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Ninna nanna per un bambino siriano, ghanese oppure marziano <a title="" href="#_notatitolo1" id="_notatitoloref1">*</a>
Magistratura e società
Ninna nanna per un bambino siriano, ghanese oppure marziano *
di Gì D'Andrea

Ninna nanna, ninna oh, non dormire Alan, ora no…

Non stare così, col viso in giù in riva al mare, ora che tutti parlano di te, in tv e sul giornale.

Per non urtare l’altrui sensibilità, dicono che la tua foto non debba esser pubblicata.

Dai, svegliati, ne scattiamo un'altra e decidiamo tutti insieme quale sia la meno sbagliata.

Questa di te, disteso a fare il morto a galla, sulla sabbia e girato al contrario, morto per davvero, oppure una di te quand’eri vivo, mentre scappavi dalla guerra, in un giorno d’esodo ordinario verso un futuro incomprensibilmente straniero.

Una foto-ricordo di questa assurda gita, dalla Siria, dalla Libia, da Marte, dalla Turchia, e la confrontiamo con la mia, mentre sto sdraiato sul litorale, giusto per ribadire la frontiera tra la tua e la nostra vita. Una foto ancora, dai, per cortesia.

Chissà come te l’avrà spiegata, la tua mamma, questa strana escursione, quando siete partiti tutti insieme, ammassati su un barcone. Dove andiamo, mamma, con tutta questa gente? 

Alan, non ti preoccupare, se lo permette il mare ti porto in un altro continente, senza fame né mortai né granate, con un tetto vero che non cade e le pareti ben appoggiate.

Prendi una maglietta, anzi no, basta questa che hai addosso, è proprio bella questa maglietta rossa. Nelle tasche dei pantaloncini ci infilo dentro un chicco di fortuna, e che ti accompagni sempre, bimbo mio, soprattutto se l’onda dovesse farsi grossa.

Vieni Alan, questo è tutto l’occorrente. No, tesoro mio, non c’è spazio pure per il salvagente.

Portiamo soltanto un filo di speranza, aspetta, te lo annodo qui, sopra i lacci delle scarpette nere, perché i tuoi passi in viaggio, in queste sere, siano sicuri per tutta la distanza.

Ora spegni la luce, vita mia, anche se la corrente se la son già portata via, e tira bene dietro di te il portone, così non ci entreranno più le bombe a cantare sempre lo stesso frastuono di canzone.

È tardi, Alan, e non è rimasto più un futuro qui per la nostra gente, tra le macerie da spolverare, è tardi, Amore mio, vieni che ti porto al mare.

Ecco qui il biglietto per una piccola crociera, papà ha venduto ogni cosa e ha comprato per tutti noi una bellissima preghiera. Di sola andata.

Non aver paura, Alan, è soltanto una lunga traversata.

Ninna nanna, ninna oh, che cosa sia successo dopo, questo non lo so…

Che cosa sia avvenuto, nel silenzio della notte, quando il cielo sopra è scuro e il mare sotto dà le botte, sinceramente io non lo riesco nemmeno a immaginare, io che sto in quest’altro mondo e resto qui a guardare, io che di viaggi in estate ne conosco solo un tipo, verso qualche meta balneare.

Non so nulla di traversate su carrette di emergenza, qualcosa avranno pur detto al Tg dell’una e trenta, tra l’antipasto e il caffè, ma io non so nulla di te, te lo giuro Alan, perché in fondo io sto bene a questa tua distanza.

Che ne so io del dolore, della fame e della guerra, dell’abbandono della terra e del miraggio di una nazione nuova.

Partire per l’ignoto, senza prima far nemmeno una prova, offrendo l’anima al destino come posta in gioco.

E puntare tutto, all-in, come a poker, e forse è ancora troppo poco.

Vi chiamano “migranti”, come lo fu pure Gesù Cristo, se vogliamo dire il vero.

A lui una croce in legno, a voi, che non avete passaporto né visto, intere imbarcazioni, di discutibile lusso.

