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Mafie di mezzo
Magistratura e società
Mafie di mezzo
di Costantino Visconti
ordinario di diritto penale, Università di Palermo
Il metodo che il sociologo Vittorio Martone impiega nel volume Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio (Donzelli, 2017) è figlio di un serio lavoro collettivo. Opere come queste possono fungere da grandangolo, aiutando il giurista a valutare la questione criminale in un contesto più ampio e problematico, senza l’assillo di strozzare l’interpretazione dei fatti nell’ottica della loro qualificazione giuridica.
Mafie di mezzo

1. Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio di Vittorio Martone è frutto di un lavoro di ricerca individuale ma si inscrive in un filone di analisi sociologica coltivato da una pattuglia di studiosi che negli ultimi lustri ha sfornato tra i migliori affreschi scientifici sulla criminalità organizzata di tipo mafioso e non solo. Pensiamo, solo per citarne alcuni, ai due poderosi volumi curati da Rocco Sciarrone dal titolo, rispettivamente, Le mafie nell’ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e nel mezzogiorno (Donzelli, 2011), e Le mafie del nord. Strategie criminali e contesti locali (Donzelli, 2014), nonché all’ultimo appena pubblicato Politica e corruzione. Partiti e reti degli affari da Tangentopoli a oggi (Donzelli, 2017); e anche ad Affari di Camorra Famiglie, imprenditori e gruppi criminali (Donzelli, 2015), curato da Carolina Castellano e Luciano Brancaccio, al quale si deve pure il recentissimo I clan di camorra. Genesi e storia (Donzelli, 2017).  Perché all’inizio di questa recensione citiamo altri libri (in alcuni dei quali peraltro troviamo anche i contributi di Martone)? È presto detto. Mafie di mezzo si apprezza ancor di più sapendo anche che il metodo impiegato dall’autore nella sua ricerca è figlio di un serio lavoro collettivo, ben sperimentato e che ha già dato riscontri ampiamente discussi tra gli addetti ai lavori nel dibattito pubblico. Ed è un metodo che conduce a esiti per i giuristi molto preziosi. O meglio per quei giuristi, pratici o teorici non importa, che hanno interesse a conoscere una dimensione valutativa “altra” rispetto “all’immane concretezza” dei fenomeni criminali di cui si occupano.

2. Ma facciamo parlare l’autore. Martone, proprio ai primi passi del libro, avvisa il lettore che nella ricerca ha seguito un metodo volto a una «certa relativizzazione del materiale giudiziario nella più ampia gerarchia di “autenticità” delle fonti per la costruzione e il riconoscimento stesso del fenomeno. Il materiale di riferimento è stato raccolto affiancando alla consueta analisi delle fonti ufficiali e giudiziarie anche una prolungata attività sul campo, basata su testimoni qualificati e sulla partecipazione a eventi pubblici». Un approccio, il suo, che lo ha spinto a maneggiare con particolare cautela sentenze, ordinanze e più in generale gli enunciati giurisprudenziali, tenendo il dovuto distacco critico e senza cadere nella trappola di considerare il materiale giudiziario «fonti di per sé stesse oggettive e neutrali», bensì più correttamente espressione di «specifici punti di vista». Non sembri poco. Anzi, per la verità è moltissimo. La letteratura sociologica sul tema delle mafie, infatti, è ormai vastissima ma non di rado esibisce un rapporto nevrotico con le fonti giudiziarie: o prese per oro colato tanto da venir fuori una sociologia “stampella”, cioè servizievole rispetto alle scelte della parte gradita della giurisprudenza; oppure prese a bersaglio, quando le soluzioni giudiziarie vengono considerate non in linea con le proprie tesi. Segno, questo, anche di un’insufficiente tematizzazione dei meccanismi della giustizia penale, dei suoi presupposti e dei relativi limiti.  Per un pubblico ministero, per un giudice penale, il pezzo di realtà che transita attraverso le indagini nel processo tende necessariamente a diventare un universo “chiuso”, normoreferenziale. Lavori come quello di Martone possono invece fungere da grandangolo, aiutando il giurista a valutare la questione criminale in un contesto più ampio e problematico, senza l’assillo di strozzare l’interpretazione dei fatti nell’ottica della loro qualificazione giuridica. Fermo restando che la giustizia penale ha come fine l’accertamento probatorio di condotte corrispondenti a tipi di reato; la sociologia, invece, quello di comprendere e spiegare fenomeni sociali.

