Magistratura e società

Io, Daniel Blake

di Simonetta Rubino
Giudice del Tribunale di Sorveglianza di Bari

Recensione al film di Ken Loach, vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes 2016


19 novembre 2016

Torna Ken Loach con un film denunzia, a favore di quelli che, niente di più e niente di meno, sono semplici cittadini, semplici lavoratori.

La storia è quella di un uomo che dopo un infarto non può più svolgere il suo amato lavoro di carpentiere e che dunque prova a ottenere dallo stato il sussidio per l'invalidità. In questa ricerca finalizzata ad ottenere solo quanto gli spetta, il protagonista si scontra con una burocrazia beffarda, con l’agire cieco e cinico dei dipendenti di uno stato improntato ad una dimensione di apparente efficienza aziendalistica, ma in verità sordo, folle e stritolante.

E mentre conduce la sua battaglia, precipita in una situazione di indigenza assoluta.

Nel percorso paradossale che il protagonista affronta con dignità strepitosa, incontra un'altra vittima di questo stato: una donna – peraltro una giovane attrice disoccupata, bravissima, cresciuta in un ambiente operaio - madre di due bambini, single in difficoltà economiche, che per un ritardo di pochi minuti perde qualcosa di estremamente importante: il suo diritto all'assegno mensile.

La fine del film lascia affranti, ma riflessivi, profondamente toccati ma nel contempo arrabbiati.

Il film mette sotto la lente di ingrandimento una realtà che ormai ci ha avvolti penetrando il nostro vivere quotidiano ed ignorando ogni tentativo di resistervi; ci mostra come una folle e cieca burocrazia ammazza e stritola l’individuo anche nei paesi notoriamente “civili” (siamo a Newcastle) mettendo a dura prova la forza e la pazienza dei cittadini e rischiando di piegarne e spegnerne ogni briciola di dignità.

Il film ci descrive, in termini leggeri ma potenti, semplici e per questo chiari, la fatica silenziosa, drammatica e dignitosa, di coloro che nel mondo attuale caratterizzato da un sistema solo teoricamente efficiente, sono costretti a gestire quei momenti della vita che li obbligano ad interfacciarsi con le amministrazioni dello Stato. Persone che dopo aver dato per una vita intera, nel momento del bisogno chiedono di “parlare”, di “ascoltare e farsi ascoltare”, di “guardare in faccia l’altro”, rifiutando di interloquire con freddi moduli elaborati da un computer e continuando testardamente ad usare la matita.

Persone che, per questo, disperano, dopo comunque aver provato caparbiamente a resistere, cercando di affermare la propria individualità (tutta in quell’Io, Daniel Blake nel quale io però, finiscono per ritrovarsi accomunati in tanti).

Persone che questo tempo e questo sistema con una meticolosa e sottile arroganza piano cancella, dimentica, annulla.

È un film, quello di Ken Loach che, al netto di ogni retorica, mostra il cinismo di una evoluzione solo apparente dello Sato cd. efficiente; evoluzione che, invece, maschera l’assenza più totale e assoluta della presunta efficienza, che denuncia la ipocrisia di una democrazia, di un sistema che, improntato ed ubbidiente al sistematico taglio della spesa, taglia invece, pota e distrugge senza speranza di rinascita, le vite umane.

È un film che non consola, che dunque lascia sconsolati ma non per questo meno arrabbiati sebbene senza speranza posto che il contesto è quello chiaro della deriva di uno stato improntato ad un efficienza cieca ottusa e stritolante.

Ancora una volta Loach mette in scena la sua attenzione per il proletariato e per la sua cultura silenziosa, un proletariato che nonostante la sua condizione non cede all’egoismo.

Ed infatti se la si cerca, la si trova una ragione per consolarsi: nel film quel che più accarezza, scalda e conforta è l’amicizia e il forte senso di solidarietà che nasce e lega i protagonisti: entrambi silenziose vittime del medesimo sistema.

Nel grigiore della realtà che impera in questo stato deciso e caparbio, il colore ed il calore son dati dal forte senso di solidarietà che nasce - come è ovvio - solo lì dove c’è sofferenza e oppressione.

Come, del resto, da sempre.

La dignità dei personaggi è altissima e il film coinvolge senza diventare utopico nel ricordare e coltivare l’obiettivo della speranza quale forma di difesa e di alternativa ad un sistema che procede imperterrito ignorando quel che dovrebbe efficientemente gestire: il valore dell’individuo e del lavoratore.