavoro.

Ho spesso pensato che questo mio intenso decrittare fosse un giusto contrappasso, avendo sempre imposto a tutti, dai tempi della scuola, la mia pessima grafia da mancino appassionato di geroglifici.

D’altra parte però, in quei testi scritti a mano, e corretti con ripensamenti ed incertezze, in tanti diversi momenti delle giornate sempre uguali del carcerato, c’è più cuore che nelle mail impersonali cui siamo ormai abituati. C’è soprattutto quel poco di fisicità che i reclusi riescono a far passare attraverso le sbarre. Forse per questo nell’aprire una busta da lettera che proviene da un istituto penitenziario di cui mi occupo, mi sento depositario di qualcosa di prezioso, anche se lo scritto non contiene che l’ennesimo sollecito a decidere una pratica che, in attesa di qualche completamento istruttorio ignoto al destinatario, giace da mesi.

Il libro di Elvio Fassone si sviluppa proprio intorno alla corrispondenza intercorsa tra lui e l’ergastolano Salvatore per ventisei lunghi anni.

Fassone ha condannato all’ergastolo Salvatore. Non è il suo magistrato di sorveglianza. Eppure, con sensibilità e preveggenza, il giudice sa che non tutto finisce con la condanna. Non soltanto per chi intraprende l’espiazione della propria pena e, naturalmente e sempre, per la persona offesa, ma anche per chi l’ha comminata.

Nasce un rapporto di amicizia piena di rispettose distanze tra Salvatore ed il giudice, perché l’istituzione si fa carne e si assume l’onere di testimoniare. Il condannato che è carne, invece, scopre di essere qualcosa di più del suo corpo recluso. Scopre una verità profondamente liberante: il delitto, per quanto atroce, non può annullare la dignità della persona. “Potrà perdere la libertà per un tempo anche lungo, ma non deve perdere la dignità e la speranza.” sscrive il giudice a Salvatore. Se non deve perderla in carcere, significa che ce l’ha, prima del delitto e nonostante il delitto.

Il magistrato di sorveglianza che legge vola con la mente alle condizioni detentive che gli è toccato valutare nell’esercizio dei suoi compiti di garante dei diritti delle persone detenute: il sovraffollamento, i trasferimenti conseguenti lontano dalle famiglie, il difetto di percorsi rieducativi e poi le piccole cose, dalla muffa sul soffitto ai bagni inadeguati. Si lavora e si può fare di più. Ma neppure questo toglie la dignità. La toglie piuttosto l’infantilizzazione e, soprattutto, l’assenza di prospettive che può far dimenticare il proprio valore di persona umana, intangibile anche dopo aver commesso il più efferato dei crimini.

Salvatore trae dal confronto con il suo giudice la forza per mettersi in cammino. I propositi del condannato diventano di recupero, di crescita culturale e di abbandono delle dinamiche criminali che ne hanno segnato la giovinezza. La detenzione però è lunga, anzi non può finire per legge nel suo caso, ed è fatta di uno stillicidio di quotidiano e di procedure, di ritualità e di piccole e grandi incoerenze, anche personali ma purtroppo pure istituzionali.

Nel percorso di Salvatore compaiono spesso i magistrati di sorveglianza. Sono citati perché hanno concesso, oppure hanno rigettato, hanno ritenuto questo o quello. La loro voce però non viene raccontata in termini significativi. Cosa gli hanno lasciato i dialoghi che certamente ha svolto con loro? Cosa ha compreso dei provvedimenti che nel tempo ne hanno scandito piccole aperture premiali e dolorose interruzioni?

Mentre leggo la sua storia, penso ai tanti colloqui svolti in questi anni in carcere e non posso che associare quelle domande al mio lavoro. Non posso che scorrere nella mente i tanti volti che sono rimasti impenetrabili al rituale scambio di saluti di cortesia, mentre mi affacciavo nelle celle o facevo un cenno a un gruppetto di detenuti intenti a giocare a carte. Non posso che sperare che almeno la presenza, al di là delle mie sempre insufficienti energie, sia bastata a ricordare che la pena ha un senso, un senso costituzionale, che si invera ogni giorno con la fattiva collaborazione di tutti gli operatori coinvolti e della stessa persona condannata.

"C'è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di avere pagato il giusto. Sa che doveva "pagare" e sente che quella quantità corrisponde al dovuto secondo la "sua" idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui: "quando arriverà lei (ndr: la morte) me ne andrò io".