3. Non è certo solo la «relativizzazione del materiale giudiziario» a costituire il valore aggiunto portato dalla ricerca di Vittorio Martone, il quale ha anche il merito di essersi dedicato a «un’approfondita osservazione diretta, arricchita da conversazioni libere e interviste semi-strutturate, dalla rassegna della cronaca locale e dall’esame dei materiali di denuncia prodotti dall’antimafia civile». E ciò sulla base dell’acquisita consapevolezza che per esplorare e comprendere i fenomeni mafiosi occorre allargare l’orizzonte di analisi a un duplice versante. Per un verso, infatti, bisogna guardare ai contesti socio-economici in cui le organizzazioni criminali localmente nascono, operano, trasmigrano o si insediano. Per altro verso, è necessario far rientrare nell’oggetto della ricerca le stesse “rappresentazioni pubbliche” delle mafie, ivi compresa quelle elaborate dai movimenti antimafia. Su questo duplice piano, il libro schiude orizzonti troppo spesso trascurati. Anzitutto, le mafie sono quel che sono non per chissà quale destino cinico e baro, ma perché interagiscono con le dinamiche economico-sociali di un dato territorio, di una certa comunità; prendono la forma dei mercati illegali come anche delle politiche della spesa pubblica; fanno del crimine un’impresa facendo anche impresa, cioè sfruttando le opportunità offerte dai circuiti produttivi e dalla logica degli affari del mercato privato. In secondo luogo, le mafie sono anche quel che le “narrazioni” che se ne fanno vogliono che siano. L’autore, al riguardo, mette in guardia da un duplice rischio. Da un lato, la tendenza “negazionista” che serpeggia nella società e che sovente ha caratterizzato anche l’approccio di alcune istituzioni pubbliche: tendenza che si esprime in vario modo, ma essenzialmente riconducibile a una sorta di indisponibilità a riconoscere il fenomeno “mafia” come un problema riguardante la propria comunità. Dall’altro e all’opposto, le semplificazioni che frequentemente tempestano il dibattito pubblico a causa di una militanza antimafia delle organizzazioni della società civile che punta sull’allarmismo più che sull’analisi, trovando sponda nel sensazionalismo giornalistico. Rappresentare a ogni piè sospinto e a tinte forti «le magnifiche sorti e progressive» dei sodalizi mafiosi, o perfino di una immaginaria «quinta mafia laziale», può forse sollecitare l’attenzione del pubblico sulla loro pericolosità, scuotere le coscienze laddove sembrano intorpidite o favorire l’arruolamento di nuovi militanti nelle imprese antimafia. Ma alla lunga distorce la realtà, ne appanna l’intelligibilità, producendo una mitologia che restituisce al sentire comune una dannosissima e implausibile aurea di invincibilità attorno alle mafie, isolandole eziologicamente dai contesti in cui attecchiscono. E quindi impedendo l’elaborazione di avvedute politiche pubbliche di prevenzione e contrasto, ossia non limitate alla mera repressione penale. Insomma, tra i tanti populismi che affollano l’arena pubblica contemporanea dobbiamo difenderci anche da quello “antimafioso”.

4. Fin qui abbiamo parlato di metodo. Il pezzo forte del libro rimangono, beninteso, i contenuti straordinariamente di attualità che affronta l’autore. Si discute, infatti, di mafie nel basso Lazio, a Ostia e a Roma, entrando nella carne viva di casi di studio sapientemente selezionati e vivisezionati. Ai lettori del libro l’augurio di farsi rapire dall’avvincente trama delle storie raccontate e spiegate da Martone. Qui ci limitiamo a prendere atto con soddisfazione che l’autore, invece di baloccarsi nel futile interrogativo («c’è la mafia Roma?») che attanaglia il discorso pubblico dai primi arresti ottenuti dalla Dda romana nel procedimento cd. “Mafia Capitale”, e indipendentemente dalla questione tutta giuridica dell’applicabilità o meno dell’art. 416-bis cp al caso di specie, prova per davvero a capire la sostanza e le radici della questione criminale comunque emersa in quel processo. Lasciando così prudentemente gli addetti ai lavori la discussione sull’opportunità o meno della scelta della magistratura requirente, condivisa dalla Cassazione in sede cautelare e poi smentita dalla sentenza di primo grado, di qualificare giuridicamente i sodalizi di Carminati e Buzzi come associazioni di tipo mafioso. Sia pure nella consapevolezza che «i processi che presiedono alla costruzione delle rappresentazioni delle mafie sono frutto dell’interscambio tra riconoscimento giuridico e percezioni pubbliche, tra produzione di saperi sul fronte mediatico e sul fronte degli organi deputati al monitoraggio e al contrasto». In quest’ottica, secondo l’autore la vicenda giudiziaria «mostra efficacemente come possono convivere – in uno stesso spazio criminale – la malavita romana con le sue radici nella Banda della Magliana e nell’eversione neofascista, le mafie tradizionali e gli ampi circuiti corruttivi tra impresa e pubblica amministrazione». Nel mettere sotto la lente d’ingrandimento un simile impasto socio-politico-antropologico, e non trascurando l’analisi sulla morfologia delle organizzazioni criminali operanti in ambito romano, Martone ha il merito di prestare massima attenzione all’evoluzione dei «meccanismi di acquisto ed erogazione di beni e servizi pubblici» quale fattore determinante l’oscuramento di una «netta linea di distinzione tra legale e illegale». Un fenomeno di marketisation risalente ai primi anni ’90 che, seppur originariamente ispirato all’intento di moralizzare la spesa pubblica sottraendola il più possibile al giogo della politica, in realtà ha finito con il predisporre «nuovi monopoli gestionali a cavallo tra pubblica amministrazione, terzo settore e politici locali», favorendo così la corruzione e offrendo ampi margini di penetrazione alle mafie tradizionalmente «attratte dai mercati protetti, dall’informalità e dall’irregolarità diffusa».

5. In conclusione, per chi vuole capirne di più dei complessi scenari criminali che caratterizzano l’area romana (e il basso Lazio), lo studio di questo libro è un passaggio obbligato. E per chi amministra a diverso titolo la giustizia penale addentrarsi nelle piste di ricerca di Martone potrebbe anche rivelarsi un utilissimo esercizio di profilassi per vagliare auto-criticamente le precomprensioni, gli stereotipi e i pregiudizi che inevitabilmente insidiano la difficile arte del giudicare.

*In copertina: Murale dello street artist Diavù, realizzato alla Collina della Pace di Roma, area confiscata alla Banda della Magliana nel 2001.

9 dicembre 2017
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