Magistratura democratica
Magistratura e società
La recensione di “Sorry we missed you” di Ken Loach
di Rita Sanlorenzo
sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione
Spiacenti, ci siamo persi la dignità del lavoro

Per quanto si vada preparati alla visione dell’ultimo film di Ken Loach, non ci sono difese contro il cazzotto che il regista 83enne sferra in pieno stomaco al suo pubblico con la storia di Ricky ed Abby e dei loro due figli, e della caduta di questa famiglia, prima unita e solidale, in un inferno di disperazione umana ancor più che economica.

Eppure la storia nasce all’insegna della speranza, secondo alcune illusorie parole d’ordine che a partire dagli anni ’80 hanno dipinto la via della fuga dal lavoro subordinato come mezzo per la ricerca del successo economico, e quella della flessibilità degli orari come occasione di felicità personale. Ricky decide così di sottrarsi alla disoccupazione a cui sembra condannato a causa della crisi in particolare del settore edile, nella speranza di coronare il sogno di una casa di proprietà, diventando autista, “padroncino” del suo furgone che compra a costo del sacrificio dell’automobile che la moglie usa per il lavoro, per le consegne di acquisti on line per conto di una ditta di trasporti in franchising. Il successo sembra a portata di mano: basta lavorare 14 ore al giorno per sei o forse sette giorni la settimana, basta non dire mai di no a qualsiasi richiesta, basta non avere mai necessità di fermarsi, per sé (neppure per i propri bisogni fisiologici), o per i propri famigliari. E anche l’ingenuo tentativo di umanizzare questa corvée facendosi accompagnare nel giro giornaliero dalla figlia poco più che bambina (ma più consapevole degli adulti che ha intorno) viene represso dall’implacabile boss come pratica non consentita: ma allora, dove sta l’autonomia? Dove è la libertà promessa, se i tempi sono imposti, la prestazione è determinata dal committente, ai controlli non ci si sottrae perché la tecnologia non dà scampo? C’è solo il lavoro, e non ci deve essere nient’altro: Ricky si lascia stritolare da questo meccanismo nonostante rischi così di perdere il figlio adolescente, pericolosamente attratto da una devianza che sembra non avere alternative a fronte dell’assenza del capofamiglia, e anche l’affetto solidale della moglie, sfiancata dalla quotidianità del lavoro di badante a domicilio per anziani e invalidi non autosufficienti per conto di una agenzia che supplisce ai tagli del welfare, e che naturalmente le paga il minimo, senza straordinari.

Anche quella solidarietà familiare che sembra l’ultimo baluardo di fronte ai pericoli di questa nuova schiavitù (il sindacato non è che un ricordo del passato in una foto sbiadita di una paziente di Abby) sembra venir meno di fronte all’incontenibile primato del guadagno dell’impresa di consegne. Ogni errore si paga caro, e persino le conseguenze di una rapina di cui è vittima incolpevole ricadono su Ricky, disperato ma ormai incapace ad uscire dal meccanismo a cui non sembra ci sia alternativa. L’unica prerogativa di impresa che gli è lasciata è quella del rischio economico, che grava tutto sulle sue spalle, nonostante l’assenza di ogni margine di autodeterminazione. A fronte di questo meccanismo vorace e disumano, risalta il contrasto con il tentativo della moglie Abby di “restare umana” pur nella spiacevolezza di molti aspetti del suo lavoro, e di coltivarne ancora l’aspetto relazionale trattando le anziane pazienti “come se fossero sua madre”, mettendo a loro disposizione anche i pochi buchi del suo tempo libero.

Ken Loach, seguace dichiarato di Corbyn, come il suo leader politico ritiene che non sia Brexit la partita da giocare qui e adesso, e volutamente lascia fuori dalla narrazione il tema dell’incidenza dell’immigrazione sulla trasformazione del mondo del lavoro e della società inglese e della percezione del fenomeno da parte della classe lavoratrice (su cui invece la cultura britannica contemporanea ci ha dato testimonianze preziose e chiavi di lettura illuminanti, ad esempio con il romanzo Il taglio di Anthony Cartwright): la crisi della famiglia Turner è sì ambientata a Newcastle, in Gran Bretagna, ma non ci parla solo di quel paese e di quella città. Parla in termini universali di quella che è la crisi del lavoro senza tutele e senza dignità, da cui non può che derivare la crisi più generale che sembra travolgere l’Europa, e che insidia la tenuta degli stessi sistemi democratici dell’Occidente finendo per dar fiato a populismi e a tentazioni autoritarie, nell’incapacità o quasi delle forze di sinistra di dare risposte convincenti.

La solitudine disperata in cui progressivamente affonda Ricky Turner è la solitudine del lavoro oggi, la sua incapacità di riscatto della persona, anzi per molti versi la sua condanna. Non sembra che ci siano più modi per proteggersi e per recuperare affetti e considerazione di sé se non, come intuisce la più giovane della famiglia, tirandosene fuori. Sembra infatti l’unico gesto di ribellione possibile prima di essere schiacciati. Basteranno sei mesi a Ricky per cambiare lo stato delle cose? Lo speriamo ardentemente, perché ci sta a cuore il protagonista di questo bellissimo film, così come ci sta a cuore il futuro della sua famiglia. Per i diritti del lavoro, e per la tutela in generale della condizione personale di chi necessita di un reddito sufficiente a garantire a sé ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa, invece, il cambiamento sembra proprio non possa più aspettare.

11 gennaio 2020
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