In queste poche righe mi sembra condensarsi il cuore ed il dramma del libro di Fassone. Occorre che gli operatori conoscano quel tempo e lavorino con la persona che sconta la sua pena perché quella convinzione personale sia frutto di un retto discernimento, di un percorso di comprensione vera dei danni arrecati alla società. E’ però anche necessario che, quando è così, gli strumenti normativi e una discrezionalità costituzionalmente conformata da parte delle istituzioni coinvolte sappiano rispondere alla maturazione della persona condannata con la fiducia.

Mi risuonano nella mente le parole della storica sentenza 204/1974 della Corte Costituzionale che, in relazione alla liberazione condizionale, ribadiva a chiare lettere la sussistenza del “diritto per il condannato a che, verificandosi le condizioni poste dalla norma di diritto sostanziale, il protrarsi della realizzazione della pretesa punitiva venga riesaminato al fine di accertare se in effetti la quantità di pena espiata abbia o meno assolto positivamente al suo fine rieducativo”.

Quando il tempo personale combacia con quello costituzionale si realizza l’auspicio di Fassone. Altrimenti è troppo tardi. Allora i tanti Salvatore che ospitiamo nelle nostre carceri hanno perso la speranza di vedersi riconosciuto il percorso fatto e la società ha perso l’opportunità di recuperare a sé una persona pienamente responsabile, capace di leggere nel suo passato per costruire il proprio futuro nella società.

Sono molte le questioni aperte, che la lettura di “Fine pena: ora”, evoca con l’immediatezza di tutte le storie vere, e tra queste particolarmente il tema dell’ergastolo, soprattutto quello ostativo, che non consente l’accesso ad alcun beneficio penitenziario salvo che si collabori con la giustizia. Credo però che al magistrato di sorveglianza susciti prima di ogni altra considerazione un senso dell’urgenza, drammatico e a volte persino frustrante, per le risorse scarse e per i numeri ingenti dei suoi procedimenti. Nemmeno un’ora del tempo della detenzione può essere sprecato senza lavorare per la responsabilizzazione e la risocializzazione delle persone condannate.

Le risposte che pervengono dalle istituzioni non possono mai essere solo burocratiche. I percorsi devono rispondere sempre più ad una efficace individualizzazione ed orientare chi espia la pena verso prospettive credibili di avvenire. C’è insomma una pena che deve finire oggi, ed è quella inutile. Su questa strada difficile, in salita, cammina sempre il magistrato di sorveglianza con il suo fardello di fascicoli distinti solo per numero e a volte per colore. Un libro come quello di Fassone, allora, diventa l’occasione per fermarsi ai bordi della strada e, dopo la catarsi che segue il dramma, riprendere il cammino ancor più consapevoli del sentiero da imboccare."

 

9 gennaio 2016
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
L’estate immobile del carcere. Aspettando la <i>“rupture”</i> di Orlando
L’estate immobile del carcere. Aspettando la “rupture” di Orlando
di Donatella Stasio
Il Ministro della giustizia ha insediato prima dell’estate le Commissioni per la stesura della riforma e spinge per presentare al più presto le modifiche politicamente “più scabrose”, che la campagna elettorale può mettere a rischio. Ma l’imperativo è anche farle camminare una volta approvate
7 settembre 2017
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
di Beniamino Deidda
Più passa il tempo che ci separa dalla scomparsa di Sandro Margara (un anno, ormai), più diventa urgente la necessità di testimoniare la sua idea della giustizia e del lavoro di magistrato, la sua immaginazione, il suo coraggio. Per Qg non c’è modo migliore di ricordarlo che lasciare la parola a un compagno e amico storico di Sandro, di Magistratura democratica, di questa Rivista: Beniamino Deidda. Le poche righe introduttive che state leggendo, questa volta, non anticipano nulla del brano. Ogni lettore potrà trovarvi quel che più lo interessa o lo appassiona: un pezzo della storia di Magistratura democratica, l’invenzione del “magistrato di sorveglianza”, la passione per la Costituzione e per gli uomini, la capacità di abbassare lo sguardo sui più disgraziati. Buona lettura
29 luglio 2017
Proposte per l’attuazione della delega penitenziaria
Il carcere e quell’assenza di empatia con la Costituzione
Il carcere e quell’assenza di empatia con la Costituzione
di Donatella Stasio
Finita l’emergenza sovraffollamento, torna il clima carcerocentrico alimentato anche dalla vigilia elettorale. Eppure, l’unica ricerca statistica italiana sulla recidiva dimostra che il carcere dei diritti “conviene” alla sicurezza collettiva e anche alla crescita del Paese
12 giugno 2017
Lo <i>scandalo</i> dell'ergastolo
Lo scandalo dell'ergastolo
di Riccardo De Vito
Recensione al Manuale sulla pena dell’ergastolo di Claudio Conte (collana Il diritto in Europa oggi, Key editrice, maggio 2017)
20 maggio 2017
Questioni attuali dopo la chiusura degli Opg
Questioni attuali dopo la chiusura degli Opg
di Sabrina Bosi* e Franco Maisto**
La chiusura degli Opg e le modifiche della disciplina della misura di sicurezza detentiva – necessarie, non rinviabili ulteriormente, ma del tutto irrelate coi codici e l’Ordinamento penitenziario – hanno posto e porranno ai giuristi, agli operatori penitenziari, alle forze di polizia ed agli operatori socio-sanitari non poche questioni interpretative, organizzative, di relazioni istituzionali leali e sane tra “mondi vitali” alimentati da “saperi”, statuti deontologici e professionali diversi. Qui il punto di vista di magistrati di sorveglianza che hanno sperimentato sul campo le questioni e hanno elaborato prassi, metodi, risposte.
16 marzo 2017
La “cultura” della giurisdizione
La “cultura” della giurisdizione
di Michele Passione
Nuove considerazioni in materia di libri e 41 bis
20 gennaio 2017
Il carcere negli occhi degli studenti
Il carcere negli occhi degli studenti
di Marisa Bellini, Patrizia Mastini e la 4B del Liceo Scientifico Lorenzo Mascheroni di Bergamo
L'incontro tra i detenuti della casa circondariale di Bergamo e la classe quarta del liceo Mascheroni
25 novembre 2016
Galeotto fu (proprio) il libro?
Galeotto fu (proprio) il libro?
di Roberta Mura
Considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale in materia di libri e 41 bis
13 settembre 2016
Quel che il reato costringe nell’ombra
Quel che il reato costringe nell’ombra
di Fabio Gianfilippi
Leggendo “Dentro” di Sandro Bonvissuto (Einaudi, 2012)
9 settembre 2016
Newsletter


Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Magistratura e società
Stefano Rodotà e i giovani civilisti degli anni Sessanta*
Stefano Rodotà e i giovani civilisti degli anni Sessanta*
di Enrico Scoditti
Si deve a Stefano Rodotà la riscrittura del diritto civile alla luce delle clausole generali e, con gli altri giovani civilisti degli anni Sessanta del secolo scorso, il rinnovamento del sapere giuridico. Il modello di giurista come scienziato sociale, che quel rinnovamento propose, era parte della scoperta della politicità del diritto. Rodotà esaltò più di tutti il ruolo attivo del giudice nell’esperienza giuridica. Oggi che la dimensione giurisdizionale del diritto è ormai un dato acquisito la stella polare non è più puramente e semplicemente il linguaggio della politica dei diritti ma il bilanciamento quale funzione di giustizia.
20 settembre 2017
“La vita in comune” di Edoardo Winspeare
“La vita in comune” di Edoardo Winspeare
di Simonetta Rubino
La recensione all'ultimo film del regista salentino presentato alla 74esima Mostra del cinema di Venezia
16 settembre 2017
Il “concorsone” e la sfida al futuro dell'amministrazione della giustizia
Il “concorsone” e la sfida al futuro dell'amministrazione della giustizia
di Massimo Turtulici
Con una introduzione di Barbara Fabbrini (Direttore generale del personale e della formazione, Ministero della giustizia)
15 settembre 2017
Alle origini del discorso sulla mafia
Alle origini del discorso sulla mafia
di Piergiorgio Morosini
Recensione al libro di Umberto Santino La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’unità d’Italia ai primi del Novecento (Melampo, 2017).
9 settembre 2017
Giustizia crocifissa: le ferite, mai rimarginate, del processo a Sacco e Vanzetti*
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
di Beniamino Deidda
Più passa il tempo che ci separa dalla scomparsa di Sandro Margara (un anno, ormai), più diventa urgente la necessità di testimoniare la sua idea della giustizia e del lavoro di magistrato, la sua immaginazione, il suo coraggio. Per Qg non c’è modo migliore di ricordarlo che lasciare la parola a un compagno e amico storico di Sandro, di Magistratura democratica, di questa Rivista: Beniamino Deidda. Le poche righe introduttive che state leggendo, questa volta, non anticipano nulla del brano. Ogni lettore potrà trovarvi quel che più lo interessa o lo appassiona: un pezzo della storia di Magistratura democratica, l’invenzione del “magistrato di sorveglianza”, la passione per la Costituzione e per gli uomini, la capacità di abbassare lo sguardo sui più disgraziati. Buona lettura
29 luglio 2017