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Prassi e orientamenti
Un laboratorio per cambiare idea
di Cataldo Intrieri
avvocato in Roma
Le ragioni di un confronto tra avvocati e magistrati al centro di un convegno in programma il 6 marzo a Roma
Un laboratorio per cambiare idea

“La toga, uguale per tutti, riduce chi la indossa ad essere, a difesa del diritto un avvocato: come chi siede al banco del tribunale è un giudice, senz’aggiunta di nomi o titoli” (P. Calamandrei –Elogio dei giudici)

E’ passato oltre mezzo secolo da quando Calamandrei scrisse il suo “Elogio dei giudici” che scolpisce, in modo definitivo un rapporto tra due mondi intriso di ambivalenza ed ambiguità.

La storia della giustizia in Italia è la storia di questa ambiguità, quanto e forse di più rispetto al rapporto tra magistratura e politica. La prevalenza culturale di uno dei due schieramenti ha contrassegnato il clima e le modalità di esercizio della giustizia, oscillando tra pulsioni giustizialiste e refoli di garantismo.

Da una iniziale fase di prolungata e quasi complice convivenza nell’Italia del notabilato, il rapporto tra avvocatura e magistratura ha conosciuto apartire dagli anni 60 in poi una serie di conflitti culminati nella fase di mani pulite , e della legislazione del “doppio binario”

Il terrorismo prima ed il dilagare della corruzione unito al declino del paese ha spinto la magistratura ad assumere un ruolo sociale trainante, ad occupare spazi vuoti lasciati dagli apparati istituzionali, ad assumere essa stessa un ruolo politico oggi divenuto quasi un fenomeno diffuso se si guarda al trionfale ingresso di magistrati in ruoli istituzionali primari, se non essi stessi apertamente politici, con salti repentini da una professione ad un’altra (si pensi a Roma e Palermo). Un fenomeno discutibile cui la stessa Magistratura non è stata in grado di porre argine neanche coi suoi organi di auto-controllo

Questa “dilatazione” ha fatalmente inciso sul rapporto con l’avvocatura, assumendo talvolta la natura (e la percezione) di un dominio totale.

E’ emblematico che nella prima svolta determinata dalla stagione del terrorismo negli anni ’70 sia stata contrassegnata da una vicenda dolorosa e clamorosa quale l’arresto di alcuni avvocati di “soccorso rosso” organizzazione creata da Dario Fo, Franca Rame ed addirittura un padre della patria come Umberto Terracini. Il processo fu clamoroso ed ancorchè riguardasse dei colleghi che erano del tutto “particolari” ed eccentrici rispetto al sentire della media dell’avvocatura, profondamente conservatrice, fu a molti chiaro che lo scontro investiva anche la funzione e la libertà del difensore, l’annullamento di quella zona franca dove era sottinteso l’avvocato potesse muoversi tra imputato e magistrato.

Confusamente, ma si avverti che di pari passo con la magistratura anche il ruolo del difensore assumeva rilevanza politica in un momento in cui “la politica” si orientava alla compressione delle garanzie ed infatti fu in quel tempo che nacque la legislazione dell’emergenza.

La storia recente dal maxi-processo di Palermo a Mani pulite ha sancito l’egemonia socio-culturale della magistratura divenuta prevalenza istituzionale e politica.

A questo predominio l’avvocatura ha risposto con la nascita e lo sviluppo dell’associazionismo. Nato con la creazione di presidi locali, le camere penali, ha trovato poi un momento di sintesi e sviluppo nella nascita dell’unione delle camere penali italiane (UCPI) oltre venti anni fa.

L’unione è una federazione di associazioni territoriali e si contraddistingue per la condizione di soggetto squisitamente politico, come attore della scena istituzionale, senza alcuna vocazione sindacale, ( ed infatti presto si consuma nel ’94 a Venezia il definitivo divorzio dalle altre associazioni forensi racchiuse nella sigla OUA), in ciò distinguendosi da una vocazione, invece ben presente in alcune correnti di ANM. L’Unione ha come scopo statutario la realizzazione del giusto processo e la trasformazione dell’ordinamento giudiziario verso la separazione tra le carriere inquirenti e giudicanti.

L’associazione è attiva protagonista della stagione che da metà degli anni 90 ad oggi segna l’aperto conflitto tra la politica e la magistratura in coincidenza della salita sul proscenio di Silvio Berlusconi. E’ un momento di forte tensione e polemica anche tra avvocatura e magistratura del cui ruolo l’unione denuncia lo straripamento, e la tendenza d occupare spazi legislativi. Questa latente conflittualità si è trascinata sino ad oggi, sia pure intervallata da momenti di interlocuzione con le istituzioni e con la stessa magistratura, tramite la partecipazione di avvocati a commissioni ministeriali di riforma dei codici (da Nordio a Canzio) .

Oggi l’associazionismo, sia dall’uno che dall’altro versante conosce un momento di crisi, paradossalmente determinato, forse, dal rinnovato vigore della politica che si pone come elemento centrale anche del dibattito sulla giustizia. Crisi di idee soprattutto, e dunque nulla di nuovo da dire di fronte ad una nuova stagione.

Il Laboratorio sul contresame e giusto processo(LAPEC-giusto processo) è un’associazione nata otto anni fa, fondata da un ex presidente dell’Unione, Ettore Randazzo, che ha riunito avvocati e magistrati nel nucleo fondante (Giovanni Canzio e Francesco Mauro Iacoviello tra gli altri) spinti dall’utopia di poter fornire nuove idee per “cambiare insieme la giustizia”. Un‘utopia che trova un precedente illustre in un’analoga “comunita’aperta” di avvocati, magistrati e studiosi che nel ’96 diede vita ad uno dei pilastri fondamentali dell’epistemologia della prova nel processo penale: la Carta di Noto.

Il 6 Marzo a Roma si svolgerà un importante convegno che riunisce alcune delle migliori intelligenze della giustizia. Tre sessioni di lavori ed una tavola rotonda conclusiva scanditi sulle tre fasi processuali delle indagini, del dibattimento e della cassazione nella forma di “un giusto processo” tra pm, avvocati, giudici e studiosi.

I molti illustri contributori hanno aderito con convinzione all’idea che muove il convegno, ed a loro va il sincero ringraziamento del Laboratorio.

L’associazionismo trasversale è una importante novità, non facile da accettare per culture dell’isolamento ed autoreferenziali stratificate, ma assolutamente necessaria. E’ ipotizzabile e sperabile che nella crisi dell’intervento statale siano proprio i gruppi di riunione di cittadini ad assumere iniziativa e promuovere il cambiamento nei vari settori, associazioni non come momento corporativo ma come funzione sussidiaria. Il convegno sarà un momento di importante riflessione. E ci dirà se questa è un’utopia possibile. Intanto cominciamo da qui.

14 febbraio 2015
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