Solo che, per contenere un po’ il vostro afflusso, pare si debba ripensare, per la salute dell’occidente intero, questo singolare concetto di accoglienza, che mina il nostro credo, sicurezza benessere e democrazia.

Mentre scappi dall’inferno potrà sembrarti forse un po’ una scemenza, ma, vedi, ci hanno detto che potreste contagiare con la fame e con qualche altra brutta malattia le nostre agiate popolazioni indifese, ragion per cui vi ospitiamo volentieri, credimi, ma meglio in qualche altro Paese.

Ninna nanna, ninna oh, una piccola preghiera silenziosa è tutto quel che ho…

Alan, piccolo e zuppo d’acqua salata, come addormentato sulla sabbia.

Sopra una spiaggia abbronzata, stai immobile senza né vita né un filo di rabbia.

Come ha detto qualcuno, eri fatto della stessa sostanza dei figli che crescono qui, in questa parte di mondo, che non ha seminato la guerra né raccolto la sponda.

Ti ha ripescato su, penzoloni in mezzo al niente, arenato oltre gli scogli tra i granelli di sonno, una guardia costiera, con la pettorina gialla e due grandi braccia, che non hanno sentito il tonfo.  

Braccia che son state la prolunga insufficiente e tardiva delle braccia grandi di tuo padre, l’unico tra voi che sui suoi piedi sia approdato a riva.

Cosa potevano le sue braccia, di fronte all’arroganza dell’onda che gli ha sottratto il tuo corpo, cosa potevano quelle braccia di fronte alla cecità del mondo, che prima chiude un occhio e dopo un altro porto?

Sei solo scivolato via, via dalla presa forte di papà, sei solo scivolato via perché era tutto bagnato. La mano di un padre che tiene, la cosa più resistente che avresti mai immaginato in natura.

Perché in fondo, lì in mezzo al mare, fare i migranti, con tutti quei salti mortali, è un poco più dura che giocare ai trapezisti giostranti, che si afferran le mani nell’aria.

Ora te ne stai a pancia in giù, come addormentato, e tua madre già ti culla dall’alto, perché in quell’abisso ti ha preceduto di poco. Appena un istante, giusto il tempo di lasciare il posto in piedi sulla barca di morte, mentre il cielo e il mare si capovolgevano in questa notte.

Ti ha preceduto, soltanto di poco, per prepararti la coperta e un soffice riposo, in un altro e imprevisto paradiso, non quello europeo che ti avevano detto e su cui hai appoggiato solo il viso.

La raggiungi da solo adesso la mamma, in questa deviazione di percorso, da solo come un ometto grande, non appena il sole avrà finito il suo corso e asciugato i tuoi panni, imbevuti di sale che conserva il ricordo.

A noi forse resteranno delle domande, una volta sbrigate le pratiche burocratiche a bordo.

Per il resto, ci pensa papà, che è scampato al mare e lo sconta con l’esistenza, ci pensa papà a riportare a casa quello che hai scordato di te sulla terraferma.

Ci pensa papà, che dovrà fare senza.

Ci pensa papà a cantare l’ultima ninna nanna, ci pensa papà, in vostra assenza.

Non avere paura, bimbo mio, neanche io so nuotare, trattengo il respiro e ti guardo per tutto il tempo che già sai contare.

Non ti lascio, nemmeno quando si sgretoleranno le dita, ti proteggo ancora un altro po’, oltre i confini del mondo che altri hanno disegnato con la loro matita.

Trema la barca, non avere paura, prego il dio del cielo e del mare che non abbia premura di separarci prima del tempo.

E che il sonno possa riempirti gli occhi prima di allora, un ultimo abbraccio, un ultimo bacio, ancora un momento, senza che tu debba vedere oltre, tutto questo inaudito abominevole scempio.

Scusami Alan, non volevo dirti una bugia, il futuro che ti avevo promesso non doveva essere soltanto una mia fantasia.

Ninna nanna, ninna oh, dormi Alan, ora dormi, ancora un altro po’…


[*] La foto di copertina è di Naida Caira (Gerusalemme, 2015) - www.naidacaira.com

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